Reportage

REPORTAGE

Lamu, paradiso keniota senza tempo (2)

Viaggio nell'isola che scomparirà col nuovo porto

24-02-2012 di Freddie del Curatolo

Gurba pulisce con flemmatica fretta africana la sua “speed boat”. 
Liquidi marroncini, antenne di crostaceo spezzate, mosche annegate compongono un guazzetto da spazzare via con altra acqua di mare.
Una spolverata di detersivo per cancellare l’odore e barca come nuova per accogliere i turisti. 
Gurba capitalizza al massimo il suo investimento, un piccolo motoscafo veloce e potente.
Fa il doppio lavoro.
La mattina va a pesca di aragoste, che rivende a un signorotto arabo che le inscatola insieme a grosse lastre di ghiaccio secco e le infila sui camion diretti a Nairobi e Mombasa. 
Le aragoste che l’oligarchia della capitale consuma insieme a costose bottiglie di vino italiano e francese, arrivano tutte da qui. Gurba ci fa accomodare sulla “speed boat” e col favore del tramonto isolano ci porta verso Shela. Farà questa doppia vita ancora per poco o comunque dovrà cambiare abitudini e ridimensionare il suo business: il Viceministro della Pesca ha annunciato il blocco ai pescatori nella zona del nuovo porto. 
“E’ la più pescosa in assoluto – spiega Gurba – soprattutto per le aragoste e i granchi. Dove andremo adesso?”. Chi ha una barca, un dhow, un motoscafo, a Lamu da sempre vive di pesca e trasporto, prima ancora che fare il taxi per i mzungu. 
“Forse ci sarà altro da trasportare in futuro, ma Lamu non esporterà più nulla. Qualcuno avrà i soldi per comprare, forse”. 
Chissà. Magari arriveranno barche più veloci e potenti della sua, per andare a pescare a cento chilometri di distanza e portare gli operai alle raffinerie che costruiranno sull’isola di Faza. 
Le raffinerie, già. Anche se le aragoste galoppassero in quella zona, avrebbero tanto carburante in corpo da diventare gustose più o meno come la marmitta di una Nissan. 
Si sa che il porto sarà soprattutto il terminale dell’oleodotto che porterà petrolio da Juba, capitale del neo costituito Sud Sudan. Resta da capire come mai debba il greggio debba essere ripulito e adattato proprio a Lamu.
“Ormai ci dobbiamo arrendere all’evidenza che il nuovo porto si farà – spiega l’ex sindaco di Lamu, Abdallah Fadhili, fautore del movimento “Port Stearing Comittee” – dobbiamo cercare semplicemente di ridurre l’impatto ambientale. Le raffinerie, ad esempio: perché non le fanno direttamente in Sud Sudan e mandano qui già il carburante, pronto da essere immesso sulle navi?”
Il Sud Sudan c’è poca acqua e ci sono ancora troppi pochi interessi. Il movimento dei politici di Lamu ha proposto Isiolo, cittadina a nord di Nairobi dove gli interessi ci sono eccome. 
Ma il Kenya insiste su Lamu e così sarà. 
Venerdì 2 marzo: arrivano i presidenti dei tre Stati coinvolti per inaugurare i lavori che di fatto sono già iniziati. Atterrano con elicotteri militari il keniota Mwai Kibaki, il Sudsudanese Kiir e l’Etiope Zenawi. Sono orgogliosi di lanciare LAPSSET, un progetto da 18 bilioni di euro che comprende, oltre al più grande e moderno porto dell’Africa che si affaccia sull’Oceano Indiano, una ferrovia e ovviamente le raffinerie. 
Il chairman di “Save Lamu”, l’associazione ambientalista che ne raggruppa una ventina, un combattivo arabo di una certa età che abbiamo intervistato la settimana prima, è stato arrestato dalla polizia mentre si preparava a manifestare a Magogoni, davanti a politici e giornalisti. Con lui una cinquantina di attivisti. Scandivano slogan contro la costruzione del porto, la mancanza dello studio di fattibilità ambientale e l’oleodotto. 
Già, c’è anche l’oleodotto. Uno identico è appena saltato in aria durante un attentato in Sud Sudan. Quello che partirà da Juba e arriverà a Lamu, finirà in mare dalla parte opposta dell’isola, oltre il villaggio elegante di Shela, in cui svetta la villa del rampollo di casa Peugeot, dove Sarko e Carlà piroettavano per far nascere l’ennesimo erede presidenziale, e quella di Carolina di Monaco. Sarà difficile rivedere i tycoon tra qualche anno sciacquarsi nel canalone turchese tra Manda e Shela. 
Magari le residenze in stile moresco saranno acquistate da qualche petroliere azero o uzbeko dal nome impronunciabile e dall’inguardabile gusto. 
“Del turismo a Lamu non frega più niente a nessuno – commenta un’imprenditrice italiana che vive a Shela da anni – in molti attendono serenamente l’avvento del porto per veder salire il valore dei loro immobili e dei terreni, poterli vendere ai primi commercianti che arrivano ed emigrare altrove”. 
Non c’è più spazio per la poesia, per il mal d’isola africana. 
“Anche a Manda – prosegue l’imprenditrice – chi ha un terreno non vede l’ora di costruirci qualcosa che potrà rendere economicamente perché funzionale al nuovo tipo di indotto che arriverà”. 
Turismo economico, lo chiama l’ex sindaco Fadhili. 
Altro che villette e cammei, condomini per ospitare tecnici ed operai, hotel da due notti e una mignotta per i dirigenti d’azienda, magari chissà anche un casinò…Perché non sognare, al posto di Lamu, una piccola Dubai? 
Proprio come Dubai, ironia della sorte, Lamu dovrà importare le aragoste dalla Tanzania. Ma avrà i soldi per farlo. Architetti illuminati, chiamati per costruire edifici essenziali allo sviluppo, restaureranno l’antico forte simbolo della città e finalmente, risolveranno la grande piaga dell’isola: le fogne a cielo aperto che scorrono di fianco ad ogni vicolo. 
Oppure Lamu diventerà la casbah, l’inaccessibile quartiere povero, dei traffici, della droga, di Sudanesi ed Etiopi trafficoni e verrà costruita una New Lamu poco distante, asettica e splendente su terreni nuovi, con palazzi a vetro e piscine al quindicesimo piano. 
Quasi quasi c’è da sperare nella bontà della predizione dei Maya.

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