Editoriali

EDITORIALE

La Malindi che non fa notizia inghiottita da verità e menzogne

Tutto in un calderone, ma a beneficio di chi o cosa non si sa

27-02-2019 di Freddie del Curatolo

Trent’anni che frequento il Kenya, quindici che vivo a Malindi, dieci che ne parlo e ne scrivo ogni santo giorno.
E’ abbastanza per potervi dire che Malindi fa ancora notizia.
Purtroppo però, a parlarne c'è sempre troppa gente che non la conosce nelle sue pieghe o che ci si approccia solo adesso per vari motivi.
Ognuno spinto da un interesse che, giusto o sbagliato che sia, tiene poco conto di quel che Malindi rappresenta per tanti italiani e di quello che gli italiani rappresentano per Malindi.
Si confondono turisti di giornata con residenti decennali, imprenditori seri e motivati con improvvisati e mezzi delinquenti.
D'altronde come si può parlare di "comunità italiana", quando ognuno si fa gli affari propri se non le scarpe a vicenda?
Quello che non riusciamo a capire è che è proprio il nostro non saperci consorziare, non avere un senso di appartenenza comune, a fare di noi un bersaglio facile, ogni volta che si materializza l'occasione di parlare di questi luoghi. 
La Malindi italiana, lo scrissi già in passato, è come una bella donna.
Un’attrice dall’aria esotica ma allo stesso tempo familiare. 
Com’è naturale, da giovane era più attraente e famosa, faceva parlare di sé per la sua bellezza ma anche per i suoi eccessi, per i gossip e i retroscena, per i servizi di facciata e i “lati B”.
Dopo quarant’anni l’avvenenza ha lasciato il posto a un’aura diversa: un misto di saggezza, disincanto, decadenza e una verve più interessante.
Ma rimane una splendida signora da frequentare, perché può sempre regalarti qualcosa di speciale.
A differenza di un tempo, però, fanno notizia solo le sue rughe, i difetti che la giovane età nascondeva e che oggi vengono evidenziati come piaghe, la maldicenza che non ha compassione e l’invidia di un tempo (ma anche un po’ di chi non la frequenta oggi) che si trasforma in disprezzo e delazione.
Certo, la Signora ogni tanto si intrattiene con persone poco raccomandabili, per abitudine o ingenuità si fida spesso di compagnie sbagliate, di personaggi squallidi e s’infila in situazioni da cui ne esce sempre un po’ ammaccata.
Ma vi assicuro che oggi, di lei, sono sempre più gli aspetti, le storie, i risvolti umani che non fanno notizia.
Non solo, ma la Signora ha anche un bel manipolo di “haters”, per usare un termine in voga ai giorni nostri.
Un tempo, quando sapevamo usare la lingua di Dante e di Manzoni e ce ne facevamo un vanto, si sarebbe detto “livorosi” o “rancorosi”.
Frustrati e frustrate di ogni genere che sono stati respinti dall’affascinante partner-Malindi, sedotti e abbandonati o chissà cos’altro.
Senza parlare del deterioramento dell'informazione, della professione di cronista e osservatore della realtà, che ha visto il proliferare di un altro genere di redattori, che oltre a non avere un'etica, non hanno nemmeno come primo obbiettivo raccontare la verità.
Grazie quindi agli odiatori professionisti e ai disinformatori di professione, ogni storia legata a Malindi ha subito il suo lato oscuro, il suo mistero, la sua deriva criminale.
E questo, per noi che da sempre ci battiamo per una Malindi frequentata da gente pulita, che la capisce e rispetta la sua gente, la sua multi etnicità e ringrazia la fortuna di poter vivere qui (e non la disgrazia di esserci costretti), è un vero peccato perché denunciando ogni fatto come negativo, si rischia di mettere nel calderone tutto e il contrario di tutto, senza distinguere più le notizie vere da quelle false.
Resta il fatto che quelle buone, come avviene ormai ovunque, non fanno notizia.

Non fa notizia che a Malindi convivano da sempre in armonia diverse razze, religioni, correnti di pensiero e fasce sociali. Sono davvero pochi i luoghi nel mondo dove questo avviene.
Non fa notizia che centinaia di italiani vivano a Malindi da trenta, quaranta, cinquant’anni nel rispetto di questo Paese e della sua gente, senza mai esserne stati costretti. Sono felici di continuare a farlo e non tornerebbero indietro sulla loro scelta.
Non fa notizia che a Malindi ci sono decine di migliaia di keniani, di almeno tre generazioni, che hanno una casa dignitosa, hanno fatto studiare i loro figli (anche fino all’università, a cui in Kenya accede il 5 per cento dei giovani) e si sono potuti permettere un accesso privilegiato alla sanità e alla pensione grazie agli italiani.
Non fa notizia che ogni mese attività italiane paghino ai loro dipendenti keniani stipendi più alti di quelli suggeriti dallo Stato e dai sindacati delle varie categorie.
Non fa notizia che, nonostante i soliti furbi che ci ricordano anni e anni di inutile lotta all’evasione fiscale nel nostro Paese, a Malindi ci siano tantissimi connazionali che pagano regolarmente tasse, licenze, permessi di lavoro e di soggiorno e che contribuiscono a quello che statisticamente è l’introito principale della Contea.
Non fanno notizia i tantissimi italiani che, pur non avendo una Onlus o un’associazione, aiutano le famiglie di keniani poveri e non regalando loro caramelle o sorrisi in cambio di un selfie, ma costruendo loro case, pozzi e contribuendo ad altre opere utili, oppure donando suppellettili o semplicemente pagando rette scolastiche ai figli o aiutandoli in caso di problemi di salute.
Non fa notizia chi considera Malindi la propria residenza e quindi spontaneamente assiste disabili, ragazze madri, bambini problematici, anziani, comunità rurali flagellate da vari problemi come fossero loro concittadini. Semplicemente perché si sentono più a casa qui che in Italia.
Non fanno notizia i professionisti italiani di Malindi e Watamu: ristoratori che lavorano con passione, maestri dell’hospitality, guide safari esperte che ti fanno innamorare della savana, sportivi che ti fanno vivere l’emozione degli sport acquatici.
Non fanno notizia le NGO serie, i progetti agricoli che mirano all’autosostentamento, le Fondazioni che hanno costruito interi reparti di ospedali, pronto soccorso, dispensari.
Non fanno notizia, ed è un peccato che vengano occultati dall’immondizia che oggi inquina i pensieri, i dibattiti virtuali e le finestre mediatiche di una società che con la sporcizia morale e culturale ultimamente va a nozze.
Molti di loro però ci sono abituati e non se ne preoccupano più di tanto: in Africa, quando vai a fari spenti, puoi ancora ammirare le stelle e godere di un immenso, salvifico e giusto silenzio.

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