Editoriali

CORONAVIRUS

Tra cancellazioni e paure, in tanti non rinunciano al Kenya

Chi conosce rischi e meraviglie dell'Africa, valuta meglio anche il virus

03-03-2020 di Freddie del Curatolo

Dopo una giornata di ansie, preoccupazioni di cancellazioni e quarantene, gli italiani che hanno prenotato un viaggio in Kenya per i prossimi giorni e settimane, hanno tirato un sospiro di sollievo, felici di poter respirare a pieni polmoni e di non perdere il proprio sogno africano.
Già, perché se è vero che le compagnie aeree di mezzo mondo stanno riducendo drasticamente i loro servizi e che la IATA denuncia il crollo delle prenotazioni e perdite importanti (e quasi il 50 per cento dei passeggeri che non si presentano agli imbarchi nel mondo, consapevoli spesso di perdere i soldi del biglietto), gli amanti del Kenya difficilmente rinunciano alla vacanza programmata.
Le cancellazioni di questi giorni che affliggono resort e tour operator appartengono soprattutto a chi si approccia per la prima volta al Kenya, a chi decide di non partire per non frequentare un aeroporto affollato o un aereo possibile ricettacolo.
Da ieri il nostro portale, che ha registrato 20 mila visite, ha ricevuto almeno un centinaio di messaggi e mail di connazionali che si apprestavano a partire per il Kenya, con destinazione finale Malindi, Watamu, Diani e Nairobi.  Nessuno di loro ha cambiato idea e la possibilità dell’auto isolamento li ha messi in agitazione. Alcuni, che si fermeranno dai 3 ai sei mesi, avevano già accettato questa possibilità, chiedendo lumi sulle regole da seguire.
Quando poi in serata è arrivata la marcia indietro del Governo keniano, eccoli riempire le valige e prepararsi al safari o ai bagni nell’Oceano Indiano.
E’ un numero esiguo, per soddisfare le esigenze del turismo ed il suo indotto che ricade anche sull’impiego e sul guadagno della popolazione locale, il numero lo fanno in particolare gli arrivi settimanali dei turisti mordi-e-fuggi che in ogni caso stavano già scemando.
Sono i “repeaters”, i “Malati d’Africa” per cui il Coronavirus è quello che è, semplicemente un rischio in più con percentuali ridotte rispetto a salire su un matatu a Eldoret ed arrivare sano e salvo a Kilifi, o a contrarre il colera nello slum di Mathare a Nairobi facendo volontariato. La malaria continua mietere vittime e non come la nostra influenzona cinese solo sugli over 60, ma soprattutto sui bambini. Chi viene in Africa forse è abituato a non fare distinzione tra ricchi e poveri, occidentali e orientali e questo virus “borghese” che occlude le vie respiratorie e svuota i supermercati è così poco africano che sembra difficile, eticamente, che possa attecchire in Kenya e nel Continente Nero.
Per lo stesso motivo, siamo certi e ci auguriamo che nessuno di questi viaggiatori abbia la sfrontatezza di mettersi in viaggio in condizioni di salute non ottimali e  al limite senza essersi fatto il tampone con due linee di febbre, anche perché come recita l’avvertimento del nostro Ministero degli Affari Esteri, chi dovesse essere colto con sintomi all’arrivo in Kenya e senza certificazioni di negatività, potrebbe bloccare e far mettere in quarantena anche gli altri passeggeri.
Questa dicitura è ovviamente un invito ad autorità aeroportuali e compagnie aeree ad esercitare controlli appropriati anche alla partenza, dato che verranno ritenuti co-responsabili di eventuali casi scoperti all’arrivo in Kenya.
E buone vacanze, in tempi duri.
Ma noi, da queste parti, alla durezza ci siamo abituati.
E’ quasi necessaria, per continuare a renderci conto di tutta la meraviglia che ci circonda.

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