Editoriali

EDITORIALE

L'estradizione in Kenya spiegata ai bambini

Una risposta a chi si sorprende dell'arresto di Mario Mele

05-04-2017 di Freddie del Curatolo

Ancora non è arrivata la notizia ufficiale dell'estradizione del gestore del Mario's Lounge Bar.
Secondo il quotidiano "The Star" sarebbe già stato spedito in Italia, secondo il suo legale John Kaminwa c'è una richiesta della Corte di Malindi da far rispettare e Mario Mele tornerà a Malindi quanto prima. Secondo il capo della Narcotici di Mombasa, la palla è passata all'Interpol che si è portata via il sardo e un altro ricercato internazionale.
Nell'attesa di mettere la parola "fine" o un emoticon di sorpresa su questa vicenda, proviamo a spiegare a chi ci legge come sono cambiate le cose ultimamente in questo Paese.
Fino a tre anni fa il Kenya era uno dei Paesi dove non vigeva un vero e proprio accordo con l’Italia che regolamentasse l’estradizione dei nostri connazionali per reati importanti.
Già da una decina d’anni il Paese africano aveva aderito alla convenzione internazionale che mette in contatto le polizie di ogni nazione per collaborare assieme e decidere la sorte di criminali o di grandi frodatori.
Prima di allora, come oggi ancora Madagascar, Namibia, Cambogia, Belize, Nepal e Capo Verde (tanto per citare i più gettonati) il Paese africano era considerato un “buen retiro” dove potersi nascondere e ricominciare una vita. Prigione dorata o paradiso d’impunità dove proseguire le proprie malefatte, se proprio si aveva la disonestà nel proprio DNA.
Negli ultimi anni la lotta globale al terrorismo ha intensificato i rapporti tra gli stati che aderiscono ai trattati delle Nazioni Unite sulla lotta al radicalismo islamico e alle sue cellule sparse per il mondo.
Anche in quest’ottica, oltre che per la crescita di rapporti economici bilaterali, il Governo italiano due anni fa ha raggiunto un accordo con il Kenya, firmato dal Ministro della Giustizia Orlando con il pari ruolo keniano Rotich, per favorire l’estradizione di chi si è rifugiato in Kenya pur dovendo scontare una pena per reati criminosi in Italia, o di chi è latitante per non essersi presentato dopo aver raggiunto un avviso di garanzia con imputazioni che vanno dall’omicidio all’associazione a delinquere.
Quindi da due anni a questa parte l’Interpol può chiedere, condurre o partecipare ad azioni congiunte per catturare stranieri di stanza in Kenya che abbiano un mandato di cattura internazionale.
I nomi sono messi in rete e a disposizione di tutte le centrali di polizia del Paese (compresa quella di Mombasa, ad esempio) e non è difficile controllare che effettivamente uno straniero residente in Kenya sia ricercato a livello mondiale.
Nel frattempo anche la giurisdizione internazionale sta cambiando, e si tende ad estendere i reati internazionali anche alla bancarotta fraudolenta e alle truffe aggravate ai danni di altre persone, e non solo contro lo Stato, allorché i truffati siano più di uno e si costituiscano in comitati (class action) e richiedano un’azione internazionale allo Stato.
Questa secondo noi è una buona notizia per Malindi e dintorni, che fino a una decina d’anni fa era considerata una delle mete più ambite dai mariuoli non solo italiani.
Negli anni Ottanta, senza internet e social media e con un’idea più esotica e avventuriera, e meno edilizia e mondana, si sorrideva di qualche ex brigatista, o del presunto passaggio del “mostro del Circeo” Andrea Ghira o di qualche altro scappato dalle patrie galere.
Dopo Tangentopoli abbiamo avuto delfini di Craxi, squali di Cirino Pomicino, pesci piccoli e grossi della prima Repubblica ed esche della seconda. Assessori dalle scope d’oro, consiglieri dalle narici di platino, teste di legno, faccie di tolla e irriducibili del bunga-bunga.
Come cantava il grande Lucio Dalla: “E senza grandi disturbi, qualcuno sparirà, saranno forse i troppo furbi e i cretini d’ogni età”.
All’inizio del Terzo Millennio abbiamo ospitato persone che attendevano serenamente prescrizioni, depenalizzazioni, amnistie o rivisitazioni dei loro processi.
Connazionali affabili, simpatici, rispettosi della popolazione locale e delle sue leggi, che si lasciavano dietro fallimenti ed altri guai, debiti o grane di ogni tipo.
Piano piano la nomea di una Malindi regno dei latitanti, dolce amaca per nababbi e terreno fertile per indefessi paraculi.
Spesso piccole cose, che anche oggi non sono degne di finire nei terminali dell’Interpol.
Non è il caso di “associazione a delinquere finalizzata a reati finanziari, fiscali, societari e contro il patrimonio”, l’accusa formulata nei confronti di Mario Mele, il gestore del bar nel centro commerciale del Nakumatt a Malindi.
Al di là di come finirà la vicenda del conosciutissimo sardo, gente come lui oggi non può più pensare di mettere piede in Kenya, senza dover temere di essere acciuffata e riportata in Italia.
E anche i pochissimi che da anni vivono dalle nostre parti e l’hanno fatta grossa in Italia, iniziano a capire che la costa keniota non è più un posto così sicuro.
Infine, a tutti quelli che mi hanno chiesto che danno facesse un “gran lavoratore” come Mario che “dava lo stipendio a tanti kenioti”, rispondo che il danno d’immagine per Malindi, e quindi per il settore turistico e le migliaia di persone (non sette camerieri, quattro barman, tre cuochi e due lavapiatti) è sempre immane. Basta vedere quello che hanno scritto i giornali in Italia su questa vicenda.
Addirittura che la cocaina e l’eroina sequestrata ai cosiddetti “baroni della droga” alimenterebbe lo sballo nelle discoteche di Malindi.
Chi conosce Malindi e le sue discoteche (due) o i beach party (due, una volta a settimana), sa benissimo che questa è una cazzata bella grossa.
Ma fa il giro d’Italia e non solo.
Insieme alla nomea di località turistiche che ormai sono per il 99% popolate di connazionali che magari non saranno degli stinchi di santi, nel senso che uno magari da ragazzo ha rubato una forma di grana all’Esselunga, o molestato una compagna di banco, o come tanti connazionali in Italia, ha fatto lavori poco onesti come l’allibratore, il pappone o il politico. Ma siamo nella media nazionale e credo anche mondiale. Passare tutti per delinquenti no, quello agli italiani che vivono e lavorano in Kenya non va più bene. Magari con metodi un po’ più cristiani, ma prego, venitevi a prendere gli altri quattro o cinque che mancano all’appello, grazie.

TAGS: Mario MeleEstradizione Kenya

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