Reportage

REPORTAGE

A Chakama, per raccontarvi perché si fa del bene

Siamo tornati nel villaggio keniano dove Silvia sapeva che nessuno si sente mai solo

24-11-2018 di Freddie del Curatolo e Leni Frau

Da una parte, l’Africa vergine e meravigliosa che ha incantato viaggiatori, romanzieri, fotografi e raccontatori di tutto il mondo. 
Gente ospitale e sorridente, bambini festanti, mame dell’aria austera con il cuore grande come il loro petto, mascherato sotto vesti colorate e larghe gonne che lasciano immaginare numerose gravidanze e schiene dritte per portare litri d’acqua nelle taniche per chilometri e chilometri di savana e foresta.
Dall’altra parte, il progresso che inesorabile s’insinua anche in quelle lande desolate: le motociclette che trasportano contadini con il raccolto dei campi, il bus che si ferma in mezzo a quella che nessuno potrebbe mai chiamare “piazza” e strombazza, il negozio che come attrazione principale ha la “phone bank”, ovvero una ciabatta per ricaricare i telefonini di chi abita da quelle parti.
Perché col telefonino qui ormai fai tutto, paghi la spesa, i passaggi in boda-boda, la diaria a chi ti ha aiutato nei campi e, se ti avanzano due spiccioli, ti giochi la fortuna su “sportpesa” cercando di azzeccare il risultato del Manchester United o del Real Madrid.
Siamo tornati dopo qualche anno in questo squarcio rurale d’Africa, sotto un cielo maestoso e magnetico, dove ogni giorno scorre la vita delle persone più semplici del mondo, che qualcuno ha scelto di aiutare ad aiutarsi.
Magari senza grande organizzazione, senza mezzi da cooperazione internazionale, ma anche senza malizia, con il puro intento di portare benefici a gente in mano al destino di un Continente dove la diseguaglianza sociale è un fatto evidente, tangibile.
Mentre ci guardiamo intorno, i giornalisti italiani di Repubblica, Corriere della Sera e Rai Tv cercano lo scoop, la testimonianza inedita, il "titolo".
Noi potremmo soffermarci sull'inevitabile commozione all'ingresso della casupola della onlus, sulla sensazione di scoramento davanti alla stanza numero 7 dove Silvia Romano si coricava entusiasta delle sue giornate.
Invece ci viene spontaneo cercare ancora lo sguardo delle persone, chiediamo se i bianchi che aiutano diventeranno una rottura di scatole o saranno sempre essenziali, fondamentali per la loro crescita.
Francis fa il sarto, grazie ad Africa Milele ha sempre un po' di lavoro. Silvia Romano gli aveva prospettato un buon guadagno per Natale, con borse e oggetti in stoffa solidali da vendere in Italia.
Tempo fa nel nostro sito abbiamo dato visibilità anche ad un altro dei progetti di Africa Milele nell’entroterra della Contea di Kilifi: la donazione di assorbenti alle ragazzine delle scuole superiori, per evitare che in quei giorni fossero costrette ad utilizzare stracci o foglie, o molto peggio ad offrire brevemente il loro corpo per guadagnare spiccioli necessari all’acquisto di pannolini.
Se vivi e frequenti questi luoghi e non sei una bestia, non puoi voltare lo sguardo dall’altra parte, c’è sempre qualcosa da fare. E l’ultima cosa che ti viene da pensare, quando ti dai agli altri, è alla tua incolumità. Specie in un posto così accogliente e apparentemente tranquillo come questo, dove non avverti mai il senso di pericolo che ti danno zone più civilizzate e protette. 
Purtroppo i tempi stanno cambiando, il Kenya per via dell’estrema povertà e dei cambiamenti climatici torna ad avere popoli in movimento, tribù che dopo aver assaggiato la stanzialità riprendono il loro semi-nomadismo. 
Ed entrano in contatto con altre realtà, a volte subendole, a volte cercando di approfittarne. 
Riscoprendo oggi gli sguardi di questa gente, c’è una vena di timore in più. 
Paura che un mondo fatto di piccolissime cose, di stenti quotidiani, di fatalismo a mazzetti come gli spinaci venduti nei chioschi, se ne stia andando via in favore di un tempo in cui con la strada asfaltata si potrà raggiungere l’ospedale di Malindi in un’ora, con lo smartphone si eviteranno camminate di chilometri per portare due soldi a un parente e le ragazzine avranno tutte gli assorbenti. 
Ma arriveranno anche i furti, le liti, le faide tra tribù.
Dagli sguardi della gente di Chakama non è facile convincerci che a loro questo cambiamento faccia piacere; ma senza capire questo Paese, queste zone, questa gente, senza osservare ed ascoltare una società che cambia e si evolve, pur lasciandosi trasportare dal bene immortale del fruscio del vento tra le acacie, dal ristoro dell’ombra dei baobab e dall’incanto dei colori dell’alba e del tramonto all’Equatore, non si potrà mai comprendere perché ci siano ancora anime belle, candide e vere che scelgono di passare del tempo qui.
Anime straniere come Silvia, che da queste parti non sono mai state sole, infelici, aride ed astiose, fino ad un attimo prima di scomparire per poi, chissà, poter tornare. Magari proprio a Chakama.
 

TAGS: chakamaafrica milele

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