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CALCIO

Due keniani in una finale, mai prima d'ora

Chi sono Wanyama e Origi, protagonisti in Champions

09-05-2019 di Freddie del Curatolo

La crescita del Kenya a livello internazionale si vede anche nel giuoco del calcio, che da sempre è uno dei termometri più attendibili dello sviluppo (o degli investimenti, se vogliamo) di un Paese.
E parlando di Africa, basti pensare al Mazembe congolese che arrivò nel 2010 a giocarsi la Fifa World Cup ad Abu Dhabi, eliminando nientemeno che i brasiliani dell'Internacional di Porto Alegre per poi perdere in finale con l'Inter del Triplete. Il Congo in quegli anni viveva lo splendore del commercio di diamanti e un barlume di democrazia, prima di sprofondare nella guerra civile e di conseguenza veder tornare il Mazembe nel sottobush del football continentale.
Il Kenya come nazionale, chiamata Harambee Stars, torna quest'anno ad affacciarsi alla Coppa d'Africa per nazioni, che si tiene a giugno in Egitto, grazie ad un'epica qualificazione in un gruppo che comprendeva anche il fortissimo Ghana.
Non ha una grande tradizione di calcio, il Kenya. Pochi calciatori sono approdati al professionismo europeo, mai andata oltre la prima fase di gironi continentali per sognare di partecipare ad un mondiale come invece già toccato a nazioni partite da zero come Togo e Angola, oltre alle celebrate Nigeria, Camerun, Senegal, Ghana appunto, senza considerare le maghrebine e il Sud Africa.
Il primo calciatore di un certo livello a calcare campi di serie A europea e internazionali nelle coppe è stato Dennis Oliech, attaccante emigrato in Francia nei primi anni del Millennio e nella rosa di Nantes, Auxerre (con 25 gol) e Ajaccio per dieci stagioni consecutive. Proprio quest'anno, all'alba delle 34 primavere, è tornato a giocare nel Gor Mahia, la Juventus del Kenya.  
Poi è arrivato MacDonald Mariga: con la falcata elegante da gazzella di savana, l'ardore da felino e quel nome da hamburger, Mariga è approdato in Italia al Parma per trovarsi "al posto giusto nel momento giusto", ovvero proprio nell'Inter di Mourinho che alzò la Champions League nel 2010 a Madrid.
A nove anni di distanza la storia si ripete, anzi raddoppia.
Si torna nella capitale iberica, ma in un altro stadio, il Wanda Metropolitano che non è dedicato alla padrona di Icardi ma è il nuovo campo dell'Atletico Madrid sponsorizzato dai cinesi. E per la prima volta in assoluto in una finale di qualsiasi torneo internazionale di calcio, i keniani a giocarsi il titolo di campioni saranno addirittura due: Victor Wanyama del Tottenham Hotspurs e Divock Origi del Liverpool.
Il primo, per chi è appassionato di calcio e di Premier League, non ha bisogno di presentazioni: è da tempo un giocatore di primo livello in Gran Bretagna ed è capitano e regista della nazionale keniana con 52 presenze (e 5 gol), oltre che fratellastro di Mariga.
Giovanissimo talento della JMJ Academy, una delle più importanti scuole calcio di Nairobi, a quindici anni era già nel giro dei Leopard, l'acerrima rivale del Gor Mahia nella serie A keniana.
Notato dagli svedesi dell'Helsinborg, non ancora maggiorenne va a farsi le ossa al freddo per poi emigrare un po' più a sud, in quel Belgio che raccoglie, specie nelle serie minori, molti giovani talenti del Kenya, grazie al lavoro di un talent scout da anni in giro tra i campetti della Rift Valley.
Dal Beerschot che viene promosso nella prima serie belga, Victor fa il grande salto in Scozia. E' lo storico Celtic di Glasgow ad acquistarlo nel 2011 per la cifra record di 1,5 milioni di euro, mai spesi prima di allora per un giocatore keniano.
Nel Celtic la forza di Wanyama esplode in tutto il suo fulgore: mediano capace di rompere e creare gioco, entra nella storia del Paese africano come il primo a segnare un gol in Champions League e nientemeno che al Barcellona.
Da lì il trasferimento al Southampton, in Premier League per 12 milioni e successivamente la definitiva consacrazione al Tottenham, accanto a fenomeni come Gareth Bale (oggi al Real Madrid), Harry Kane e Dele Alli.
Meno conosciuta invece la storia di Divock Origi, il nuovo idolo dei tifosi del Liverpool e dei tanti keniani che seguono il calcio britannico.
Origi, ventiquattro anni, è nato ad Ostenda, in Belgio nel 1995 quando il padre Mike, anch'egli calciatore, giocava proprio in Belgio ed era uno dei pochissimi keniani a calcare campi europei. Mike Okoth ha giocato anche nella nazionale del suo Paese, ma il figlio Divock cresce già con la doppia nazionalità e a quindici anni viene arruolato dalle giovanili del Lille, in Francia.
Da lì dopo due anni viene notato dagli osservatori del Liverpool che decidono di scommettere su di lui.
Divock, che da ragazzo si contraddistingue per lo spirito ribelle, affina le sue doti ma anche il suo carattere, accettando di buon grado di non essere la prima scelta in una delle squadre più celebrate del mondo. Dopo aver giocato nelle nazionali giovanili del Belgio, dove ormai risiede la famiglia, Divock opta per la nazionale del Paese in cui è nato, pur ammettendo in un'intervista di sentirsi keniano e di coltivare tante amicizie a Nairobi, tanto da parlare correntemente lo "sheng", il gergo giovanile dei quartieri poveri della Capitale. Dopo una stagione fruttuosa in Germania, al Wolfsburg, torna sulle rive del Mersey, viene convocato dal Belgio ai mondiali in Russia e quest'anno ha la sua definitiva consacrazione, suggellata dai due gol al Barcellona che hanno garantito ai Reds l'incredibile approdo alla finale.
Victor e Divock, due volti diversi di uno stessa medaglia, che il prossimo 1 giugno da una parte brillerà d'oro e dall'altra sarà rivestita d'argento.
 

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