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Africa Milele sotto torchio: bene per la solidarietà in Kenya

La Onlus che mandò allo sbaraglio Silvia nell'occhio del ciclone

16-05-2020 di Freddie del Curatolo

Dopo i giorni della sorpresa, delle diverse reazioni, dell’indignazione, dell’odio e della compassione, delle accuse e delle poche scuse, c’è chi sposta il mirino da Silvia Romano colpevole di genuinità incosciente in Africa, alla Onlus Africa Milele che ha accolto le sue richieste, proponendole di alloggiare in un villaggio dell’entroterra di Malindi senza alcun tipo di copertura: sanitaria, legale, lavorativa.
La Onlus per il suo modus operandi naive (diciamo così) si è guadagnata nell’ultimo anno e mezzo una pessima reputazione e ieri è stata confermata la notizia che la Procura di Roma nell’ambito  dell’inchiesta sul sequestro della loro referente a Chakama ha fatto perquisire dai ROS la sede legale e interrogato la fondatrice Lilian Sora.
Probabilmente a seguito di alcune dichiarazioni della stessa Silvia e dei genitori, il nome dell’organizzazione di Fano è comparso nel ramo dell’inchiesta che riguarda la permanenza della ragazza nella casa dei volontari di Africa Milele nel periodo antecedente al suo rapimento.
Quel che risulta ufficialmente è che la Onlus marchigiana non è riconosciuta né dell’Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo né fa parte in Kenya del COIKE, l’ombrello delle organizzazioni italiane che riunisce ed assiste ONG e Onlus con l’appoggio esterno del Ministero degli Esteri.
Da ciò si evince, e sarebbe il caso di non vederlo più scritto da nessuna parte, che Silvia Romano non è una cooperante. Ma ritengo altresì errato sostenere che non abbia svolto del volontariato.
Giusto quindi indagare sulle condizioni di sicurezza, sull’operato più o meno legittimo di Africa Milele e aprire eventualmente un fascicolo a parte se si individueranno altre anomalie, ad esempio su donazioni, finanziamenti, modalità di trasmissione del denaro, rapporto tra offerte incassate e fondi effettivamente utilizzati nel progetto keniano e attendere i risultati di tali ricerche, anche perché dal Kenya difficilmente potranno arrivare informazioni certe e sentenze ineccepibili.
Per comprendere meglio questa affermazione (come per dare tante altre informazioni e scrivere notizie sul Kenya) è necessario calarsi nella realtà della presenza italiana sulla costa keniana e tornare indietro di almeno trent’anni, quando con la comunità italiana e l’arrivo del turismo di massa, molti connazionali non riuscirono a voltare lo sguardo sulla miseria, seppur dignitosa rispetto ad altre realtà africane, dei sobborghi di Malindi e Watamu.
Nacquero così orfanotrofi, molti dei quali accoglievano solo in minima parte veri orfani, erano in pratica dei centri di accoglienza dove le famiglie bisognose preferivano lasciare i figli in sovrappiù.
In tali strutture avevano un pasto sicuro, igiene e piano piano anche istruzione gratuita.
Da lì alla fine del Secolo scorso si aggiunsero scuole, cliniche e dispensari, case d’accoglienza per ragazze madri, sieropositivi e via dicendo.
Gli italiani hanno avuto un ruolo importante in questo.
Nel 1992 organizzai uno spettacolino per i bambini del primo orfanotrofio della comunità italiana di Malindi, “The House of the rising sun”, fondato dalla famiglia Marini e da altri connazionali.
Molti residenti hanno contribuito all’espansione di quel centro e due anni dopo nel consiglio direttivo c’erano i nomi del Console Onorario di allora, Roberto Macrì e di altri imprenditori locali, non solo italiani.
Le istituzioni keniane chiaramente facevano ponti d’oro a chi costruiva strutture e le donava al Governo o al limite alle Diocesi. Per chi invece metteva in piedi iniziative totalmente private c’era la scorciatoia delle mancette, in un Paese da sempre incline alla corruzione.
In quegli anni i turisti che approdavano in Kenya erano ben forniti e generosi, lasciavano spesso donazioni inaspettate. Chi frequenta la costa keniana da allora, chi ci ha vissuto e ci vive o da anni vi trascorre mesi di villeggiatura, ha con ogni probabilità il suo progetto e la sua Onlus di riferimento e, se così non è, quasi certamente aiuta o ha aiutato a titolo personale un dipendente di casa, della propria attività o comunque un conoscente keniano.
Tanti diplomati e laureati della Contea di Kilifi hanno studiato e oggi hanno un lavoro grazie agli italiani, tante famiglie hanno una casa decente con le pareti in muratura e i pavimenti in cemento in forza di aiuti degli italiani.
Sul fronte dei turisti, per amor di verità, moltissime risorse frutto di palese generosità ma di altrettanta superficialità e di parecchia ingenuità sono andate sprecate, affidando soldi a personaggi locali di dubbia moralità o messe in mano di altrettanti fragili e non preparati keniani che non hanno saputo gestirli.
Qualsiasi organizzazione italiana arrivata in Kenya mentirebbe se affermasse di non aver sbagliato mai il tiro, di non essere mai incappata in un incidente di percorso e visto qualche spicciolo finire in tasche sbagliate o progetti conclusi prematuramente o riveduti e corretti con esborsi supplementari.
A fronte di tantissime iniziative lodevoli, negli ultimi anni le Onlus sul territorio sono decuplicate e, con l’avvento dei social, la logica di dare sempre evidenza alle loro buone azioni ha fatto convergere sulle località turistiche keniane vere e proprie fortune.
Parecchie di queste organizzazioni sono riconosciute sia in Italia che in Kenya, altre come detto sono iscritte al Coordinamento delle Organizzazioni Italiane in Kenya, ma molte altre operano qui semplicemente tramite un referente keniano, nemmeno una Trust o meglio ancora una CBO (Community Based Organisation), che è un ente riconosciuto con un’attinenza al territorio in cui si opera. Tante, persino troppe iniziative isolate e mal coordinate. Quasi tutte spinte da un cuore grande, ma come sempre accade qualcuna che ci marcia sopra.
A parte le Onlus registrate di cui abbiamo detto, il 99 per cento dei volontari che hanno soggiornato in strutture gestite da organizzazioni che hanno progetti in queste zone, non hanno mai avuto un permesso di lavoro e, pur con competenze differenti, non si trattava quasi mai di professionisti e cooperanti a stipendio. Turisti con un carico di umanità e magari un’infarinatura d’Africa, a volte neanche quella.
In tanti anni ne abbiamo eruditi a flotte. Conosciamo personalmente giovani donne che hanno messo su famiglia in Kenya, partendo da situazioni di volontariato, e hanno figli e una vita serena. Altri dopo le prime esperienze hanno deciso di approfondire e si sono creati una professionalità, altri ancora non ci hanno capito molto e hanno cambiato percorso.
Per questo il nostro obbiettivo, nel campo dell’informazione sociale, è anche quello di spiegare alle associazioni come gestire le risorse e rapportarsi con la società keniana.
Decine e decine ci hanno chiesto consigli, altrettanti avrebbero gradito solo visibilità e a molti abbiamo negato la vetrina del portale perché non li abbiamo ritenuti in linea con il nostro credo.
Noi stessi abbiamo portato avanti iniziative di solidarietà, sempre affidandoci ad organizzazioni riconosciute dalle istituzioni locali e da un po’ di tempo a questa parte soprattutto associazioni keniane.
La speranza è che questa inchiesta possa fare luce su chi fa davvero le cose per bene, oltre che fare del bene, come predica il Presidente di Karibuni Onlus Gianfranco Ranieri.
Karibuni è l’unica NGO italiana che opera nell’entroterra di Malindi, a due passi da Chakama e che ha annunciato che non accetterà più volontari nelle sue fattorie, nonostante da tempo abbia attivato misure di sicurezza sopra la media.
Se dopo i drammi, la gioia, le polemiche, i retroscena e i misteri di questa vicenda, si arrivasse una gestione più manageriale e meno turistica, senza nulla togliere all’umanità e al trasporto dei sentimenti, potremmo dire che anche dal letame di quest’ultimo anno e mezzo e da certe abitudini della solidarietà “all’italiana” a Malindi e in Kenya, è nato un fiore.    

TAGS: africa mileleonlus kenyasolidarietà malindisilvia romano

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