Editoriali

EDITORIALE

Appello di Briatore, opportunità da cogliere al volo per migliorare la costa del Kenya

Quando parla, arriva ai "piani alti", occorre dare continuità alle sue denunce e muoversi uniti

06-01-2018 di Freddie del Curatolo

Quando si parla di Flavio Briatore è fin troppo facile cadere nel populismo, nel giudizio a prescindere, nell’opinione forzata da simpatia o antipatia, non tanto del personaggio quanto di quello che rappresenta.
Chi però ha a cuore Malindi, il suo sviluppo, l'industria turistica di questo Paese e anche il benessere del suo popolo, dovrebbe fare dei distinguo, e tenere a mente che se noi in questi spazi nominiamo Briatore, lo facciamo in funzione della Nazione in cui viviamo e prevalentemente della sua costa, di Malindi e della sua capacità attrattiva, che potenzialmente è sempre molto forte, ma nei risultati lo è molto meno.
Quando scriviamo di imprenditori che, investendo capitali qui, danno impulso a questa zona che ha il turismo come principale introito, poco ci dovrebbe importare come si chiamano o cosa rappresentano.
Piuttosto è importante sapere cosa faranno qui e come lo faranno, cosa li ha spinti in Kenya e perché, come si comporteranno, se avranno rispetto dei locali e della concorrenza, se anche loro, come molti di noi, mettono la sicurezza, la serenità, il rapporto con la natura e con la gente, il relax, la bellezza, la curiosità e la voglia di calarsi in quest’angolo d’Africa.   
Sicuramente, a Malindi, da questo punto di vista Briatore non rappresenta l’italiano peggiore, né l’imprenditore meno retto e trasparente. 
Di certo è il più visibile, e per questo esemplare.
Dapprima, negli anni Novanta e fino a una decina d’anni fa, con i suoi investimenti e la passione per il Kenya, ha creato interesse nei confronti delle destinazioni costiere da parte di un certo tipo di turismo; non solo d’elite, intendiamoci, ma anche quello della “parrucchiera” da gossip e del pensionato teledipendente in cerca del paradiso caldo in cui svernare o ritirarsi.
Briatore lo ha fatto in un periodo in cui il comparto turistico (e tutto l’indotto, compresi i piatti di polenta utili a sfamare migliaia di famiglie di Malindi e dintorni) aveva bisogno di entrambe le tipologie di villeggiante.
Non lo ha fatto solo lui, non è stato il primo e non sarà l'ultimo.
Ma lui ha più visibilità di noi, è un dato di fatto.
Una visibilità che non si può negare, ma che sarebbe stupido non sfruttare al meglio, limitandosi a criticarne i motivi o le modalità.
Che ce ne viene in tasca? 
Noi residenti e operatori turistici italiani, ben sapevamo che il prezzo da pagare sarebbe stato quello di un’esposizione mediatica che avrebbe portato con sé determinati giudizi e inevitabilmente creato una certa “nomea”.
"La Malindi di Briatore", "Malindi Billionaire" e così via.
Ma chi vive da tanti anni a Malindi, ben ricorda che la “nomea” precedente era quella di una Malindi rifugio di neonazisti, terroristi, grandi evasori fiscali e loschi figuri che non potevano tornare nel Belpaese perché ricercati.
Erano i tempi in cui in Kenya non c’era l’estradizione.
Quando il Kenya ha iniziato (con un processo lento ma a questo punto si può dire efficiente) a liberarsi di quei pochi pregiudicati e fuggiaschi che infangavano non solo il nome degli italiani, abbiamo assistito alla campagna mediatica sul turismo sessuale.
Quindi non più "mafiosi" e "galeotti", ma puttanieri e addirittura pedofili.
Una bozza di uno studio mai concluso dell’Unicef, nel 2009, è diventata verbo e ancora gira ogni tanto sul tavolo di qualche redazione che ne trasmette dati (parziali) e trae conclusioni (sballate).
Il fatto che Malindi venga definita una destinazione “cafonal” (come una redattrice al seguito di Gad Lerner mi disse personalmente) è sicuramente il minore dei mali.
Anche i presunti danni che il Billionaire avrebbe causato alla spiaggia del Parco Marino, sono assolutamente rapportabili a quelli che qualsiasi altro imprenditore avrebbe creato, se messo nella posizione di costruire in riva al mare. 
Basti guardare i risultati delle costruzioni di rispettabilissimi colleghi inglesi a Watamu, imprenditori che non ho mai sentito definire né “intrallazzoni”, né tantomeno “cafonal”. Sono semplicemente imprenditori che fanno i loro interessi, ed entrano nel classico iter di chi fa e si può permettere di fare: sottoposti che lavorano per loro, che ottengono permessi, che portano avanti la propria filosofia di investimento e di lavoro.
L'imprenditore è per definizione un business man, altrimenti sarebbe un filantropo e presiederebbe una onlus o una fondazione.
Ma cosa sarebbe una località turistica senza imprenditori?
A chi porterebbe benefici?
Qui la vecchia favola del "si stava meglio quando si stava peggio" non attacca, cari lettori.
Grazie agli imprenditori e ai loro hotel, magari di dubbio gusto o costruiti troppo vicino alla spiaggia, sono arrivati anche i famosi filantropi, sono arrivate fondazioni che hanno totalmente rifatto un ospedale, che hanno creato scuole, pronto soccorso, centri di accoglienza e così via.
Se anche fosse un male, sarebbe un male più che necessario per far del bene a questa gente. 
Per questo ho sempre sostenuto realisticamente che di imprenditori come Flavio Briatore a Malindi c’è sempre bisogno.
E non solo perché portano lavoro e indotto, ma perché sappiamo bene quale sarebbe l’alternativa.
Quando il tycoon piemontese ha deciso di scommettere sull’area del parco marino, in quel terreno c’erano le rovine di un villaggio turistico, il Jambo Village.  Ruderi e macerie che potrebbero essere ancora lì, come quelle dell’Old Simbad di fianco al casinò, oppure sostituite da un bel palazzone stile quelli nuovi del centro, o ancora da un casermone sul genere dell’Oasis.      
In più Briatore si è sempre speso (e non solo per interessi personali) per il bene di Malindi, in numerosi colloqui pubblici e privati con Kenyatta e molti ministri del suo Governo, così come aveva fatto con i precedenti.
Le parole che ha profferito due giorni fa alla stampa e alla televisione keniana, non differiscono di una virgola da quello che mi disse, fin dalla prima intervista che gli feci nel 1994, e dai discorsi che mi ha fatto più volte privatamente. 
Ricordo che qualche anno fa, quando ancora non c’era il progetto Billionaire, mi fece chiamare e mi chiese di fare da tramite con l’imprenditoria turistica, per portare avanti le stesse priorità.
Cosa che ho sempre cercato di fare, peraltro.  
Non a caso chi lavora nel turismo a Malindi e Watamu, e non solo gli italiani, è contento quando Briatore fa un po’ la voce grossa. 
Intanto perché lui si può permettere di tirare le orecchie ai politici, da quelli locali fino allo stesso Presidente, poi perché senza timore di farsi dei nemici, può dire quello che pensa ed avere grande visibilità.
Che Malindi, molto più di altre destinazioni, abbia grossi problemi di smaltimento della spazzatura e di pulizia in generale, che le strade siano quasi tutte da rifare, che ci sia  bisogno di un piano urbano serio, degno di una località turistica, è sotto gli occhi di tutti.
Che l’aeroporto internazionale è una realtà virtuale da troppi anni, è altrettanto chiaro.
Ma chissà perché, per molti, se lo denuncia Briatore, lo fa solamente per difendere i propri interessi.
Invece il proprietario di un ristorantino o di una boutique, a quali interessi pensa quando si lamenta delle condizioni della strada davanti alla sua attività? 
E il semplice pensionato che passa mesi all’anno a Malindi, anche se non ha interessi diretti, non penserà alle sospensioni della sua automobile o male che vada al lombo-sacrale a rischio sul tuk-tuk?
Proprio noi, che arriviamo da una Roma al degrado, da una Venezia sempre più cinese e malridotta, dovremmo capire che il sogno di una Malindi “gioiello” è impossibile.
Quindi a che serve lamentarsi e prendere posizione contro chi semplicemente una posizione se la può permettere ma si assume anche la responsabilità di prenderla? 
Più o meno nello stesso modo abbiamo rovinato il nostro Paese, scagliandoci da frustrati contro il politico o l'amministratore pubblico di turno, per poi non far nulla per cambiare le cose. 
Sarebbe bello, almeno in questo luogo per tanti versi paradisiaco, non compiere gli stessi errori.
Forse meno impossibile potrebbe essere decidere di cogliere questa ennesima palla al balzo.
Perché non fare nostro l’appello di Briatore, utilizzarlo come manifesto e muoversi nelle sedi competenti tutti insieme, per cercare di rendere migliore un luogo che frequentiamo e diciamo così volentieri di amare?
Come sempre, malindikenya.net (ovvero il sottoscritto e la sua compagna) è disponibile a fare da organizzatore, portavoce e portacroce di qualsiasi iniziativa del genere.

 

TAGS: flavio briatore kenyaturismo malindicosta kenyakenya stradespazzatura malindidegrado malindi

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