Editoriali

EDITORIALE

Kenya: corruzione sì, corruzione no. E gli italiani in mezzo.

Come guardano i nostri connazionali la moralizzazione del Paese

08-06-2018 di Freddie del Curatolo

Le reazioni sono le più disparate: c'è chi è convinto che si tratti di un fuoco di paglia, che durerà qualche mese e si riprenderà la vita tranquilla di sempre, chi invece è già pronto a fare le valigie e tornare in Italia, dando il cambio ai tantissimi immigrati che, se il nuovo Governo Pentaleghista manterrà le promesse, faranno il percorso inverso sulla via di casa.
Gli italiani che frequentano il Kenya e quelli che vi risiedono in maniera più o meno fissa, guardano al nuovo corso del Paese, incarnato dal pugno di ferro del plenipotenziario Ministro degli Interni Fred Matiang'i, con malcelata preoccupazione.
Davvero il Paese sarà capace di sconfiggere, o almeno limitare la corruzione?
E questo è un bene o forse si stava meglio quando si stava peggio?
Sulle nostre pagine dei social network e via mail, arrivano domande, perplessità e supposizioni di ogni genere.
Per chi ha casa sulla costa del Kenya da decenni, sembra strano pensare a un luogo dove la burocrazia funzioni e non sia proprio possibile trovare scappatoie di nessun genere.
"Malindi senza chai? (la mazzetta, ndr), impossibile!" mi scrive un lettore.
Devo ricordargli che il suo è lo stesso indirizzo mail da cui mi vendette, lo scorso agosto, l'assoluta certezza che la situazione politica nazionale sarebbe degenerata in una guerra civile senza precedenti.
C'è però anche chi è contento, e spera che il nuovo corso possa fare piazza pulita di tanti disonesti, a partire chissà perché dagli italiani.
La maggior parte di chi la pensa così però, guardacaso, è tutta gente che è già tornata in Italia da tempo, e non ha intenzione di rimettere piede in Kenya. Nonostante questo, si interessa delle nostre vicende come se Malindi e Watamu, ma anche Mombasa e Nairobi, fossero una fiction quotidiana.
Forse per dimenticare sciagure e paradossi a loro molto più vicini?
Poi c'è chi si preoccupa solo del proprio giardinetto, atteggiamento tipico degli italiani che hanno contribuito a far diventare il Belpaese quello che è oggi.
"Ma è possibile che io debba pagare le tasse anche in Kenya, con tutte quelle che pago già a casa mia?" mi dice una signora.
"Ma lo sa quanta gente pagherebbe volentieri le tasse, pur di potersi permettere una villa sul mare a Watamu?" mi verrebbe da risponderle.
Ci sono le comodità, che sono tra i motivi principali delle ripetute vacanze in Kenya. 
Se dover andare a Nairobi per contribuire ad eliminare i "mastruzzi" sui permessi di lavoro nelle sedi periferiche diventa uno stress, quasi un abuso di potere del Governo keniano, anche un semplice controllo in una casa di cinque stanze, per vedere se fosse per caso adibita a bed & breakfast, diventa una violazione di domicilio.
Siamo troppo legati al ricordo di un Kenya post coloniale in cui il sorriso e la simpatia di questa gente andava a braccetto con la loro serena accettazione della nostra presunta superiorità storica, intellettuale e soprattutto (o solamente?) economica.
La realtà è che la ricchezza del Kenya oggi lo pone tra le Nazioni emergenti del pianeta, la tecnologia ha permesso di scoprire nel sottosuolo metalli d'ogni genere, gas naturali e non ultimo il petrolio, che qualche giorno fa è stato estratto per la prima volta sotto gli occhi del Presidente Kenyatta nella regione del Turkana. 
Tali aspetti sono ben noti e sotto gli occhi degli italiani che vivono nella Capitale e che sono consci di questo cambio di marcia.
Nairobi è tra le prime dieci città del mondo dove i ricchi della Terra hanno intenzione di investire, cinesi e americani fanno a gara per aggiudicarsi appalti di infrastrutture e la Banca Mondiale cerca di regalare prestiti a tutto spiano per tenere a bada l'egocentrismo dell'intero sistema politico economico.
Girano talmente tanti soldi che l'unico vero pericolo è la diseguaglianza sociale, che è molto più pericolosa (oltre che ingiusta) della povertà.
Lo capirebbe anche un bambino della politica che bisogna elevare i poveri ad uno status sociale che permetta loro di accedere al mercato, di far girare l'economia non solo negli slum, nelle capanne e nelle schede telefoniche.
Per fare questo, però, è obbligatorio monitorare la grande dispersione di soldi che alla fine fa campare un po' tutti, ma soprattutto chi accede a cariche istituzionali. Un Paese che ha abbracciato il liberismo, non può restare attaccato a una concezione lobbystica dello Stato che appartiene ad oligarchie ormai al tramonto, o a dittature ben radicate.
Il Kenya, suo malgrado forse, ha scelto di essere una democrazia e di seguire certi esempi occidentali, mettendo sul piatto della bilancia una freschezza economica, una fame di crescita e un popolo che ha voglia e bisogno di tutto.
Che le sue istituzioni ce la possano fare o meno, che a un certo punto subiscano un freno interno o, peggio ancora, limitazioni esterne, è tutto da vedere.
Ma è assolutamente lecito che ci provino, e che vedano in chi non li applaude e non li sostiene, ma anzi li guarda con pessimismo o li deride, un fastidio in casa loro di cui farebbero volentieri a meno.  

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