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Matteo, l'avventura jazz di un italiano a Nairobi

Intervista a Di Leonardo, giovane chitarrista che ha inciso un disco in Kenya

11-10-2019 di Freddie del Curatolo

Quale miglior veicolo della musica per alimentare lo scambio di culture, l’integrazione e la collaborazione tra talenti con differenti background che si possono completare, condividendo esperienze? A Nairobi questo avviene tra Italia e Kenya grazie ad un programma supportato dall’Istituto Italiano di Cultura e creato dall’Associazione Musicisti Italiani di Jazz su iniziativa del grande trombettista Paolo Fresu.
Nell’ambito del programma Air un giovane chitarrista italiano, Matteo Di Leonardo, non solo ha trascorso un mese nella capitale keniana, ma ha avuto la possibilità di formare un gruppo con musicisti locali, tornare ed incidere un disco.
“Un’esperienza fantastica – commenta Di Leonardo, intervistato da malindikenya.net – quando ho partecipato al bando che proponeva la “residenza artistica” in una capitale straniera, non mi aspettavo né di essere scelto, né tantomeno che mi fosse assegnata Nairobi. Era la mia prima Africa e devo ammettere che un po’ di timore affiorava”.
Tempo di arrivare in Kenya, confortato dall’accoglienza della nostra Ambasciata e di conoscere il sassofonista locale Juma Tutu, eminenza grigia del swahili jazz, ed ogni remora è sparita.
“Mi sono tuffato nei ritmi del nuovo movimento musicale di Nairobi, ricco di contaminazioni con soul, rhythm and blues e la tradizione dell’Est Africa – racconta Di Leonardo – sono entrato a far parte del gruppo di Tutu, la Swahili Jazz Band e ho incontrato realtà importanti, come quella del Nairobi Horn Project. Personaggi autentici, talenti perlopiù autodidatti perchè qui non esiste un conservatorio dove si possa studiare musica jazz. Quando ho proposto delle mie composizioni da suonare e mi sono presentato con gli spartiti, tutti mi hanno guardato come fossi un alieno. Nessuno di loro legge la musica, ma andando ad orecchio hanno imparato alla perfezione i pezzi”.
Durante questa esperienza, Di Leonardo ha anche toccato con mano una realtà ben diversa da quella europea. Molti musicisti arrivano da realtà dure e povere dei sobborghi della capitale e per loro la musica, come in America più di mezzo secolo fa, è anche un modo di salvarsi dalla strada.
“Sono stato in sale prove di periferia dove la miseria si respira ovunque – ammette il giovane jazzista di origine abruzzese – ma non ho mai avvertito disagio, anzi è stato facile grazie a loro calarmi nella società. Ho dormito a casa dei musicisti, ho preso in mano la chitarra con decine di bambini che si avvicinavano curiosi, molti di loro non avevano mai visto un “mzungu”, figuriamoci la sorpresa nel sentirlo suonare. Esperienze uniche che mi hanno fatto innamorare di questo posto. Così dopo il primo mese e dopo aver posto le basi per le registrazioni di un disco, che abbiamo deciso di autoprodurre, è stato un sogno poter tornare per altre due settimane. Per un anno e mezzo il mal d’Africa non mi ha mai mollato”.
Di Leonardo ha presentato l’album “Kabisa” insieme a Juma Tutu e la sua band la scorsa settimana al Michael Joseph Center gestito da Safaricom, azienda attiva nell’alimentare la scena jazz keniana, con il Safaricom Jazz Festival al quale hanno partecipato negli anni artisti di caratura internazionale.
“Sono sette brani miei e quattro di Juma – spiega il chitarrista che vive da cinque anni a Bruxelles – registrati in tre giorni...tutti ad orecchio ovviamente! Spero grazie a questa collaborazione e all’esperienza maturata di poter tornare ogni anno. Oltre a suonare e cercare collaborazioni con i musicisti locali, mi piacerebbe girare un po’ il Kenya. Come si fa a ripartire senza aver fatto un safari?”

TAGS: musica kenyajazz nairobimusicisti kenyaitaliani kenya

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