Editoriali

EDITORIALE

Grillo e Briatore riportano Malindi in prima pagina

Luoghi comuni, polemiche sterili. I soliti media, ma almeno niente tragedie

09-01-2017 di Freddie del Curatolo

E’ bastato il ritorno di Beppe Grillo, e una precisazione di Flavio Briatore (che potete leggere qui), ed ecco di nuovo Malindi in prima pagina. La “solita” Malindi, quella di cui ci eravamo forse dimenticati.
Quale? Quella sotto il sole dei luoghi comuni, nell’oceano dei moralismi, sul bagnasciuga dello sfruttamento, della prostituzione, dei ricconi italiani che fanno la bella vita alla faccia della povera gente. 
Già perché chi la conosce e la frequenta, e purtroppo o per fortuna ha ancora a che fare con l’Italia e la sua pessima classe giornalistica, sa bene che da sempre la Malindi che interessa, che fa notizia, è quella delle notizie disdicevoli, dei V.I.P. colti in flagrante, oppure quella dei fatti di cronaca.
Che se uno viene scippato a Saronno, non è neanche più una notizia.
Ma se gli rubano il portafoglio a Kilifi, rischia di passare in tutti i telegiornali.  
E poi c’è sempre la minaccia del terrorismo somalo che è qui dietro l’angolo anche se un po’ più lontano di quanto lo sia Milano da Nizza.
Eppure non c’è dubbio che sia fatto positivo, che si sia tornati a parlare di Malindi, dopo qualche anno in cui gli inviati dei grandi quotidiani (in disarmo) sbarcavano sulla costa del Kenya a metà maggio per raccontare di come non ci fosse più turismo (e quando mai, durante la stagione delle piogge?) ed ogni volta che si nominavano le mete sulle rive dell’Oceano Indiano, venivano evocati appunto gli spettri del terrorismo, i fantasmi dell’integralismo, i mostri del fondamentalismo ed altre creature leggendarie che sicuramente esistono ma di cui a Malindi e dintorni si è sempre e solo letto.
Malindi torna a riempire le pagine dei giornali e ad essere cliccata nei siti di attualità, di viaggi e, immancabilmente, di gossip.
Niente di nuovo, c’eravamo tanto abituati quando il Kenya tirava, quando in realtà l’Italia tirava a campare meglio di adesso e tutto il comparto turistico internazionale ne guadagnava.
Ricordiamo bene le scorribande dei paparazzi delle maggiori riviste pettegole tra White Elephant e Paparemo Beach in cerca di questo o quel personaggio famoso, del politico che perse l’anello di diamanti in mare, dell’attore belloccio in crisi matrimoniale, del pilota di Formula Uno amico di Briatore che va a sbattere con il jet privato all’aeroporto di Malindi.
Erano i primi anni social del mondo, Facebook non era ancora l’assoluto protagonista della nostre esistenze, ma i giudizi su Malindi si dividevano in due: quelli che la conoscevano solo attraverso i media e s’indignavano per le sfilate dei ricchi, dei Vip, dei parlamentari o iniziavano a sognare di andarci immaginando una Porto Cervo invernale al calduccio, e chi invece la frequentava già da tempo e sapeva benissimo che la mondanità e l’Italietta sono solo la punta di un iceberg, e che tutto intorno al litorale balneabile convivono la meraviglia, gli incantesimi e le contraddizioni di Mamma Africa.
E anche allora i fanatici delle banalità preconfezionate parlavano di una Malindi da ricchi (per poi però tradirsi quando affermavano che “le aragoste costano 5 euro come a Montecitorio”) e di un luogo dove si predica bene e si razzola male.
In contrapposizione al nostro Paese dove ormai si predica di merda e si razzola anche peggio.
Ma noi ci abbiamo fatto il callo, sarà perché camminiamo a piedi nudi?
Da trent’anni a queste parti il turismo a Malindi ha vissuto i suoi alti e bassi. Ryszard Kapuscinski diceva che in Africa la frutta marcisce per terra per generare altra frutta ancora più dolce.
Alla fine degli Anni Ottanta, da meta esclusiva fricchettona radical chic che sprizzava di avventura e libertà, i tour operator e i primi modaioli villaggi-animazione ne fecero una destinazione per tutti.
Il boom durò quattro anni, un’epopea irripetibile in cui transitavano contemporaneamente famigliole con bambini e pedofili in cerca, popstar e ricercati internazionali, scrittori di serie B e rampolli di serie A, commercialisti in fuga dal passato e giovani in fuga dal futuro.
Gli italiani aprivano e chiudevano in allegria ristoranti, boutique, casinò, stabilimenti balneari, parrucchieri in franchising, nightclub con karaoke, agenzie di safari e di diving.
Nei villaggi di Francorosso, Ventaglio, Grandi Viaggi & company gli animatori si chiamavano Aldo Giovanni e Giacomo, Giobbe Covatta, Paolo Rossi. C’era uno studio di registrazione dove venivano a incidere Zucchero, Albano, Vandelli dell’Equipe 84. In Italia si parlava di Edoardo Agnelli arrestato, di Claudio Martelli spinellato, di Anna Falchi in topless e dei delfini di Craxi in esilio forzato.
Da luogo da sogno, Malindi iniziava a diventare uno spettacolare luogo comune: i poveri africani erano sempre sfruttati, le ragazze costantemente violentate,  l’unico cibo commestibile era l’aragosta e la mancanza d’acqua che disidratava i kenioti era scongiurata con fiumi di champagne.
Gli Agnelli vendicativi la denigravano, i moralisti la esorcizzavano, il business delle organizzazioni benefiche ne facevano bandiera. Ma (forse anche per questo) la gente continuava ad arrivare.
Bastarono la sommossa civile in Somalia e la minaccia araba dopo la Guerra del Golfo a spazzare via l’enclave più varia, più libera, più assurda e più divertente che sia stata creata dagli italiani sul globo terracqueo.
Ci vollero tre anni per riprendersi.
Alcuni di quelli che se n’erano tornati in patria o erano andati ad esplorare altre oasi tropicali, fecero di nuovo capolino. Altri atterrarono per la prima volta ed acquistarono a due lire quel che era stato lasciato da chi se n’era andato via.
C’erano grandi speranze, prospettive magiche anche perché ai margini di Malinditalia crescevano due realtà marine tutte da scoprire: Watamu e Mambrui.
Dal turismo di massa dei villaggi, esaurite le bollicine degli anni Ottanta e Novanta, si passò al turismo residenziale di massa, alla logica delle multiproprietà e dei bungalow sulla spiaggia a 20 mila euro.
La moglie di un Presidente del Consiglio che aveva interessi a Santo Domingo la denigrava, i moralisti tornavano a lanciargli addosso acquasanta, le associazioni per i diritti dei minori la equiparavano a Bangkok e alle favelas brasiliane.
E sempre per gli stessi motivi, la gente riprendeva a sbarcare.
Quando già si era sulla rampa di lancio, un attentato a Mombasa e uno a Nairobi misero di nuovo in ginocchio il turismo sulla costa del Kenya. La nota curiosa è che dalle parti di Malindi in tutto questo tempo non era mai successo niente. Qualche rapina, un paio di tossici arrestati, due turisti sulla traiettoria di altrettante pallottole. Roba che nemmeno nel più tranquillo paesino della Val D’Aosta (tipo, che ne so, Cogne…)
Chi era già al terzo andirivieni, iniziava a farsene una ragione.
This is Africa e soprattutto “That is Italy”
Si vivacchiava, aspettando di nuovo il momento buono per risorgere definitivamente.
Nel frattempo l’undici settembre fece capire che la paura globale non era una roba da terzo mondo, da deserti e da pozzi petroliferi. L’Africa non fa più paura di New York e c’è ben altro di cui occuparsi, che di un manipolo di italiani che hanno tenuto per anni le redini dell’economia di una zona turistica del Kenya, dando da mangiare a migliaia di persone e trasformando molte delle loro capanne di fango in casette appena sopra il livello della decenza.
Tra il silenzio generale dei media, ecco tornare gli anni del boom!
Nel 2005 le discoteche sulle spiagge ospitavano mille persone a sera, nel 2006 i visti d’ingresso degli italiani sfiorarono quota centomila, nel 2007 case e ville di proprietà di italiani erano più di tremila. Ed ecco i tristemente noti disastri post elettorali a nord del Paese, che di nuovo strizzano e svuotano come tubetti di maionese le località turistiche keniote.
A questo punto sul carrozzone dei denigratori erano saliti tutti: i professionisti del terrore, i telegiornalisti d’avanspettacolo, gli opinion maker salottieri e il primo popolo dei blog e dei social forum.
Degli ultimi tentativi di ripresa con in mezzo l’attentato al centro commerciale Westgate di Nairobi (neanche un raudo scoppiato a Malindi) e di quello ben più terribile e mediatico all’Università di Garissa (sulla costa, come sempre, tutto tranquillo) è inutile parlare. Migliaia di fiaccolate virtuali, centinaia di indignazioni cellulari e decine di reportage superficiali lo hanno già fatto. Basta più o meno leggere tutto all’incontrario ed il gioco è fatto.
Quindi, cari giornalisti, politicanti faziosi, professionisti dei social, editorialisti da barbiere, parlate pure di Grillo e Briatore, riprendete a blaterare che questo è un posto da nababbi lavasoldi.
Ma non vi azzardate a parlare di nuovo boom di Malindi, che mi sa che oltre che in malafede, siete anche un po’ dei portasfiga.     
 

TAGS: Beppe Grillo MalindiBriatore MalindiMalindi cara

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