Editoriali

EDITORIALE

Ecco perché la costa keniota torna ad attrarre

Alla fine le paure sono le stesse in tutto il mondo, ma qui si vive meglio

17-03-2017 di Freddie del Curatolo

La ripresa del turismo sulla costa del Kenya è sotto gli occhi di tutti: le presenze, aumentate del 40 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, parlano chiaro.
Alzi la mano chi si attendeva una stagione estiva così florida.
Quello che frena sono ormai le ferite non ancora rimarginate di qualche anno fa, quando Malindi e Watamu traboccavano di stranieri, di occasioni, di progetti.
Non siamo ancora tornati a quei livelli e forse non ci torneremo più, perché il mondo è cambiato, l’Europa e in particolare il nostro Paese è avvolto da una crisi economica che appare come un vicolo cieco neanche troppo confortevole (di quelli delle periferie americane, con i fumi dei tombini, l’immondizia ai lati, un clochard a terra, due spacciatori portoricani appoggiati al muro…).
Ma sapendo di vivere un’epoca in cui è meglio navigare a vista, in Africa quanto nell’Occidente, quest’anno torna a farci sperare, e già si stanno gettando le basi per una prossima stagione che potrebbe segnare una nuova primavera della costa keniana.
Certo, se non ci fossero degli ostacoli la cosa non sarebbe divertente, quindi noi operatori del settore turistico siamo in attesa ansiosa delle prossime elezioni nazionali, fissate per l’otto agosto 2017.
Sappiamo bene che qualche tafferuglio di matrice etnica a nord del Paese, si ripercuoterebbe anche su Malindi e dintorni, grazie alla solerzia dei media.
Conosciamo personalmente alcuni pseudo giornalisti freelance che hanno già prenotato la vacanza in Kenya in quel periodo, nella speranza di poter raccontare scenari apocalittici.
Immaginate che delusione se si trovassero davanti ad elezioni pacifiche ed esemplari, come da tempo predicano il Presidente Uhuru Kenyatta ed alcuni leader dell’opposizione?
In realtà le elezioni potrebbero essere il pretesto per qualche minoranza (specialmente piccoli boss della pastorizia di remote regioni del nord ovest) per alzare la cresta e riceverne benefici.
In ogni caso la costa (esclusa forse Mombasa, che in quanto città rimane sempre un po’ più “calda”) come sempre rimarrà quieta e affabile.
C’è da dire che (in questo caso per fortuna) viviamo un nuovo capitolo dell’era mediatica, quello pirandelliano in cui ogni notizia potenzialmente è una bufala, e viceversa.
Se si vanno a rileggere le notizie degli attentati a Nairobi e Garissa di qualche anno fa, le Cassandre a pagamento delle testate internet condivano gli articoli di italiani che scappavano dai luoghi da sogno, di pericoli imminenti anche sulla costa, di minacce islamiche nei resort e così via.
Successo un cazzo, come direbbe un militante di Al Shabaab in vacanza ad Oxford.
Quindi perché credere una seconda volta a questi onorevoli e sgrammaticati sciacalli?
Già s’iniziano ad intravvedere dei pentiti che iniziano a scrivere le cose positive di un Paese che, al di là delle sue ataviche contraddizioni e dei suoi mille problemi, cresce economicamente e socialmente come pochi altri in Africa e al mondo. Nei giorni scorsi sia La Stampa che Il Corriere hanno dedicato pagine alle meraviglie del Kenya, e non i soliti leoni e bufali. Due articoli sulle Hell’s Kitchen di Marafa che, con tutto il rispetto, non inseriremmo tra le prime dieci meraviglie di questo angolo di paradiso.
Buon segno, però. Gli ambientalisti parlano di Kenya perché vuole abolire i sacchetti di plastica (e noi in Italia, immersi nella spazzatura di Roma e Napoli, neanche ci avessimo mai pensato), illustrano i progetti di parchi eolici nel deserto, che si affiancano a quelli supermoderni della ferrovia cinese che toglierà (si spera) un po’ di tir dalla Nairobi-Mombasa, e del porto di Lamu che speriamo alla fine non si faccia mai, per amore di uno splendido arcipelago che sta tornando a vivere dopo anni di oscurantismo, anche quello soprattutto mediatico.
Il quadro non è solo ottimista, e ci mancherebbe in un mondo dove la bilancia è ferma da tempo su valori negativi, ma è anche difficile tornare, in questi tempi virtuali di catene di Sant’Antonio su Facebook e di blogghettari presi per premi Pulitzer, a fidarsi di quel che si vede.
Eppure qui sulle rive dell’Oceano Indiano sarebbe il caso: gente che riprende a trasferirsi sulla costa swahili per tre o quattro mesi, che torna a pensare di acquistare casa, di vendere tutto in Italia e fare il grande salto prima che il vascello Italia affondi definitivamente o prima che il conto in banca si prosciughi, oltretutto mentre si conduce una vita lontanissima dai propri sogni. 
E allora ecco tornare a galla i pregi di questi luoghi: il clima (quest'anno fin troppo caldo e con poca acqua), la tranquillità e ospitalità delle persone della costa (e non si parli dei soliti quattro o cinque disperati da spiaggia...), la vita a basso costo (se poi chiudono i grandi supermercati e si torna a fare la spesa tra le bancarelle e nei negozietti locali, se ne renderebbero conto anche i lamentosi da chaise longue) e "questo sapore strano che è fatto di libertà", come cantava Rino Gaetano.
E’ così: questa stagione è stata (ed è ancora, almeno fino a Pasqua) una rampa di lancio.
Le paure ormai sono le stesse in tutto il mondo, e il futuro è grigetto ovunque. Ma almeno qui si vive meglio il presente.
E noi, come ormai accade dal 2005, siamo qui ad attendere, a commentare, a dare qualche consiglio e a dire “karibu”.
E nel frattempo, vi assicuro, non ce la viviamo per niente male!

(foto di Andrea Scaramuzza)

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