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Nakumatt Kenya: i perché di un fallimento

Inchiesta Reuters sulla caduta della catena di supermercati (tradotta da malindikenya)

16-11-2017 di Reuters

L' implosione di Nakumatt, in origine un negozio di materassi keniano a gestione familiare, poi cresciuto fino a diventare la più grande catena di supermercati dell' Africa orientale, è una parabola su come spingersi troppo oltre e troppo velocemente per cercare di speculare il più possibile sulla rapida crescita della classe media del Paese.
Il 16 novembre l’Alta Corte si pronuncerà sulla richiesta dei creditori dei supermercati Nakumatt, che chiedono garanzie sui circa 30,9 miliardi di scellini di debiti. 
Sono in gioco migliaia di posti di lavoro, e le catene di grande distribuzione Carrefour e Shoprite si stanno già muovendo per colmare il vuoto.
Si tratta di un triste epilogo - con oltre 60 punti vendita e 1.500 fornitori, il fatturato dell' azienda in passato è stato pari a quasi l'uno per cento del PIL keniota.
Gli ex dipendenti, fornitori, colleghi di lavoro e investitori di private equity delineano un quadro di un' impresa la cui capacità di gestione non ha tenuto il passo con la sua prodigiosa crescita.
"E' una tragedia che non avrebbe dovuto verificarsi - ha detto il manager Andrew Dixon, che è stato assunto in extremis per cercare di salvare l’azienda rinnovandola. L’ex dirigente di Tesco e Burt's Bees, ha smesso il mese scorso di ricoprire la carica di direttore marketing e dalla scorsa settimana lavora con Uchumi, un'altra catena keniota in difficoltà.
Dixon ha dichiarato alla Reuters che la “tempesta perfetta” di Nakumatt è stata favorita anche da un incendio con morti in un negozio, la demolizione di un altro e il noto attacco da parte di militanti islamisti nel loro punto vendita simbolo, quello del Westgate.  
Accadimenti che vanno ad aggiungersi a politiche di gestione antiquate ed altri problemi come sottrazioni  endemiche di denaro contante da parte degli azionisti.
"L' azienda non è stata capace di reggere l’urto di una gestione crescente", ha detto un altro uomo d'affari di Nairobi in confidenza con la società, che ha preferito rimanere nell’anonimato. 
Ha indicato un bilancio carico di debiti a breve termine, problemi di pagamento dei fornitori e sistemi informatici obsoleti.
Rispondendo alle domande dell’agenzia Reuters attraverso il suo pubblicista, l' amministratore delegato Atul Shah, l’erede della famiglia fondatrice, ha respinto l' idea che la gestione non fosse abbastanza scaltra e moderna. 
Shah era l’unico membro della famiglia coinvolto nella gestione di Nakumatt nel corso dell' ultimo decennio, quando l' azienda ha raggiunto il suo apice commerciale. 
Secondo Shah l’azienda non ha limitato i danni provocati da furti di merci e scorte che solitamente si aggirano intorno al 2 e 3 per cento e che nel caso di Nakumatt hanno raggiunto il 10-15 per cento, e il moderno sistema di gestione dei magazzini gestito da Oracle è arrivato troppo tardi. 
Shah ha però dichiarato che la causa principale del disfacimento della catena è stato il costo significativo di un piano di espansione del 2010 che ipotizzava una crescita economica sostenuta del Kenya di oltre il 10 per cento all' anno. 
In quel periodo l’azienda è passata da 36 negozi nel 2011 a 62 nel 2016.
"Ormai parleremmo di oltre 100 filiali. In termini di ricavi, ci si aspettava anche una crescita significativa che non si è mai materializzata, ma anche se non si è concretizzata, gli investimenti sono stati effettuati con i relativi finanziamenti".
Shah ora vorrebbe ristrutturare Nakumatt in modo che possa riemergere come una distribuzione più snella. Questo traspare dagli atti pubblici del tribunale, in cui si legge che "è ragionevolmente probabile che possa raggiungere un risultato migliore per i creditori della società nel suo complesso e garantire la continuità del business... rispetto all'eventuale azione drastica di liquidazione della società", ha scritto Shah nei documenti.

GLI ELEFANTI OSPITALI

Per più di due decenni, la segnaletica blu e bianca di Nakumatt e le grandi statue di elefanti in bronzo hanno invogliato i kenioti ad accorrere nei suoi negozi per acquistare qualsiasi cosa, dalla carne importata agli ultimi televisori a schermo piatto.
Il padre di Atul Shah ha fondato Nakumatt nella città di Nakuru, nella Rift Valley. 
La famiglia possiede ancora la maggior parte delle azioni di Nakumatt.
Atul, il quarto bambino, si è trasferito negli Stati Uniti quando aveva vent’anni e ha lavorato per Wal-Mart. 
È tornato per aprire il primo superstore Nakumatt a Nairobi nel 1992.
Anche se la portata e l' ambizione dell' azienda si sono ampliate, molti aspetti del modo in cui è stata gestita sono rimasti invariati.
L' azienda ha assunto tre top manager esterni all' azienda, tra cui Dixon, solo quest' anno. 
Ma era troppo tardi.
"Investire nelle imprese familiari può essere una sfida.... il successo passato li rende insensibili al fatto che ci sono alcuni ruoli che richiedono una gestione professionale", ha dichiarato Ayisi Makatiani, socio gestore della società di private-equity “Fanisi Capital”.
Gli investitori stranieri avrebbero potuto contribuire alla revisione della gestione e all' iniezione di contante, ma nonostante lo sciame di pretendenti, non è stato fatto alcun affare.
Una preoccupazione per gli investitori è stata la partecipazione dell' ex legislatore Harun Mwau, che nel 2011 è stato segnalato dal Foreign Narcotics Kingpin Act degli Stati Uniti per presunto traffico di stupefacenti, che egli ha negato.
Due fonti con conoscenza di potenziali investimenti hanno affermato che il ruolo di Mwau nell'azienda è stato l’ostacolo principale perché non volevano essere coinvolti dalla legge statunitense, che dopo le accuse ha congelato i beni di Mwau negli Stati Uniti.
Nakumatt ha affermato in passato che Mwau detiene azioni della società, ma ha rifiutato di confermarle o negarle alla Reuters. 
Dal canto suo Mwau non ha risposto alla Reuters che richiedeva un commento.
"Nessun potenziale acquirente sarebbe stato disposto a mantenerlo nel novero degli azionisti", ha detto una fonte coinvolta nel 2011 in una transazione con un fondo londinese.
"Il fondo avrebbe iniettato circa 110 milioni di dollari in contanti e il debito sarebbe stato appianato" ha detto la fonte della Reuters, testimonianza  confermata da diverse altre fonti a conoscenza dell'operazione, tra cui un gestore di fondi di Nairobi e un ex dipendente.
Nakumatt ha rifiutato di rilasciare dichiarazioni su quest’operazione.

CARREFOUR, SHOPRITE

Ciò che sta succedendo con Nakumatt potrebbe avere effetti di vasta portata per il commercio al dettaglio keniota e per l'economia in generale, che negli ultimi anni ha registrato un' espansione di oltre il 5 per cento e che si prevede crescerà del  5 per cento anche quest' anno. Nel 2014 la Banca mondiale ha designato il Kenya come Paese a reddito medio-basso.
Nakumatt ha stimato nei suoi documenti giudiziari che la chiusura della catena influirebbe sulle condizioni di vita di oltre 30.000 persone, tra cui 6.720 dipendenti diretti.
Il Ministro delle Finanze Henry Rotich ha detto ai giornalisti che il Governo non intende interferire negli affari delle imprese private, ma è vigile sul processo di salvaguardia dei fornitori dal mancato pagamento causato dai debiti accumulati dall’intera catena di grande distribuzione.
Kimani Rugendo, presidente dell' Associazione dei Fornitori del Kenya con più di 2.000 membri, ha detto che Nakumatt deve collettivamente più di Sh30 miliardi.
La sua società, Kevian Ltd, che produce succhi, acque in bottiglia e salse, da sola ha un credito di 90 milioni di euro. Nakumatt ha rifiutato di presentare osservazioni sulla richiesta.
"Sta danneggiando il commercio di produzione e distribuzione", ha detto.
Rugendo ha affermato che ha cercato di non perdere  il suo maggior rivenditore , anche mentre contava le sue perdite.
"È meglio il diavolo che conosci che l'angelo che non conosci", ha detto con un sospiro. 
Due mesi fa ha smesso di rifornire Nakumatt.
Wambui Mbarire, CEO dell' associazione di categoria del commercio al dettaglio del Kenya, ha detto che i guai di Nakumatt hanno costretto i fornitori a restringere i loro termini di credito, esigendo pagamenti anticipati.
Le grandi catene di supermercati internazionali stanno valutando le opportunità. Shoprite ha confermato a Reuters che vuole prendere in affitto i locali di Nakumatt in un centro commerciale di Nairobi dopo che è stato chiuso il mese scorso per via di affitti arretrati non pagati.
Carrefour, che ha aperto due ipermercati in Kenya l' anno scorso attraverso il suo agente in franchising degli Emirati Arabi Uniti, Majid Al Futtaim, aprirà un terzo questo mese in un altro centro commerciale liberato da Nakumatt.
"Il successo dei negozi ci ha dato l' impulso per pianificare una maggiore espansione della nostra presenza in Kenya", ha detto Frank Moreau, il direttore in Kenya di Majid Al Futtaim Retail, aggiungendo che i primi due negozi sono tra i meglio funzionanti del loro franchising.
Ma Carrefour Kenya non può ancora riempire il vuoto lasciato da Nakumatt, ha dichiarato Boris Planer, capo economista globale di Planet Retail, una società di consulenza retail globale.
Due decenni di crescita e un fatturato annuo massimo di 700 milioni di dollari (circa 70 miliardi di scellini kenioti) sarebbero difficili da replicare in questo momento, ha detto.

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