Editoriali

RICORRENZE

Perché celebrare la donna in Africa ha ancora più valore

Il Continente-Femmina e 4 grandi keniane da non dimenticare

08-03-2018 di Freddie del Curatolo

“Se l’Africa non fosse donna, si chiamerebbe Africo”.
La battutaccia non è mia (per fortuna, ma ho fatto anche di peggio) ma di un collega scrittore, giornalista e viveur del secolo scorso.
In effetti l’Africa può essere considerato un continente-femmina.
Se si pensa a come sia stata presa d’assalto vergine, alla schiavitù, all’imposizione di regole, ma anche alla sua fierezza, alla sua fertilità e la capacità di figliare e crescere i suoi pargoli, al suo essere indifferentemente Santa, Selvaggia, Pura e Puttana, l’Africa in questo gioco di simbologie è sicuramente assimilabile al sesso femminile.
In principio, gran parte delle tribù che popolavano il Kenya, ad esempio, erano di stampo matriarcale.
Le donne governavano la casa, il terreno e i figli.
Agli uomini toccava la caccia, la protezione dalle belve feroci e fornire la materia prima utile alla riproduzione. 
L’arrivo di tribù nilotiche ostili e guerrafondaie, costrinse i bantù a cedere il comando delle proprie famiglie agli uomini e come aveva vaticinato la profetessa dei Mijikenda, Mepoho, la loro civiltà si sarebbe snaturata, cancellando secoli di storia e serena convivenza tra tribù e anche all’interno degli stessi nuclei familiari.
Come avrebbe affermato più avanti, all'inizio del Novecento, il pedagogista e missionario ghanese James Emman Aggrey: «Se educhi un uomo, avrai educato un individuo. Se educhi una donna, avrai educato una Nazione»
Proprio in quegli anni in Kenya fu una donna, Mekatilili Wa Menza, a dare al suo popolo un primo impulso rivoluzionario, posando la prima pietra lungo la tortuosa ed insanguinata strada che avrebbe portato il Paese all’indipendenza dall’Impero Britannico.
Mekatilili era una giovane donna giriama nativa dell’entroterra di Kilifi che, dopo aver subito il rapimento dei due fratellini minori da parte di mercanti arabi che li avrebbero venduti come schiavi, decise di ribellarsi e di creare il primo movimento di resistenza della costa keniana, arruolando contadini e pastori da Kilifi a Mambrui. La storia tramanda il suo coraggio e il suo carisma, come poche altre figure femminili nel mondo.
Per due volte fu imprigionata dagli inglesi in campi di lavoro simili a lager, e per due volte riuscì ad evadere e a tornare nel “bush” dentro Malindi.
Grazie a lei ed alla sua rivolta, i Mijikenda ottennero migliori condizioni di vita e poterono lavorare la loro terra senza vederne confiscati gran parte dei frutti.
Altre grandi donne hanno partecipato, magari dietro le quinte di una battaglia di uomini e soldati come fu quella che portò alla Repubblica del Kenya.
Hanno dato spesso il loro contributo di forza interiore, di saggezza e buon senso, di cultura e impegno civile.
Una delle più note è Micere Mugo, studiosa e commediografa, incarcerata durante la rivoluzione Mau Mau e autrice insieme al grande scrittore Ngugi Wa Thiongo del libretto “Il processo a Dedan Kimathi” (il capo dei Mau Mau assassinato dagli inglesi e tradito da molti suoi compagni di lotta).
Micere è stata la prima donna a studiare in un college keniano, creando di fatto le scuole miste e ha sempre lottato per la libertà di idee e di opinioni, tanto che anche sotto il Governo Kenyatta fu costretta all’esilio, prima in Zimbabwe poi negli Stati Uniti, dove è stata docente universitaria.
Come poi non ricordare il Premio Nobel Wangari Maathai. 
Veterinaria, attivista per la tutela dell’ambiente, ha creato il movimento delle “cinture verdi”, salvando la foresta di Karura dalla scomparsa, durante lo sviluppo urbano di Nairobi, e sensibilizzando il mondo intero sulla difesa di tante altre situazioni in pericolo nell’Est Africa.
Per questo le è stato assegnato il Premio Nobel per la pace nel 2004, non solo per il suo contributo all'ambiente, ma anche allo sviluppo, alla democrazia e alla pace. 
Infine, non si può non festeggiare con orgoglio le donne che stanno combattendo l’ancestrale e sessista pratica dell’infibulazione genitale, una sorta di atroce rito di iniziazione delle adolescenti africane, causa oltre che di mutamenti della sessualità, anche di gravi infezioni. 
Un’eroina su tutte, la maasai Nice Nailantei che poco dopo la maggiore età è diventata un simbolo mondiale della lotta alle mutilazioni genitali femminili.
Cresciuta in un villaggio rurale alle pendici keniane del Kilimanjaro, in Kenya, come Mekatilili Wa Menza è fuggita per ben due volte, ma non dagli schiavisti britannici, bensì dalla propria famiglia.
Ora gira il mondo come ambasciatore di Amref. 
Il suo impegno assieme all’associazione che da sempre si batte per i diritti sanitari dei popoli africani, le ha permesso di salvare più di 2600 donne di diverse comunità tribali.
Forse l’Africa che piace a noi è donna, perché le donne sanno darsi da fare e fin da quando sono state costrette a trasportare grossi carichi semplicemente mettendoseli sulla testa, sanno camminare a testa alta, con fierezza.
Auguri donne, auguri Africa! 

 

(in copertina: Gian Paolo Tomasi, "Amay")

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