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Nicolò, solidarietà giovane e intelligente in Kenya

Govoni è a Nairobi per aprire la prima scuola internazionale per profughi

11-07-2020 di Freddie del Curatolo

È arrivato in Kenya con il suo carico di entusiasmo, passione e professionalità e con idee innovative di una solidarietà intelligente e non estemporanea.
Nell’annus horribilis che, come in tutto il mondo, in questo Paese ha sconvolto anche l’ambito sociale, Nicolò Govoni è pronto a portare un’iniezione di speranza in più, un vaccino alle miserie della nostra epoca composto da aggregazione, cultura e partecipazione.
Del giovane cremonese fondatore della Onlus “Still I Rise”, che da volontario ha deciso di dedicare la sua vita a bambini e ragazzi profughi, dando una veste manageriale al bisogno interiore di fare del bene, abbiamo scritto qualche mese fa (LEGGI QUI LA SUA STORIA) quando annunciammo l’idea di aprire una scuola internazionale per profughi a Nairobi.
Ora finalmente è nella destinazione del suo nuovo progetto, ha appena terminato la quarantena ed è pronto a iniziare questa nuova avventura.
Malindikenya.net lo ha intervistato.
“Sono letteralmente elettrizzato – esordisce Nicolò – dopo i canonici 14 giorni e il certificato di negatività al virus esco finalmente e scopro una realtà di cui fino ad ora ho solo letto e sentito raccontare, ma che Still I Rise ha studiato a fondo e vissuto già da sei mesi grazie a Giovanni Volpe, indispensabile Program Manager a Nairobi che ha “preparato il campo”. La prima uscita è stata già di lavoro: abbiamo visitato alcune strutture che potrebbero ospitare la scuola internazionale per profughi che abbiamo intenzione di aprire quanto prima. Il nostro target è un edificio da ristrutturare in una zona significativa della metropoli, ma non necessariamente simbolica, come può essere uno degli slum.
Personalmente, sono molto attratto dal quartiere di Eastleigh, la “Little Mogadishu” che però non è solo un’enclave somala, ma ospita anche cittadini etiopi, eritrei, sud sudanesi, congolesi… la convivenza e complicità tra studenti di etnie e religioni diverse è alla base del nostro programma educativo”.
Dopo l’esperienza con i rifugiati nell’isola di Samo in Grecia, nella città di Gaziantep in Turchia e successivamente in Siria, dove la onlus sta aprendo una scuola nella città di Al Dana, il grande passo dell’Africa rappresenta la maturità di una No Profit nata da un’urgenza del cuore ma divenuta in pochi anni una realtà seria e ben strutturata, che ha ricevuto il riconoscimento e il supporto di enti e organizzazioni: anche lo Stato della California ha accordato alla onlus l’utilizzo dei loro programmi scolastici.
A questo punto, la scelta del Kenya non è stata casuale.     
“L’Africa è la Terra delle migrazioni per antonomasia e degli errori dell’umanità – spiega l’autore di “Bianco come Dio” – e il Kenya è il secondo Paese per numero di profughi dopo l’Etiopia, ma a differenza dell’Etiopia qui sono concentrati in campi, Dadaab e Kakuma, dove oltre alle condizioni di disagio e miseria, per i giovani c’è mancanza di istruzione e di crescita, ovvero di speranza in un futuro migliore. Il nostro obiettivo è quello di far emergere almeno alcuni bambini da queste realtà, consegnando le chiavi per cambiare le loro vite”.
Appena individuata la struttura, come avvenuto in Turchia, Nicolò e la sua squadra, composta anche da due cooperanti keniani, partirà con la ristrutturazione e la preparazione della scuola, secondo un percorso ed un metodo che lui stesso ha creato e sperimentato con successo.
“Siamo partiti dalla scuola d’emergenza, in luoghi in cui i ragazzini vanno e vengono e si fermano per non più di sei mesi. Lì occorreva un programma d’istruzione veloce per dare un livello base, un’infarinatura. Qui invece, come in Turchia, puntiamo su un programma di 7 anni che darà la possibilità di ottenere un diploma internazionale e di accedere a borse di studio per proseguire. L’idea è di aprire con un centro di aggregazione giovanile e selezionare gli studenti, scegliendo tra i profughi di ogni nazionalità e alcuni keniani di Nairobi dei quartieri poveri, con criteri meritocratici e dopo aver valutato anche la volontà dei genitori di dare un futuro al proprio figlio. Il nostro modello prevede che il 50% degli studenti siano profughi, l’altro 50% bambini locali: tra questi ultimi vorremmo includere anche quegli studenti che provengono da quelle famiglie che, pur non potendosi permettere i costi dell’istruzione privata in Kenya, hanno comunque la possibilità di sostenere normali rette scolastiche e, al contempo, il desiderio di offrire al figlio un percorso educativo di alto livello.
Noi investiamo in questi bambini che devono rappresentare il futuro dell’umanità. Per questo motivo anche gli insegnanti locali saranno selezionati e verranno iscritti a corsi di formazione specifici, pagati dall’organizzazione. Crediamo di poter creare a Nairobi una scuola-casa che diventi una palestra di vita e di cultura, dove creare anche eventi, coinvolgere chi vive all’esterno della struttura e vuole abbracciare la nostra filosofia”.
Nicolò Govoni ha solo 27 anni e le idee molto chiare.  
Non solo è arrivato in Kenya con un progetto serio e innovativo, ma ha posto già solide basi e barriere per ridurre al minimo i rischi e ha intenzione di restare nel Paese per parecchio tempo.
“Sono ovviamente al corrente delle ultime vicende e successivi dibattiti riguardanti la solidarietà in Kenya ma noi non siamo mai stati per il “volonturismo”.  Abbiamo protocolli di sicurezza rigidissimi e concertati a livello internazionali e in Kenya siamo già in contatto anche con il COIKE. Conosciamo i pericoli del luogo per chi ha scelto questa missione e ci siamo già consolidati a livello locale, affidandoci tra l’altro ad uno dei migliori studi legali del Paese. Ora non resta che partire, sperando di essere pronti ad inaugurare la scuola in contemporanea con l’inizio del nuovo anno scolastico, a Gennaio 2021”.

TAGS: solidarietà kenyaprofughi kenyascuola kenya

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