Editoriali

EDITORIALE

Perché l'Italia non riapre il Kenya al turismo

Riflessioni di chi prima di sentenziare, cerca di capire

17-10-2020 di Freddie del Curatolo

Contrariamente a quanto alcuni lettori pensano e mi hanno scritto, non sono un fan della chiusura dell’Italia e di parte dell’Europa ai viaggi per turismo oltre la cosiddetta area Schengen.
Però non sono (non lo sono mai, non solo in questo caso) neanche tra i Tuttologi, Presidenti del Consiglio Social e Ministri della Sanitwitter che bollano come assurda e scellerata questa decisione.
Semplicemente cerco di capire quali siano le motivazioni a tutela dei propri cittadini e dei Paesi stranieri con cui, a livello di rapporti UE, ci sono sicuramente degli accordi.
Capire non vuol dire accettare e condividere, ma semplicemente informarsi e umilmente fare il proprio mestiere che se per me è quello di giornalista che informa, per il lettore è quello di chi ha una fonte in più da consultare e che si spera ritenga fidata.
Dallo scorso mese di luglio, ho quindi consultato siti di settore (viaggi e turismo), dei Ministeri degli Esteri di mezza Europa (traducendo anche dal norvegese...) e via dicendo.
Ecco un po’ di motivazioni possibili, dal lato di chi Governa.
Per prima cosa il problema è la circolazione del virus e di diversi “ceppi” del medesimo.
Non potendo per ovvi interessi economici e di mercato chiudere le frontiere interne, a meno di lockdown improvvisi o di selezioni Paese per Paese (come sta accadendo con la Francia ad esempio), si cerca di impedire o sconsigliare il flusso “provvisorio” di turisti in andata e ritorno da altri Paesi di cui non si conosce il reale impatto con il Covid-19.
Quella del Kenya ed in particolare di Malindi e Watamu è una situazione anomala, rispetto a 132 destinazioni del mondo chiuse al turismo, dove solitamente chi va, torna dopo una o due settimane e non tre mesi più magari altri tre. E chi esce per la normale vacanza di una settimana non ha neanche il tempo di dimostrare che non è stato contagiato, né con un tampone in uscita (che prova solo la negatività fino a qualche ora prima) né tantomeno in rientro, dove pertanto sarà costretto a fare la quarantena.
Ma qui andiamo direttamente al secondo motivo, meno ufficiale: i controlli negli aeroporti.
Si sa per certo che a fronte di controlli abbastanza efficaci all’uscita (alcuni italiani ci hanno riferito che non sono stati soggetti a verifiche del loro stato di non turisti) al rientro quasi nessuno è stato segnalato all’ASL per iniziare la quarantena. La restrizione nelle uscite per decreto in questo caso sembra quasi un limitare al massimo la difficoltà nel mettere in pratica le disposizioni.
Una terza motivazione riguarda le difficoltà che il cittadino italiano potrebbe incontrare da turista all’estero nel caso si ammalasse di Coronavirus. In Paesi come il Kenya è necessario l’isolamento di 14 giorni e se sintomatici questo deve avvenire in strutture ospedaliere non proprio idonee e con alti costi di ricovero. Nel caso della terapia intensiva si parla anche di 600 euro al giorno.
A questo si aggiunge anche la probabile perdita del biglietto di ritorno.
Le cose potrebbero cambiare se, come pare, le compagnie aeree si organizzassero come sta facendo ad esempio Ethiopian Airways, offrendo assicurazioni temporanee Covid-19 al biglietto, spesso senza costi aggiuntivi. Ma anche tali assicurazioni vanno verificate per modalità e tempistiche.
Abbiamo poi il problema degli eventuali voli di rimpatrio dai Paesi che dovessero richiudere le frontiere, che hanno rappresentato per i Governi europei un impegno importante e dispendioso e per il quale quasi tutti i Paesi hanno chiesto contributi del fondo monetario di Bruxelles che oggi non sarebbero disponibili.
Infine, per rimettere in moto la macchina del turismo organizzato, bisognerebbe dare tre o quattro mesi di tempo ai Tour Operator per allestire programmi, campagne pubblicitarie, accordi con agenzie, resort e prenotazioni. I numeri consigliano per adesso di tenere chiuso anche alle stesse aziende, perché Natale e Capodanno sono già troppo vicini.
A parte il tentativo di NEOS di cui vi abbiamo parlato due giorni fa, altri vorrebbero salvare almeno febbraio e marzo 2021, e stanno lavorando in quella direzione.
Quindi se ora come ora si riaprisse al turismo, sarebbe un “turismo fai da te” che non darebbe né grandi benefici all’imprenditoria italiana, né al settore vacanze nei vari Paesi di destinazione.
Ma solo a degli esseri umani che amano la libertà e hanno voglia di viaggiare per conto loro.
Quanto pensate che possano contare questi poveracci?
Indubbiamente anche noi che rappresentiamo un fazzolettino di mondo frequentato dagli italiani, come molti di voi “malati d’Africa” confidiamo che arrivino presto delle eccezioni, che si apra qualche corridoio speciale.
Ma capiremmo anche il rifiuto delle autorità a riaprire: dopo le palate di fango ricevute dal Ministero degli Esteri durante il periodo dei rimpatri, quando per molti italiani tutto era dovuto magari anche gratis “perché noi paghiamo le tasse” e nonostante in Italia si fosse nel marasma generale tra ospedali traboccanti, lockdown e bare, gli abbronzatissimi “svernatori” si lamentavano per i crackers sul Boeing della Neos o delle code a Malpensa...verrebbe lecito anche a me pensare: “Ma chi me lo fa fare?”.  

( Si scherza ovviamente, è solo per sdrammattizzare.... )

TAGS: turismo kenyaitalia kenyaviaggi kenya

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