Editoriali

EDITORIALE

E l'Aeroporto di Malindi diventò "Black Penelope"

Per ora l'ingresso in un club esclusivo, ma chissà dopo le elezioni...

17-05-2017 di Freddie del Curatolo

Possiamo ormai affermare con certezza che l’Aeroporto Internazionale di Malindi sia entrato a far parte dell’esclusivo club “Penelope”, che accomuna le grandi opere mondiali caldeggiate, promesse, più volte finanziate e mai portate a termine.
Bandiere di campagne elettorali, oppio degli indotti, fiammiferi per bollenti spiriti, infuocate riunioni e scottanti rivelazioni. Piene di speranze come progetti matrimoniali, candide ed affascinanti come sogni mai raggiunti ma fredde e impalpabili perché in realtà rimaste perenni fantasmi.
Come in Italia il Ponte sullo Stretto, la TAV e tutta una serie di separatori, smaltitori e compattatori di immondizia nelle grandi città del Sud.
Sono arrivato a Malindi quasi trent’anni fa e già si vociferava di uno scalo piccolo ma accogliente sulla falsariga di quello di Zanzibar.
Ci contavano i primi tour-operator che iniziavano ad accaparrarsi villaggi turistici sulla spiaggia, ci speravano faccendieri indiani e omaniti che acquistavano per poche capre terreni nelle zone limitrofe, ma anche cacciatori bresciani e livornesi che mettevano mano al portafoglio ed estraevano con parsimonia banconote da centomila lire.
Nel corso di tre decenni si sono alternati progetti, stratagemmi, piani regolatori con relativi tecnici, direttori, ministri.
Hanno fatto capolino nel corso delle stagioni politiche e dei cambiamenti costituzionali sindaci, prefetti, parlamentari, governatori.
Già da questo si capisce perché fino ad oggi l’aeroporto di Malindi non abbia ancora una dogana operativa: perché mai trasformare in scalo internazionale un frequentatissimo ristorante locale in cui per anni hanno mangiato più o meno tutti?
Eppure da qualche tempo a questa parte anche gli inguaribili pessimisti e i detrattori dell’afropolitik, hanno dovuto ammettere che sono stati fatti passi significativi per dotare Malindi di un “hub” al passo con i tempi e la richiesta turistica che investe le località della costa nord del Kenya.
Restyling, recinzioni nuove, costruzione degli uffici immigrazione e dogana, sala per la distribuzione bagagli a nastro, spazio aggiuntivo per la manovra dei boeing, ampliamento dei parcheggi, eliminazione venditori d’ananas.
Per non parlare degli stanziamenti che sono reali e ancora presenti, perché se c'è una cosa reale è la volontà di Uhuru Kenyatta di fare un regalo ai "suoi amici italiani" e anche a un buon numero di compatrioti che stanno facendo affari sulla costa.
Ormai manca solo l’ampliamento di due chilometri quadrati per il necessario indispensabile allungamento della pista.
Altrimenti l’aereo internazionale più grande che atterrerà a Malindi continuerà ad essere sempre e solo quello di Flavio Briatore, in attesa che il figlio Falco diventi maggiorenne e arrivi con un altro tutto per sé e i suoi amichetti.
L’annosa e spinosa questione che blocca tutto e che divide l’opinione pubblica è l’acquisizione (c’è chi usa la parola “esproprio”, ma anche chi pronuncia la parola “compensazione”) dei terreni abitati dei quartieri periferici di Kisumundogo e Kwachocha.
Una faccenda “all’africana”, dove oltre ai legittimi proprietari che contrattano la buonuscita, a un numero minimo che l’accetta, si affiancano circa cinquemila abusivi totali ed altri diecimila che solo adesso si accorgono di non essere proprietari di un bel niente e odiano l’aeroporto perché gliel’ha fatto scoprire. Si aggiungano avvocati che fanno il loro lavoro, intermediari che lo fanno fin troppo e l’impagabile (oddio, forse non è l’aggettivo giusto) burocrazia locale e la tela di Penelope è completa, pronta da disfare ad ogni nuova ispezione, notizia, sentenza.
Difficile che una delle due fazioni politiche coinvolte nel progetto (da una parte la maggioranza di Governo, tramite il Ministero dei Trasporti e l’autorità aeroportuale, dall’altra la Contea di Kilifi, amministrata dall’Opposizione) si prendano la briga di affrontare lo sgombero.
Impossibile che questo avvenga prima delle prossime elezioni nelle quali, presumibilmente, non cambierà molto se come sembra il partito del Presidente Kenyatta rivincerà a livello nazionale e quello dello sfidante Odinga (e del Governatore Kingi) si riaggiudicherà la Contea.
Strategicamente, forse solo nei primi mesi di un nuovo mandato il Governo potrà sfidare la perdita di popolarità nelle periferie di Malindi ed agire con risolutezza.
Nel frattempo, come abbiamo sempre fatto, aspettiamo che l’eroe torni dalle sue avventure nell’Egeo…pardon, nell’Oceano Indiano e spendiamo le nostre energie per far capire a chi arriva per la prima volta, a chi vorrebbe investire, a chi sa solo lamentarsi, a chi a chi già la frequenta e non se n’è ancora accorto, che l’Africa è fatta così, da sempre, e bisogna amarla perché sono altre mille e meravigliose le tele naturali, spirituali e umane che la Penelope Nera ha tessuto per noi e non sarà la pista di un aeroporto a mitigarne il fascino e l’attrattiva.

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