Editoriali

EDITORIALE

Dove c'è Malindi, c'è casa

"...se il transatlantico Italia affonda nel Mediterraneo, perché trasportarne i relitti arrugginiti sulle rive dell’Oceano Indiano?"

20-01-2012 di Freddie del Curatolo

Sarà un lascito degli antichi romani con le loro “domus”, sarà che abbiamo avuto i primi grandi architetti dell’umanità o semplicemente che siamo sempre stati un popolo di ciabattari.
Ma noi italiani abbiamo il culto della casa e lo esportiamo ovunque, anche dove non sarebbe necessario.
Prendiamo il Kenya: per vivere qui, ce lo insegnano gli indigeni, bastano quattro mura anche sottili e un tetto di foglie di palma secca.
Se ci rechiamo nell’immediato entroterra, in ogni villaggio di capanne di fango, troviamo sempre almeno una casetta in cemento che ha queste caratteristiche: semplicità di forme, economia di materiali e un’ampia veranda.
D’altronde cosa ti vuoi inventare, con il clima che c’è?
Per avere sempre un po’ d’aria basta mettere le finestre in asse, fare il tetto piuttosto alto e non controsoffittare, tirando al limite sottili fili da pesca molto fitti sotto il tetto di makuti, per evitare che vi possano cascare in testa pipistrelli o serpenti. 
I britannici, guarda un po’, costruivano proprio così le case.
Tutte le villette si assomigliavano.
Le ampie verande fungevano anche da salotto, chiuse con cancellate di ferro da lucchettare per evitare intrusioni.
La cucina aveva sempre un disimpegno nel retro e le camere sparivano in una sezione “notte”, rimanendo chiuse fino a sera e al riparo dalle zanzare.
In più le loro case erano immerse nella natura del terreno che le ospitava.
Guai a togliere un baobab, a segare una palma, a stendere un’acacia o trapiantare un flamboyant.
Così è rimasta Watamu, nel lato mare, così è per buona parte Diani, in costa sud.
Noi italiani, invece, non ci accontentiamo di una semplice dimora.
Macché! Noi siamo quelli che nel medioevo s’inventavano lo splendore di San Gimignano, che al sud hanno ricavato capolavori dal tufo, che sanno costruire chalet di legno che resistono persino al ghiaccio e alla neve. Siamo quelli delle case colorate liguri, dei trulli di Alberobello, delle antiche cascine.
Edilizia basilare, di sopravvivenza e di vita sana a contatto con la natura e con la zona di appartenenza.
Ecco cosa avremmo potuto esportare nel meraviglioso Kenya!
Non solo perché saremmo stati in sintonia con questi luoghi, ma perché la qualità della nostra vita sarebbe migliorata, che è l’aspetto che buona parte di chi si è trasferito in Kenya ha considerato. 
E invece no. A parte qualche raro caso, ci siamo affidati al nostro lato moderno, all’inventiva di fior di palazzinari che hanno cementificato l’Italia del boom e che proseguono ancora adesso, dove c’è un filo d’erba libero.
Ora Malindi può somigliare anche a Viserbella di Rimini, a Marina di Cecina o a Lido di Jesolo. In compenso abbiamo ville hollywoodiane (che se non le riempi di arie condizionate hanno la temperatura del New Mexico), parodie della Costa Smeralda, tenute in stile Franciacorta e palazzoni in stile Ostialunga.
Questo perché per noi italiani la casa è tutto, il guscio indispensabile.
Non è solo rifugio, alcova, reggia.
E’ anche un biglietto da visita, uno specchio riflettente, dice chi siamo e come siamo fatti.
Dormire, quella è l’ultima cosa! La casa è fatta per ricevere, per ospitare, per vantarsi.
Guai a passare più tempo all’aria aperta che in casa, a socializzare col primo arrivato. In casa nostra siamo noi a decidere chi varcherà la soglia.
Siamo i padroni, gli imperatori del nostro nido.
A Malindi i piccoli imperi non si contano. I signorotti italiani hanno sotto di sé un piccolo esercito che magari non marcia sempre dritto, ma difficilmente si ribella: houseboy, cuoco, giardiniere, addetto alla piscina, askari.
Con magari una bella manager casalinga che coordina il tutto e all’occorrenza fornisce altri servizi.
Per fortuna il nostro bel Kenya è talmente immenso che piastrellarlo tutto è un’impresa titanica, ma alcuni piccoli Ligresti locali lo farebbero volentieri.
Già mi vedo gli slogan: “Acquistate un monolocale a Malindi 2, a soli dieci minuti dall’ingresso dello Tsavo!” oppure “Affittasi elegante open-space a Mambrui, dodicesimo piano vista mare”.
E una fila di stabilimenti balneari tutti belli e colorati, con le sdraio e gli ombrelloni, non ce li vedete?
E perché insistere con i villaggi turistici, che sono dispendiosi e dispersivi: costruiamo delle belle, tetragone pensioncine tre stelle!
La verità è che a Malindi e dintorni c’è ancora troppa poca Italia, per colpa di chi non la considera ancora un vero investimento e continua ostinatamente a riempire di cemento il Meridione o le periferie delle grandi città del nord del Belpaese. 
Basterebbe una vacanza ai grandi speculatori edilizi nostrani, per rendersi conto che qui c’è campo aperto per la grande edilizia popolare, per quartieri dormitorio, centri direzionali, perfino per tangenziali con pedaggio…ci vuole solo un po’ di coraggio!
Ma noi amiamo Malindi, facciamo resistenza (passiva) e restiamo fiduciosi: chissà che questa crisi non faccia l’unico miracolo positivo, rimettere a posto la testa di tanti connazionali, far apprezzare loro le cose semplici, fargli preferire una passeggiata al mare a un pomeriggio davanti alle slot machine, un villaggio giriama in più e un residence in meno, un’opera di solidarietà al posto di una causa in tribunale.
D’altronde se il transatlantico Italia affonda nel Mediterraneo, perché trasportarne i relitti arrugginiti sulle rive dell’Oceano Indiano?

TAGS: Malindi casaEdilizia Malindi

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