L'angolo di Freddie

SATIRA

Dal Kenya all'Italia: salti di fine stagione

Identikit del turista che ogni anno, in questo periodo, se ne torna a casa

25-03-2018 di Freddie del Curatolo

Con la “Pasqua bassa” di quest’anno, tra una settimana o poco più la costa nord del Kenya farà calare il sipario su gran parte dello spettacolo annuale della cosiddetta “stagione turistica”.
Si registrerà qualche “bis” di amanti dell’Africa e delle piogge, i "dietro le quinte" di matrimoni, festival ed altri eventi di fine stagione e l’attività di restauro, progetti e preparativi per la prossima estate.
Un tempo, le proiezioni di film e certe commedie teatrali, erano accompagnati dall’annuncio “seguirà il dibattito”.
Il dibattito di fine stagione è: perché il turismo a Malindi e Watamu non dura 12 mesi all’anno?
Il clima (anche quando piove) è comunque mite, di strutture aperte tutto l’anno o disponibili a restarlo ce ne sono.
Avete mai visto la costa nel mese di maggio, negli ultimi anni?
Mare cristallino, clima meraviglioso (aria frizzantina ma con un bel sole, qualche rinfrescante pioggia notturna) e Natura che esplode nella sua bellezza.
Prezzi bassi, poca confusione, meno traffico, meno beach boys sulle spiagge (molti tornano al villaggio natio per aiutare i parenti nella coltivazione, o almeno a fare finta) e come se non bastasse, prezzi degli aerei contenuti. 
Ma i nostri connazionali se ne tornano a casa e non li si rivede spesso fino al prossimo novembre.
Quali sono le motivazioni? 
Ce ne sono molte, a seconda della tipologia di turista.
Vediamone alcuni.

TURISTA TERMICO
Checché ne dica, tanta gente viene in Kenya quasi esclusivamente per il clima. 
Il clima sulle rive dell’Oceano Indiano, comparato a quello italiano.
Che gliene frega del Kenya?
Per intenderci: se esistesse, al largo di Albenga, un isola artificiale dove a gennaio ci sono 32 gradi ma la notte si dorme con il pigiama, dove con lo iodio spariscono metà delle malattie e la vita costa meno cara che a Casalpusterlengo e Velletri, avremmo in Italia un ospizio galleggiante stile Formentera dei nonni. Di conseguenza, sotto l’Equatore arriverebbero molti meno attempati neofiti dell’Africa. 
Schiavi delle loro ossa, costretti ad imparare lingue astruse e barbare come l’inglese, ad elargire continuamente mancette da venti centesimi alla gente del posto per paura di un ritorno ancestrale di cannibalismo, a commuoversi ed aiutare maree di bambini sfortunati, fino a quando non diventeranno grandicelli e chiederanno in regalo l’android e il motorino. 
Ma al largo di Albenga ancora non c'è niente, ed è meglio così, perché al massimo potrebbe arrivare l'ennesima nave di poveri cristi che di certo non cercano la miglior condizione climatica.
Quindi va bene il Kenya. D'altronde al caldo, al cospetto della Natura e col conforto della povera e mansueta Mama Africa, si sopporta tutto.
Riprova ne è che anche noi sopportiamo il loro arrivo e la loro permanenza qui. 
Così, quando fatalmente nel Belpaese sboccia la primavera, le giornate si allungano e il riscaldamento si spegne (un bel risparmio), la costa keniana per questo genere di turista perde un po’ del suo fascino. Lo rivedremo a novembre, se l'anagrafe, equitalia o qualche parente non lo tradiranno.

TURISTA ROMANTICO
Ormai “turismo sessuale” è un termine antiquato, da pensionare e seppellire (esattamente come quelli che lo praticano ancora).
Al massimo va bene per alimentare polemiche a sfondo moralista, o campagne sociali che di solito hanno tutti altri obbiettivi e,  ai media, per far cliccare i propri link da lettori indignati che sperano di leggere qualcosa di veramente scabroso.
Oggi a Malindi e Watamu esiste invece il turismo del cuore, praticato da uomini e donne romantici che cercano l’anima gemella e se non gemella, almeno un’anima “hey sorella come ti butta” oppure un’anima “ciao amore mio”. 
Mentre un viaggio guidato unicamente da bassi istinti (da “una botta e via” direbbero gli studiosi di Cambridge) si poteva risolvere in una o due settimane, il turismo del cuore prevede alcuni giorni di ambientamento, due o tre tentativi con altrettante “anime gemelle” che invece si rivelano l’anima “de li mortacci tua”, e infine la conoscenza con lei o lui “diversi da tutti gli altri”.
L’iter solitamente comprende alcuni giorni di passeggiate mano nella mano, visite nel villaggio dei genitori (dove c’è sovente una sorella ed un fratello che non somiglia per niente a loro, con dei nipotini che curiosamente chiamano lui o lei “daddy” o “mami”, ma questo perché il fratello o sorella poverino è rimasto vedovo/a…), poi finalmente qualche cena fuori, un safari insieme, gite al mare e ovviamente, la ciliegina sulla torta di notti di fuoco con emozioni inedite e la certezza di essere corrisposti in questo immenso bisogno d’amore. 
E’ comprensibile, quindi, che dopo mesi di tanto trascinante romanticismo e di testa tra le nuvole, ci sia il bisogno di tornare con i piedi per terra e anche la voglia di raccontare agli amici italiani quale splendida avventura si stia vivendo. Nel frattempo, per riprendere un po’ dimestichezza con i famosi “bassi istinti”, l’estate italiana ripropone felicemente i transessuali nei viali e sulle strade provinciali. Dai che magari la prossima stagione…ci si sposa!

TURISTA AFFARISTA
“Sì, va bene la vacanza.
Sì va bene il mare, il sole, il ghepardo che ti fa le fusa.
Si va bene la gnocca in discoteca, l’amico rasta che ti porta dove vuoi, l’aragosta e il gamberone.
Ma io ho capito che in Kenya si possono fare un sacco di soldi.
Perché io di soldi non ne ho tanti, ma di idee e di cervello ne ho da vendere.
Quindi durante la mia prima permanenza sulla costa del Kenya scelgo il business che può andare bene, mi trovo un socio africano di fiducia (non è facile, ma dopo una settimana, quando inizi a capire come funzionano qui le cose, se sei intelligente lo individui), un intermediario che mi fa tutti i permessi eccetera eccetera, e si parte!”
Ben detto: si parte. 
Nel senso che anche questo tipo di italiano è un turista “a tempo”, perché una volta che si è mangiato tutti i soldi che aveva, se ne può tranquillamente ritornare da dove era venuto. Il famoso effetto “bungee-jumping”.  E in primavera-estate in Italia è meno degradante dormire sotto i ponti, peraltro in compagnia di tanti altri africani.

TURISTA INCANTATO
Trentacinque anni di lavoro impiegatizio in giacca e cravatta, e qualche consulenza dopo la meritata pensione. 
Separato e fidanzato con un’ucraina insistente.
Tempo di una vacanzetta da single.
Era venuto per stare solo una settimana, in un villaggio turistico.
Gli avevano anche detto di non mettere il naso fuori dal resort, che c’era un mondo cattivo, terrorista ed extracomunitario. 
Che poi magari gli si infilava un ragazzino di nascosto in valigia e se lo ritrovava a Fiumicino e veniva condannato per il reato di solidarietà.
Però la sua curiosità era troppo grande.
E poi fin da bambino quando c’erano i documentari sull’Africa e suo padre cambiava canale per vedere le partite di calcio, era cresciuto con un gran desiderio di visitare la savana, e l’amore per il rugby.
Così un giorno decide di evadere dal villaggio e addentrarsi  nella realtà del Kenya.
La compagnia di charter non si è preoccupata più di tanto quando non lo ha visto salire sull’aereo di ritorno a Mombasa. “No show”.
Lui ha trovato ospitalità in un’accogliente capanna di fango, dormendo su una comoda stuoia di paglia, mangiando buonissima polenta con spinaci e, al sabato, i fagioli. Vitto e alloggio per 3 euro al giorno.
Non gliene frega più di niente. Riesce a rimanere in contemplazione di un frangipane per 6 ore di seguito, a giocare con i bambini del villaggetto giriama da quando tornano da scuola al tramonto, quando cade stravolto in letargo. Si sveglierà con la luce alle sei del mattino, per aiutare la mama a zappare l’orto, andare a raccogliere le bacche selvatiche.
Gli hanno detto che tra qualche mese gli scadrà il visto e dovrà lasciare il Kenya, ma con l’ultimo neurone rimasto acceso, ha giurato che troverà un sistema e che quella sarà la spesa più importante che dovrà affrontare, che si farà un regalo di compleanno.
Per il resto, ora si chiama Kadenge, veste solo kikoi e magliette strappate e cura l’artrite e il diabete con moringa, neem, ginger e curcuma.
Forse un giorno il suo corpo tornerà in Italia. 
Per il suo cervello, invece, non sembra esserci più nulla da fare. 
E per il turismo, così come per l’umanità, anche lui è un fantasma.

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