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Stefano Floris, il raccontatore d'Africa che emoziona la Sardegna

"Nei miei spettacoli racconto i misteri di popoli e animali del Continente Nero"

30-11-2017 di Freddie del Curatolo

Forse spiegare l’Africa ai sardi è più semplice che raccontare la Sardegna agli africani, ma di certo senza passione e un po’ di mestiere, unita alla conoscenza di queste due realtà, l’impresa difficilmente coglierebbe nel segno.
Lo sa bene Stefano Floris, 42 anni, a ttore cantante ed esperta guida di safari, piacere che esercita almeno 4 mesi all'anno.
Stefano è originario dell’isola ma, a differenza di quasi tutti i suoi conterranei, quando va “in continente”, intende quasi sempre il Continente Nero.  
“Il "mal d'Africa" mi è stato trasmesso da mio padre - racconta Stefano - ma solo dal 2006, dopo la sua prematura morte, ho iniziato ad esplorare questa Terra. Prima a contatto coi felini in un centro di ripopolamento in Sudafrica, poi accanto a biologi e veterinari e infine assiduamente in Kenya".
Così è nata anche l'esigenza di raccontarla, raccontandosi.
"Fino a due anni fa, col consenso dell’assessorato regionale all’istruzione, avevo parlato d’Africa solo agli studenti dei licei sardi e a qualche scuola media – racconta Stefano -  poi ho iniziato a portare in giro per i teatri il mio monologo dal titolo “…E poi l’Africa, misteri di popoli e animali” e mi sono reso conto che la Sardegna somiglia sempre più al Kenya”.
Stefano è indubbiamente innamorato dell’Africa ma ne conosce molto bene miserie e splendori, paradossi e lusinghe.
Dalla sua gente ha preso sicuramente la volontà e l’ostinatezza, dai keniani l'ottimismo ed il sorriso sempre pronto.
Ma davvero la Sardegna somiglia al Kenya?
“Certo! Nell’isola ad esempio oramai non esistono più inverno, primavera, estate e autunno: qui fra non molto i ristoranti serviranno la “pizza due stagioni”: “Piogge No” sarà la metà dedicata ai prodotti della terra, pochissimi, che sono venuti su nonostante la siccità e la terra spaccata dal sole, raccolti dalle imprecazioni dei contadini; “Piogge Si” sarà l’altra metà dedicata ai prodotti della terra, pochissimi, che sono venuti su nonostante la pioggia e la terra troppo bagnata, raccolti dalle imprecazioni dei contadini”. 
In questi due anni Stefano ha alternato spettacoli a safari, senza mai dimenticare l’aspetto antropologico, quello umano e sociale, e senza mai perdere lo sguardo ironico e disincantato che è alla base di una visione obbiettiva di Kenya e dintorni.
Come è strutturato il monologo afro-sardo di Floris? 
“Le luci della sala si spengono, parte un video di 5 minuti che mostra alla gente chi sono e perché sono lì e al termine dell’ultima immagine faccio il mio ingresso: 2 ore e 20 minuti ininterrotte di immagini e racconti sui misteri di popoli e animali d’Africa che… non ci raccontano mai… Fa piacere vedere i sardi molto attenti mentre snocciolo dati geografici e politici del Continente Nero che suonano molto curiosi e quasi incredibili; poi li vedo sorridere mentre metto a confronto il nostro vivere con quello degli africani; ridono a crepapelle mentre mostro foto inerenti al capitolo che tanto adoro “L’arte dell’arrangiarsi” (come non potrebbero di fronte a immagini di intere famiglie keniote in 7 su una moto o di 36 persone che escono da un furgoncino da 12 sedili?!); giocano con me nell’indovinare i nomi delle decine di animali che passano sullo schermo gigante e spalancano gli occhi nel sentire quali mirabolanti curiosità si nascondono dietro un impala, un primate, un volatile, un elefante… Ma aggirandomi fra di loro, così come amo fare spesso scendendo dal palcoscenico, li vedo anche commuoversi e addirittura piangere di fronte alle foto inerenti al capitolo “Bambini soldato”, “Circhi” e Bracconaggio”. 
Stefano attraverso queste serate cerca di suscitare in così poco tempo quella ridda di sensazioni e sentimenti che abbracciano l’intero arco emozionale, che solo quell’immensa realtà che come scriveva Kapuscinski non si può racchiudere in un solo concetto e in un solo nome, può regalare.
Così dalla sua regione, Stefano ha portato i suoi racconti e le sue immagini anche a Milano, a Firenze, a Roma. 
Cosa rimane di quest’Africa raccontata col cuore e col cervello nei tuoi spettacoli?
“Tante immagini, come quella di una mamma paffutella e dallo sguardo dolce che abbassa la testa: preferisce non guardare quel povero rinoceronte sfigurato nel volto e, mentre cerca un altro punto visivo per scaricare i brividi di tristezza, copre gli occhi del figlio undicenne che sta al suo fianco. Ma anche altri genitori che si stringono maggiormente ai propri ragazzi invitandoli anzi a prestare maggiore attenzione affinché quelle crudeltà, quel sangue, rimangano loro ben impressi nella pelle. Poi messaggi di speranza, di ottimismo, di carica e le luci del teatro sommergono nuovamente la gente che, in silenzio, avanza verso l’uscita scuotendo la testa quasi a scrollarsi di dosso l’enorme quantità di emozioni contrastanti immagazzinate”.

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