Editoriali

EDITORIALE

Kenya post-virus, da dove ripartiremo?

Immaginando gli effetti dello stop alla crescita

27-05-2020 di Freddie del Curatolo

In un mondo dominato dalla finanza, non c’è presunta ripartenza che non debba tenere conto della ripresa economica.
Passato il Grande Spavento, ora più che preoccuparci della nostra tenuta mentale, si guarda inevitabilmente al portafogli.
Questa è ormai la nostra società e se c’è una cosa positiva di questa pandemia svolazzante, è che (tranne giovani e giovanissimi) credo si siano accorti tutti che il Pianeta non è più quello di trenta, quarant’anni fa.
Libero e bello, con più inquinamento industriale e meno tecnologico e senza questa splendida rete virtuale che ci fa sentire così vicini, solidali e come cantava Giorgio Gaber “tutti più informati e tutti più coglioni”.
Tutti, nessuno escluso.
Soprattutto quelli che trent’anni fa non c’erano o se c’erano erano troppo affaccendati a cercare di rovinare il futuro, magari anche divertendosi un po’.
Se è cambiato questo pazzo vecchio mondo, figuriamoci la selvaggia, giovane Africa che si è vista catapultare addosso una fama ed una responsabilità di crescita nell’ultimo decennio a cui non avrebbe retto nemmeno un astro nascente del football.
Nel giro di pochi lustri si è presa l’Indipendenza, la abbiamo quasi obbligata alla democrazia, in molti casi anche al multipartitismo (senza preoccuparci del loro multi tribalismo) e ora le stiamo generosamente concedendo prestiti su prestiti affinché il suo sviluppo sia sostenibile più o meno come la leggerezza dell’essere di Kundera.
Nonostante tutto questo, chi frequenta i Paesi africani e il Kenya in particolare, vorrebbe anche che la splendida anarchia che ha sempre regolato le sue lande restasse tale; che le capitali così pericolose ma così vere e piene di opportunità, i paradisi incontaminati e le popolazioni ospitali che si accontentano di poco, giacessero in una bolla temporale alimentata ad ossigeno coloniale con porzioni di impegno sociale e tante nuove invenzioni del mondo occidentale da bere.
Ed ecco che lo stop inaspettato del virus regala ai tanti nostalgici la speranza di vedere il Kenya fare due passi indietro ed accontentare chi pensa che sarebbe bello se rimanesse l’eterna promessa di una “Svizzera dell’Africa” che mai fu, rischiando di diventarne la Cina Nera.
Poter percorrere indisturbati la sua savana, riposare nel silenzio di villaggi di pescatori, cullati dal solo rumore del mare, intrattenersi con fantastici esseri umani un po’ arretrati ma così gioviali che hanno così tanto da insegnarci moralmente.
E invece, guarda un po’, con tutti gli strumenti che gli abbiamo fornito ed imparando a conoscere le proprie risorse naturali e le infinite possibilità di sviluppo, qualcuno si è messo all’opera e in pochi anni il Prodotto Interno Lordo del Paese spiccava tra i primi dieci del pianeta.
Tutti volevano investire in Kenya e, come facevano da noi le banche negli anni Novanta con aziende e privati, Governi, organizzazioni e fondi internazionali sono stati subito pronti ad aiutare con prestiti più che agevolati.
Ebbene, noi italiani dovremmo conoscere bene questo sistema, più o meno è quello che ci ha portato allo sfascio mentre sognavamo di essere la quarta potenza mondiale e ci ha ridotto al sogno di vincere miliardi con il Gratta e Vinci, regalando metà dei nostri (presunti) guadagni allo Stato biscazziere.
C’è stato però un aspetto positivo nel processo di crescita del Paese: il Kenya ha cercato di autoregolamentarsi e la svolta sapeva di buono.
La riprova è che l’opposizione si è schierata in queste battaglie insieme alla maggioranza e che si sono affievolite le lotte di classe e quelle tribali. Si iniziava a parlare di regole, di leggi restrittive, di tasse da pagare, di lotta all’evasione e alla corruzione.
C’era aria di trovarsi all’inizio di questo tentativo di affiancare al nuovo corso da realtà emergente, un’educazione civica un po’ meno “old Africa”.
E noi turisti golosi già ci chiedevamo se ci sarebbe piaciuto ancora un Kenya senza cinque persone su una motocicletta, con il baracchino della frutta in cui il prezzo non si può più contrattare perché costretto a rilasciare ricevuta fiscale, con le strade asfaltate e i caselli autostradali, con gli stranieri trattati non più come miniere d’oro viaggianti ma con la stessa diffidenza con cui vediamo noi i migranti?
Nonostante la spesso taciuta consapevolezza di averli portati noi verso questa direzione, col nostro buon esempio, e che magari tra tante cose negative del progresso, ci sarebbero stati meno incidenti stradali, meno dispersione di soldi che potranno essere reinvestiti in opere pubbliche, meno situazioni da Terzo Mondo, dove ancora si muore urlando per mancanza di antidolorifici e le bambine restano incinte a 12 anni, ora la nostra “passione” per il Kenya sembra essere davanti ad un bivio cieco: vederlo tornare povero, succube, supplicante e rimetterci piede da occidentali zoppicanti ma trionfanti, sognando l’investimento giusto in una terra che di nuovo ci asseconda, o riprendere a camminare insieme per una crescita sostenibile aiutandoli a fare gli stessi errori che hanno portato la nostra società al declino? Diteci che esiste una terza via, una ragione che contempli le (poche) cose buone della prima e della seconda teoria.
Per ora la risposta, se c’è, soffia ancora nel vento del Minnesota come tanti anni fa.
Bisognerà vedere come l’umanità saprà riprendersi da questa batosta e soprattutto se avrà imparato qualcosa e ritrovato un briciolo di senno.
Pur ritenendo improbabile un “reset” anche solo parziale dei malcostumi, della scriteriata condotta di massa che ci ha portato all’intossicazione generale, c’è da chiedersi se un eventuale repulisti possa far più bene al Mondo Occidentale o al Continente Nero.
Tutto e il contrario di tutto, purché non sia di nuovo l’Africa a dover pagare il prezzo delle intuizioni, degli errori e della recidività altrui.

TAGS: economia kenyaripresa kenya

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