Editoriali

EDITORIALE

Malindi sempre più esempio di pace e buonsenso

Ma il mondo avariato non vuole conoscere la ricetta dell'integrazione

16-12-2015 di Freddie del Curatolo

Premetto che questo è un portale d'informazione a sfondo turistico che racconta un luogo, una comunità e al limite un modo di vivere. Ma quando vicende internazionali "forti" toccano tutti, certi paragoni con la realtà keniana non possono essere evitati.
In questo senso fa molto strano vivere a Malindi, a cinquanta metri da una moschea e a mezzo chilometro dalla chiesa più vicina, e leggere quel che accade nel mondo occidentale.
Non tanto la desolazione e la rabbia per l'ennesima strage di innocenti, quanto per le prese di posizione di chi è convinto di sapere cosa è giusto, cosa sbagliato, di chi è la colpa e cosa andrebbe fatto. 
Sarà che l'Africa è la terra del dubbio, il luogo in cui, come scriveva Ernest Hemingway, "una cosa vera all'alba è menzogna al tramonto", sarà che prima di formulare qualsivoglia pensiero qui è possibile ancora prendere fiato e respirare aria buona per i neuroni, sarà che ci si fa contagiare dalla serena e filosofica accettazione di chi non ha nulla da perdere e tantomeno da proteggere. 
Sarà anche che da sempre chi frequenta Malindi e Watamu si muove a stretto contatto con persone di religione islamica e mai potrebbe venirgli in mente di pensare di loro quel che ha scritto il direttore di "Libero", con l'aggravante di pubblicarlo su un quotidiano. 
E anche sentire un uomo politico sbraitare "non esistono islamici moderati", suona proprio stonato qui, dove con gli islamici c'è rispetto, confronto e dove entrambe le culture (e non a caso possiamo chiamarle "culture") sanno benissimo, semmai, chi sono i "bastardi". 
In questi giorni in cui il silenzio dovrebbe essere la migliore risposta a quel che è accaduto, in cui da qualsiasi pulpito, bandiera e clan ci pare di ascoltare solamente prese di posizione e proclami, mi torna alla mente la preghiera interreligiosa a Malindi, all'indomani della strage di Garissa. Imam, Arcivescovo, rappresentanti degli indù, della chiesa anglicana e persino degli animisti tribali, non pregarono la gloria di un Dio, ma per la salvezza dell'uomo. 
L'integrazione è possibile, probabilmente oggi solo in microcosmi e piccole realtà. Non potrebbe essere questa, allora, la ricetta giusta? Fare di ogni società tanti microcosmi? Tornando a confrontarsi, a conoscersi, a capire il perché di tanta diversità. Ma davvero, non per cinque minuti sui social forum. Come detto in apertura, non è mio compito addentrarmi in analisi socio-politiche sui perché e sui retroscena di questa guerra in cui la religione è sicuramente l'ultimo dei motivi.
Tutti insieme per la salvezza dell'uomo, contro chi recitando alternativamente il ruolo del buono e quello del cattivo, ha distrutto la nostra serenità. Politici, giornalisti, sociologi, buonisti, fallaciani, assolutisti e prevenuti, nichilisti e populisti. Perché non venite a farvi un giro a Malindi, a prendere un po' di silenzio e a capire come si possa ancora vivere (non senza momenti difficili, come capita in famiglia, sul luogo di lavoro, al bar) in armonia con il prossimo. 

TAGS: Malindi integrazioneMalindi multietnicaReligioni Kenya

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