Editoriali

EDITORIALE

Aspettando la resurrezione di Malindi, tra business tourism e cultura

La cittadina keniana ha sempre vissuto cicli di depressione e di ripresa, ora si risale

21-09-2018 di Freddie del Curatolo

La storia della Malindi turistica insegna che il suo andamento (qualcuno direbbe “trend”) è ciclico e tali cicli durano circa sette anni, guardacaso come le relazioni coniugali.
Dal 1987 al 1994-95 la destinazione costiera keniana ha vissuto il suo primo apice: in quegli anni si è formata una numerosa colonia italiana, sono arrivati hotelier e tour-operator, sono state aperte rotte per voli charter e sono fiorite attività collegate al turismo. Ma cosa ancora più importante, i keniani di Malindi e dintorni hanno iniziato a considerare questa risorsa come vitale per la loro piccola economia, hanno imparato mestieri e iniziato un percorso di miglioramento delle loro condizioni sociali.
Dalla metà del 1995 una serie di eventi nazionali ed internazionali, mai collegati al turismo, hanno fatto calare l’interesse per il Kenya e per le sue spiagge e i safari. Tra la guerra civile in Somalia, quella in Medio Oriente che ha modificato le rotte, la nascita del terrorismo di matrice araba a cui il mondo ancora non era preparato psicologicamente, e qualche caos politico-tribale nel Paese, fino ai primi anni del Terzo Millennio si è assistito a una fuga di residenti, alla chiusura di attività e a una stasi che ha “depresso” Malindi. La resurrezione avviene grazie a periodi più tranquilli, uragani nei Caraibi, problematiche politico-sociali e religiose in Egitto e Colpi di Stato in Thailandia. Il Kenya torna ad essere considerato meta tranquilla e i VIP, sull’onda di Flavio Briatore che inizia a progettare il suo Billionaire, tornano ad affollare le spiagge e far parlare di Malindi e Watamu sui media nazionali.
Fatalmente ecco tornare centinaia di ex residenti e sbarcare nuovi migranti all’incontrario: si rivede il boom dell’edilizia, con i fenomeni passeggeri delle multiproprietà e dell’acquisto “a reddito garantito”, ma anche con buone occasioni di ville e appartamenti.
Tutto favoloso fino al disgraziatissimo 2008, con il caos nel Paese provocato da elezioni poco chiare: per la prima volta l’afflusso turistico dal boom del 2006 (sfiorate le centomila presenze italiane, terzo Paese del mondo a portare i propri connazionali in Kenya dopo USA e Gran Bretagna) torna allo zero assoluto.
Una botta dalla quale non sarebbe stato facile per nessun Paese riprendersi, peggiorata da altri due episodi tragici: l’attentato nel centro commerciale Westgate di Nairobi e la strage di studenti all’Università di Garissa, oltre alla bufala sull’Ebola in Africa Orientale. 
Chi ha continuato a frequentare la costa keniana ha sempre trovato un luogo tranquillo e sereno, ma inevitabilmente gli ultimi anni hanno dato un colpo da k.o. all’economia malindina e al suo settore turistico. Ora la speranza è quella di ritrovarci, dalla stagione appena trascorsa, all’inizio della nuova parabola ascendente. I segnali ci sono e bisogna coglierli al volo: Malindi ha ceduto lo scettro di luogo da sogno per vacanze brevi o da resort alla bella Watamu, con le sue spiagge paradisiache e la sua natura.
Watamu ha diretto i suoi servizi verso questa direzione, potendo creare dal nulla anche strutture meno desuete e più funzionali. Malindi sta iniziando invece un nuovo percorso che prende in considerazione le sue potenzialità di “cittadina di servizi” rivolta al business tourism (l’eccezionale risultato raggiunto dall’Ocean Beach Resort con la conferenza nazionale ASAL alla presenza del VicePresidente Ruto ne è fervida testimonianza) e alla cultura (le tante iniziative del Museo Nazionale, da supportare, e il nostro Malindi Talent Music Festival sono due esempi della stagione in corso). Oggi più che mai, nel mondo, c’è bisogno non solo di luoghi “del cuore”, ma anche di luoghi “della mente”, destinazioni che possono  migliorare il nostro stato di benessere, puntando sulla bellezza, sulla felicità e sull’incontro costruttivo ed appagante di persone. Ecco come l’attuale decadenza della cittadina può diventare una storia da risollevare e riconsiderare, un bagaglio da aprire e rimettere in ordine in magici nuovi scaffali da riordinare.  Restaurando quel che c’è e creando il nuovo ad immagine e somiglianza della storia e della tradizione ormai più che millenaria di questo attracco dell’Oceano Indiano e allo stesso tempo “porta d’Africa”.
 

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