Reportage

REPORTAGE

Mijikenda Walking 2012

Un popolo in cammino per salvare le proprie tradizioni

24-06-2012 di Freddie del Curatolo

Dall’altopiano di Jaribuni si dominano le due grandi vallate dell’entroterra di Kilifi.
Quella verde di foreste e colline che ci siamo lasciati alle spalle parlava di villaggi sommersi tra cespugli e rocce preistoriche, di gente antica che ha conosciuto la civiltà con l’avvento delle motorette cinesi e di scuole piazzate in bilico su cocuzzoli d’argilla.
L’altra è la spianata che porta a Bamba e il paesaggio diventa più brullo.
Qui la terra rossa sta vincendo la millenaria guerra con la verde boscaglia.
Odore di legna bruciata si confonde a campi di mais saccheggiati.
Quel poco che cresce si mangia in fretta e l’acqua scarseggia mano a mano che ci si addentra.
Jaribuni sta nel mezzo, con le sue baracche di ferramenta che espongono sacchi di cemento come oggetti del desiderio e vendono i chiodi anche singolarmente. Da qui si dominano le due vallate e verso la costa si vede l’insenatura ricoperta di mangrovie.
E’ il creek di Kilifi, da cui partono rigagnoli di acqua salmastra che aiutano i contadini del fondo valle. Dalla rena arrivano le angurie e poco distante c’è anche qualche vecchio britannico che si è insediato con una farm e coltiva piante da frutto lungo binari di fango carrabili che costeggiano pascoli di vacche, coltivazioni di anacardi e infine rimessaggi di barche, poco prima di Mnarani. 
Torniamo a Tzitzoni. I camminatori si sono alzati tardi dalle stuoie stese all’ingresso della scuola elementare. 
Una veloce colazione prima che arrivino gli alunni e scoprano con sorridente sorpresa lo sparuto esercito di nonni e zii vestiti in costume. 
Il percorso da Tzitzoni a Jaribuni è breve, così decido di percorrerne un tratto con loro. E’ festa di canti e balli, parole che ancora non conosco ma che hanno il suono di cose vere e giuste, di mantra trasmessi per secoli e ormai compresi anche dalle piante ai lati della strada polverosa. Ci scansiamo quando i camion la tagliano veloci e sconnessi, con carichi stivati in altezza che li fanno pendere pericolosamente verso di noi. 
Ci fermiamo davanti a un tugurio in cemento e fango. Ospita il consiglio degli anziani della kaya dei Kauma. Il tesoriere sembra avere il volto scolpito in una di quelle rocce nere incontrate a Jibana. Poi c’è una mama avvolta in un vestito molto colorato e un giovane che non si stacca un secondo dal suo cellulare. 
Vive i Mijikenda come una missione, uno dei pochi giovani incontrati fino ad ora. A Jaribuni, lo scopriremo pochi minuti dopo, c’è una forte componente separatista nei giovani. Sono simpatizzanti del MRC, il movimento che vorrebbe la “devolution” dal Kenya e che ha provato a farsi partito politico prima delle elezioni del 2013, per poi invece chiedere ai propri possibili elettori, di non votare. Come sempre, nella piazza del villaggio, ci mettiamo in cerchio e intoniamo (io scimmiotto, perlopiù) i canti tradizionali. Ballare è già più semplice, basta muovere i piedi seguendo i loro passi, che sono quattro: tre avanti e uno indietro. Quando lo faccio, battendo il “due” e il “quattro” con forza per terra come fanno loro, la gente che si sta assiepando intorno, si mette a ridere.
Quando poi l’avvocato Mwarandu mi presenta come “giriama bianco” Mbogo Kimera, per un attimo l’ilarità supera il rispetto per le tradizioni.
Bisogna riportare tutto al giusto equilibrio tra cultura e divertimento. Ci pensa Mwarandu, intavolando un discorso sulla difesa dei valori Mijikenda che suona anche un po’ politico, anche se molto rispettoso del governo keniota. 
L’avvocato non è affatto inconsapevole, sa bene che tra la gente di Jaribuni si annidano quelli del MRC. Infatti non tarda la domanda di un giovane, che è una professione di militanza.Mwarandu non ci casca e, nel ribadire la vocazione apolitica dei Madca, ricorda che quello Mijikenda è un processo di pace, perché questa è da sempre la strada del suo popolo e che con il Governo bisogna cercare il confronto, perché una battaglia contro Nairobi sarebbe impossibile per chiunque.
I bambini ascoltano, si annoiano, cercano lo sguardo della fotografa che li blandisce con scatti tutti per loro.
Sono pochi gli abitanti di Jaribuni che seguono la comitiva verso la kaya. Ci sarebbe il tempo di presentarsi ai mille e cento alunni di una scuola elementare, ma uno dei maestri tratta John a pesci in faccia. 
“Siete stregoni” è il refrain purtroppo già sentito. Ma il fatto che a pronunciarlo sia un insegnante e non l’uomo della strada, è ancora più grave. 
John chiede di parlare con il preside, che dopo mezz’ora è pronto a dare ragione ai camminatori Mijikenda, ma lo fa quando ormai i ragazzi sono rientrati in classe, per il ghigno soddisfatto del maestro ignorante. Anche senza i ragazzi, fuori dalla scuola partono canti e balli, tutti sotto un grande albero a ballare scambiandosi segni di pace e divorando una cassa di arance succose che ho trovato in un baracchino poco distante. 
La comitiva ora scende per un viottolo tortuoso che costeggia il creek e dovrebbe sbucare a Majajani.
Noi ci avviamo in macchina e li attendiamo. 
Sbucheranno tre ore dopo, provati per il percorso scosceso e accidentato. 
Il mzee più rappresentativo di Majajani è un personaggio da film.
Ha gli occhi di Fernandel e la mimica da guitto. 
Serafico come un mbambakofi secolare, parla con John che traduce tutto. 
Si rivolge a me, parlando per metafore. Mi vede vestito come un Mijikenda e mi chiede se ho le scarpe giuste per camminare con loro. “L’importante è avere lo stesso passo – rispondo – le scarpe contano poco”. 
Sembra soddisfatto della risposta. 
I camminatori arrivano alla spicciolata, sono stanchi e qualcuno ha preso storte o è scivolato sul fango dei sentieri. Balliamo in fretta, poi ci avviamo verso Kilifi con a bordo la giovane Furaha. La ragazza mi ha colpito perché, oltre ad essere formosa e piena di verve, si disimpegna come una ballerina da discoteca malindina, più che come una traditional dancer. “Mi ha mandato qui mia sorella Jumwa – spiega con candore Furaha – lei non può essere con voi perché da poche settimane ha dato alla luce una bambina. Così mi ha chiesto di sostituirla”. Jumwa è una delle migliori danzatrici tradizionali, ci mette l’anima e, pur non essendo una bellezza, sprigiona una grande carica sensuale. 
Furaha è molto meno passionale. Sarà anche l’età. “Mi ha insegnato tutto mia sorella – ammette – è la prima volta che ho a che fare con i Madca”. Poi aggiunge che l’anno scorso è stata eletta principessa Giriama, “Miss Hando”. Ne parla orgogliosa quasi come fosse una starletta da televisione italica. Le adolescenti carine hanno sogni identici in tutto il mondo, semmai è strano vedere Furaha scarpinare (controvoglia). Aspettiamo un passaggio per lei a Kilifi, al vecchio attracco dei ferry, sotto il grande ponte, che necessiterebbe di manutenzione.
Gli altri, esausti, stanno affrontando la strada per Kilifi a due all’ora. C’è chi si ferma per riposare ogni venti minuti, il gruppo si sfilaccia per poi ricompattarsi quando il buio s’inghiotte l’entroterra.
Ci trasferiamo a Mtondia, pochi chilometri oltre Kilifi, in direzione Malindi.
Qui, in mezzo a due imponenti baobab, come streghe buone medievali, tra sbuffi di polenta e profumi di stufato, Mama Dahabu e Mama Kapucheche stanno preparando sima con carne e mchicha per la truppa. 

Ma sono le nove e non si vede ancora nessuno. Mi chiama John Mitsanze. 
Sei dei nostri eroi sono stati ricoverati in ospedale a Kilifi.
Temiamo il peggio, lasciamo le cuoche nell’antro magico tra i due enormi baobab e ci precipitiamo alla clinica. Qui, manco a dirlo, li troviamo sorridenti, seppur mogi mogi.
Dissenteria, è la diagnosi comune a tutti. 
C’è Mzee Charo, che con il suo cappello da farmer ben calcato e la sciarpina rossa, non ha smesso di ballare da Mazeras a Majajani, ci sono due mama che chiedono acqua e riposo, gli elementi essenziali per rinascere. In questa parte di mondo si può rinascere ogni giorno, certi di non perdere il patrimonio accumulato nella vita precedente. Perché molto spesso non si ha nulla da perdere.
Basta chiedere di ritrovarsi nello stesso punto ed ecco che un giaciglio, un vestito, una razione di sima…non mancheranno.
Paghiamo il conto della clinica, John mi mostra i referti medici. C’è anche un sospetto caso di salmonella. “Lavatevi sempre bene le mani” si raccomanda, una volta tornati sotto i baobab. Acqua, riposo. Domani è un’altra vita, un’altra festa. Sono altri trenta chilometri di storia.

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