Reportage

SOLIDARIETA'

Mkondoni, nel villaggio sperduto adottato dalla comunità italiana

Hanno bisogno di tutto, noi ci siamo col programma alimentare insieme a Karibuni

10-07-2018 di Freddie del Curatolo

La strada per arrivare a Langobaya è quella che porta al Parco Nazionale dello Tsavo. 
I lavori di asfaltatura proseguono ed ora vanno anche oltre l’incrocio che porta al centro abitato a una sessantina di chilometri da Malindi.
Ma per arrivare a Mkondoni, il villaggio più sperduto tra quelli colpiti dall’esondazione del fiume Galana, dove un centinaio di anime, più di dieci famiglie sono rimaste senza nulla, dal tetto ad ogni suppellettile, svoltiamo a destra e dobbiamo macinare ancora un po’ d’Africa.
Ed è magia di terra rossa, contorni verdi da dopo pioggia e cielo che ad ovest mormora serenità e ad est annuncia tempesta; uno spettacolo di lenzuola gonfiate dal vento sospese nell’azzurro intenso che illumina la vallata del Galana.
Il percorso sterrato si assottiglia sempre più, mentre dalle colline che dominano un lago formatosi con le alluvioni, si scende lungo un tratturo verso il luogo dove gli abitanti di Mkondoni hanno deciso di posizionare il loro campo. 
E’ un sito sicuro, aperto e battuto dai venti, da cui si domina la vallata e il nuovo lago, che già offre pesci e dà la possibilità sulle sue rive di coltivare la verdura.
La vita africana è un eterno ricominciare, ma questa volta c’è voluto anche l’aiuto della comunità italiana.
Dopo aver donato materassi e cibarie ai quattro campi che la Croce Rossa ha istituito a maggio, con i fondi raccolti grazie a voi lettori e ad alcuni imprenditori di Malindi e Watamu, abbiamo deciso di aiutare questa piccola e remota realtà che è rimasta davvero senza niente.
A venirci incontro è Morris, il capo villaggio.
Dietro di lui, oltre alla sessantina di persone che sono rimaste nell’improvvisato e ormai stanziale accampamento, le baracche montate alla buona con rami, foglie di palma e tendoni raccattati un po’ ovunque. Due li ha donati la Croce Rossa, altri sono arrivati da amici, così come le zanzariere e il pentolame per cucinare.
Poi ci sono i materassi donati dalla comunità italiana, e stracci di colorati parei a fare da porta.
Per dedicarsi alla sua tribù, Morris ha lasciato uno dei tanti lavori occasionali di cui viveva e si dedica a coltivare i campi resi più fertili dalla piena del fiume ed assistere gli anziani.
“In questa capanna vivo io con le mie due mogli e dieci figli – spiega Morris, mostrando la prima baracca, che misurerà al massimo quindici metri quadri. Ce n’è una poco più grande che accoglie una famiglia di quindici persone”.
Altre sistemazioni sono coperte che sicuramente ci piove dentro, quando arrivano i temporali.
C’è una sorta di cucina comune, semiaperta, e anche una toilette di terriccio con il classico buco che dà in un pozzo a perdere. Una grande tettoia di mabati ospita le poche sedie di plastica ed il solo tavolo di legno di tutta la comunità e funge da locale di ritrovo, dove gli anziani chiacchierano e i giovani aspettano qualcuno con una moto che se li porti a Langobaya a vedere se si trova qualcosa da fare.
Quando scarichiamo i polli e la verdura che da questo mese stiamo donando tramite la NGO Karibuni, la festa è grande.
Questa volta ci sono anche succhi di frutta e biscotti per i bambini: quelli più piccoli sono in braccio alle loro madri o gironzolano intorno alle capanne, i più grandicelli stanno tornando da scuola, facendosi i soliti tre o quattro chilometri a piedi dalla Primary School.
Come spesso accade, la purezza della gente dell’entroterra ci affascina e restituisce alla bellezza del mondo e di come doveva essere prima che un altro sistema prendesse piede.
Non siamo più i ricchi occidentali venuti ad aiutare, ma semplici vicini di casa che hanno fatto capolino per condividere. Pollo, chapati, sorrisi, strette di mano.
La giornata a Mkondoni è stato questo, grazie a loro e grazie a tutti voi che ci avete dato gli strumenti per dare una mano ai più sfortunati tra gli ultimi.
 

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