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Coronavirus: il Kenya si organizza ogni giorno di più

OMS: "Tra due settimane test disponibili ovunque in Africa"

05-03-2020 di redazione

Entro due settimane il Kenya, come gran parte del resto dell’Africa, sarà in grado di effettuare in tutto il Paese i test per rivelare eventuali casi di Coronavirus.
La Task Force governativa per l’emergenza Covid 19, istituita dal Presidente Uhuru Kenyatta per prevenire il contagio (tuttora non ne è stato rilevato nemmeno uno, nonostante un inizio di psicosi specialmente nelle città con ricoveri e richieste di controlli, tutti rivelatisi negativi) è al lavoro per monitorare la situazione e allo stesso tempo organizzare le aree di isolamento negli ospedali pubblici e privati convenzionati.
Mentre Nairobi e le città della Rift Valley sembrano più organizzate, memori anche dell’esperienza ebola di qualche anno fa, chi appare più indietro nell’organizzazione è la regione costiera, dove peraltro si concentra il turismo proveniente da nazioni europee dove il Coronavirus è dilagante, particolarmente purtroppo l’Italia.
Fermare il turismo in questo periodo sembra per il Paese africano il male minore, tanto più che la stagione volge ormai al termine. Molto più importante che il dipartimento della Salute si prepari quanto più alacremente per contrastare un eventuale epidemia.
Il Ministro della Sanità keniana Mutahi Kagwe ha annunciato che domani il più grande reparto di isolamento del Paese sarà pronto, all'interno del Mbagathi Hospital di Nairobi, benchè per adesso non ce ne sia ancora bisogno. Un altro centro di isolamento sta per essere attivato nella cittadina di Machakos ed un terzo seguirà a Mombasa, anche se ogni struttura di pronto soccorso della Capitale e di altre città è già provvista almeno di una stanza per la quarantena. E' questa un'eredita dell'emergenza ebola di qualche anno fa.
Per quanto riguarda la costa, il Ministro della Sanità della Contea di Kilifi ha dichiarato al quotidiano The Star che sono in arrivo a Malindi 21 kit per le analisi da Co-vid 19 e che medici locali stanno seguendo un corso specifico per utilizzarli.
Il direttore regionale dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) per l’Africa Matshidiso Moeti ha dichiarato ieri che si aspetta che tutte le nazioni dell’Africa subsahariana siano in grado di testare il coronavirus «entro un paio di settimane».
Moeti ha confermato alla Bbc che 33 Paesi del Continente, tra cui il Kenya hanno già installato le strutture per affrontare l’emergenza. Un mese fa solo Senegal e Sudafrica lo avevano fatto.
“Ci aspettiamo nelle prossime due settimane che tutti i nostri Stati membri dispongano delle strutture per diagnosticare questo virus e isolare gli ammalati - ha detto - lo scenario peggiore sarebbe se il virus si diffondesse rapidamente nelle città africane senza strutture per contenere e curare le persone”.
Per adesso non ci sono comunque casi confermati di contagio da Coronavirus sotto l’Equatore africano, mentre sotto l’area desertica sono solo due, un italiano in Nigeria ed un cinese in Senegal, già isolato al pari dei suoi tre colleghi.
Intanto è sempre più folta la schiera di ricercatori e medici che affermano che il Coronavirus non restisterebbe a temperature troppo calde, specialmente fuori dal corpo umano e sulle superfici, dove già non ha vita lunga (un’ora, massimo un’ora e mezza secondo i ricercatori) al freddo.
Quindi nella speranza che l’emergenza virus si spenga in Europa con l’arrivo della primavera e di temperature più calde, c’è anche il timore che possa coinvolgere l’Africa Subsahariana dalla fine di aprile con l’arrivo delle Grandi Piogge e di temperature più fredde. Ma come sempre in Africa in quel periodo si teme molto più la malaria e nelle zone povere come nelle periferie delle grandi città il pericolo maggiore è rappresentato da altre malattie infettive come tifo e colera, per chi non è vaccinato.

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