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Marco Sbringo Bigi, la "legenda" del pianista sull'Oceano Indiano

La nuova vita africana del musicista italiano più conosciuto e richiesto a Malindi e Watamu

15-12-2017 di Freddie del Curatolo

Alla domanda “c’è un buon musicista a Malindi?” da qualche anno a questa parte non si può che rispondere con il suo nome, Marco Bigi. 
Ma ancora meglio con il simpatico “nomme de plume” guadagnato dietro le quinte di tanti anni di carriera tra teatri, televisione, palchi d’ogni forma e grandezza e villaggi turistici: Sbringo.
Ne sono passati almeno cinque da quando i keniani, al vederlo passeggiare sulla spiaggia di Silversand, lo apostrofavano con un meno pertinente “Biriatore”, per la folta chioma brizzolata, unico particolare in comune con il tycoon del Billionaire.
Ora Sbringo è per tutti “the musician” o semplicemente Marco.
“Avevo già avuto qualche assaggio d’Africa durante le parentesi dal teatro e dalla TV, quando sceglievo di suonare qualche mese al caldo in località lambite dall’equatore – racconta Sbringo – ma non ero mai stato in Kenya. Fu nel 2010 che io e mia moglie Lara decidemmo di esplorarlo per un paio di settimane, con in più l'occasione di andare a salutare i numerosi amici residenti. Ovviamente la savana ci stregò ma, giunto a Malindi e da veterano dei tropici, non rimasi tanto incantato dal sole, dal clima e dalla natura esplosiva, quanto fui impressionato da diversi aspetti negativi”.
Per l’artista giramondo non fu “Mal D’Africa” a prima vista. 
“Le prime cose che mi avevano colpito erano le sbarre alle finestre, il filo spinato sopra i muri, gli askari ovunque, il divario fra ricchezza ostentata e povertà evidente e la spazzatura abbandonata dove capitava. Scrissi all’amico Freddie e convenni con lui che quindici giorni di vacanza non bastano per conoscere un paese così complesso come il Kenya.  Lui mi propose di ospitarmi per qualche mese, offrendosi come mentore e così nel giugno del 2012 partii e... fu così che il Mal d'Africa mi colse, al punto di scegliere di passare almeno otto mesi all'anno qui”.
Da allora Sbringo trascorre almeno sei mesi all’anno a Malindi, con il sottoscritto ha allestito quattro divertenti spettacoli sugli italiani in Kenya, ha composto musiche e partecipato a progetti sociali a Malindi e Nairobi e ora progetta di trasferirsi qui per sempre.
“E’ così – ammette il polistrumentista - oltre ad amare del Kenya ciò che amano tutti, natura, clima e via dicendo, quando sono qui ho la sensazione di essere vicino al Cuore del Mondo in un posto dove tutto può accadere, dove c'è spazio, più libertà e meno condizionamenti da parte del sistema. Si respira l'aria che c'era in Italia negli anni Sessanta, mi sento circondato più da speranza che da rassegnazione, e checché se ne dica, di quella paura, di cui si parla nei paesi evoluti, almeno a Malindi non c'è l'ombra. Mi piacciono i sorrisi sinceri della gente che incontro per strada, la sensazione di essere "considerato" e non ignorato come mi capita nelle metropoli civilizzate”.
Marco Bigi è persona viva, intelligente e obbiettiva, refrattario alle risposte facili, alle banalità e ai luoghi comuni.
“Conosco anche i paradossi e le cose negative di questo luogo – precisa - non amo la corruzione, l'ignoranza alla quale la maggior parte della popolazione è costretta a sottostare, ignoranza che genera il peggio degli aspetti umani, quali il fanatismo, il sospetto, la furberia, l'avidità e l'opportunismo. Però mi piace essere lontano dall'ipocrisia che regna nella vecchia Europa. Qui tutto può ancora succedere”.
Dopo un’appagante percorso artistico che lo ha visto orchestrale della Rai, nella band del comico Paolo Rossi e con il gruppo “C’è quel che c’è”, turnista con tanti cantanti italiani e compositore di musiche per film e programmi televisivi, Marco Bigi a Malindi si diverte ad impreziosire le serate di locali e resort, e pochi hanno rinunciato al piacere delle sue performance. Ma lo Sbringo di tutti i giorni non è un mondano, per due stagioni ha vissuto nel cuore del quartiere arabo di Shella, dove ancora ha un appartamento-studio musicale e si è calato con realismo e positività nella realtà locale.
“Qui a Malindi il tipo di rapporto coi locali nasce dai ruoli vicendevoli che si interpretano – ammette Sbringo -  se vado al bar per un caffè sono un bianco ricco “preso di mira” da dei poveracci che chiedono soldi, e alla fine, vista l'insistenza, ne rimango infastidito come tutti. 
È una tipologia di rapporto molto brutta ma è così per qualsiasi italiano che passeggi nelle zone turistiche. Quando invece io e mia moglie affittammo un appartamento a Shella, unici bianchi del quartiere, scoprimmo di essere stati completamente accettati da un'umanità fatta di sorrisi, strette di mano, lunghe chiacchierate a chiedersi vicendevolmente come sta la famiglia e come vanno le cose. Eravamo veramente due mosche bianche, inizialmente guardate più con stupore che con sospetto, e poi quasi completamente integrati. La stessa cosa accadde quando frequentavamo l'associazione culturale MADCA, che aveva costruito un tipico villaggio Giriama nel cuore di Malindi. Con la mia chitarra avevo conquistato tutti e io e Lara fummo adottati dalla tribù e battezzati coi nomi di Yongo e Karembo.
Passeggiando per le vie della città posso trovare un sorriso sincero, uno sguardo avido, indifferenza, interesse, curiosità, invidia, e così via.
Per quanto nella mia vita io abbia cercato di convincermi che il colore della pelle non è importante, qui purtroppo mi sono reso conto che lo è. Non perché loro sono neri, ma perché io sono un forestiero bianco, che appartiene a una stirpe che li ha frustati e schiavizzati per secoli. Da questo non si scappa. Però gli abitanti della costa hanno delle peculiarità sorprendenti, sono gentili, sorridenti, pazienti, disponibili, se vedono che hai bisogno ti aiutano perché loro sono così. Fin da bambini imparano a prendersi cura dei fratellini più piccoli, sono poveri e abituati a dividersi quel poco che hanno”.
La serenità africana del pianista sull’Oceano Indiano si legge nello sguardo, si ascolta dalla sua voce pacata e si vede nel sorriso sempre pronto. A cui si aggiunge la curiosità e la predisposizione a guardarsi intorno e voler sempre imparare qualcosa di nuovo. 
“Quello che mi colpisce degli abitanti della costa è la pazienza: un'infinita pazienza fatta di attese, di sopportazione, sempre col sorriso. I bianchi sono inevitabilmente dei corpi estranei in questo mondo fatto di regole completamente diverse dalle nostre. Noi, che spesso di pazienza non ne abbiamo, ci innervosiamo quando abbiamo bisogno di qualcosa che non arriva, come ad esempio in un ambiente burocratico, pretendiamo di applicare qui il nostro metro di misura”.
Come tutti gli anni, lo potrete incontrare indifferentemente in un suite resort di lusso, nella pizzeria del centro o a bordo piscina in un locale a due passi dalla spiaggia. 
Avrà davanti una serie di tasti bianchi e neri, con i quali si disimpegna e allo stesso tempo si diverte, ben conoscendone la differenza e il loro singolo valore, come fa con le persone. 
E alla stregua della sua vita africana, quel che ne verrà fuori, sarà sempre armonia pura. 
 

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