L'angolo di Freddie

RACCONTI

Il racconto a puntate di Malindikenya.net

"Tre piccoli nababbi a Nairobi" di Freddie del Curatolo

29-05-2019 di Freddie del Curatolo

Ecco la versione integrale del racconto di Freddie del Curatolo "Tre piccoli nababbi a Nairobi" tratto da una storia vera e pubblicato in esclusiva a puntate su malindikenya.net.
 

Non è facile crescere a Wajir.
Forse per questo ci si toglie da subito la fatica e si diventa adulti senza passare dall’età della spensieratezza, della libertà e del sogno.
C’è poco da sognare quando tuo padre a cinque anni ti mette in mano un nerbo di bue per condurre le scheletriche vacche all’abbeveratoio, l’unica pozza a sei chilometri da casa.
La spensieratezza è tutta nel non avere tempo per giocare a pallone con i coetanei, non essere accettati a scuola non per assenza di volontà o di talento, ma per mancanza di scarpe.
E’ vedere il fratello maggiore lasciare casa per arruolarsi oltre confine con la gioventù somala, Al Shabaab.
E i sogni?
Non c’è spazio per la fantasia ai margini di un nulla chiamato deserto. Sono tutti desideri fin troppo reali, anche a soli dieci anni: pollo e patatine fritte, un pacchetto di sigarette, un telefonino. C’è chi si accontenta di un piatto di fagioli alla settimana, un tiro di sigaretta, sbirciare una partita dall’uscio del pub dove i ragazzini non possono entrare.
Moko e Kali sono sempre lì, fuori dallo Ngamia Club.
Ridono, scherzano e si fanno i dispetti, per poi farsi seri e tristi quando passa un signore panciuto in giacca e cravatta e chiedergli venti scellini per un piatto di fagioli, una Rooster senza filtro “per mio papà che fa il pastore” o una coca cola.
L’occhio è sempre vigile agli ufficiali di polizia, specie quando inizia a far buio.
Certe partite finiscono troppo tardi.
“A Nairobi non è così, ci sono dei posti dove ti fanno entrare anche se sei piccolo. Basta chiedere a un signore di portarti con lui”
“E’ arrivato il sapientone!” salta su Moko, girandosi di scatto e riconoscendo l’amichetto Hussein.
“E come lo convinci, il signore, mister Sotuttoio?”
“Ci sono adulti messi molto peggio di noi, pivello...basta dargli cento scellini e dice a tutti che sei suo figlio. Io l’ho fatto!”
Hussein si fa forte dei suoi undici anni, uno in più dei due compagni di sventura, ma anche di aver vissuto per tre mesi con la madre a Eastleigh, il quartiere somalo di Nairobi.
Lei si portava a casa ogni sera un uomo diverso. Nessuno di loro era suo padre, ma ognuno avrebbe potuto esserlo.
Un giorno lo ha rispedito a Wajir, dai nonni.
“A Nairobi c’è tutto quello di cui un ragazzo ha bisogno, ogni cosa è lì che ti aspetta. C’è solo da avere i soldi”.
Il nonno di Hussein una sera, gonfio di chang’aa, si è infilato nella sua branda e ha cercato di violentarlo. Per fortuna la nonna se n’è accorta e lo ha tramortito con una pentola.
Da allora lui resta in giro fino almeno a mezzanotte, quando sa che il vecchio non riuscirà più a svegliarsi fino al canto del gallo.
E il gallo dorme con Hussein.
Un diciottenne con la moto gli ha dato una bottiglietta con una roba marroncina e appiccicosa sul fondo.
“Respira con il naso e con la bocca”.
Stordimento, vertigine, senso di nausea, elettricità nel corpo.
Ma anche un po’ di spensieratezza, di libertà, di sogno.
Ora per avere quella bottiglietta deve scucire cinquanta scellini.
Ogni tanto pensa che fa schifo, ogni tanto ucciderebbe il nonno per averne una.
Ma forse il nonno lo ucciderebbe lo stesso.
Quella sera Hussein, Moko e Alì aspettavano la semifinale di Champions League: Liverpool-Barcellona.
Allo Ngamia Club fioccavano birre e scommesse.
Tutti tifosi del Liverpool, ma nessuno che credesse nel miracolo.
Tutti, tranne Big Tumbo, che accettava le scommesse sul Barcellona.
“Vincete facile, Barcellona qualificato, prendete metà di quel che giocate!”
Big Tumbo i soldi ce li ha, con tutte le vacche e le baracche che possiede. E non è uno che scherza, specialmente prima di essere ubriaco.
Quando il Liverpool segnò il quarto gol, il pub era pieno di tifosi increduli, entusiasti ma disperati.
C’era chi aveva perso l’intero stipendio e chi si era giocato due o tre capre.
Big Tumbo s’infilò nella latrina, prese a contare i soldi e capì che erano più di duecentomila.
Uscì e stemperò la delusione, mentre dal video risuonava il canto “You never walk alone”.
Anche Moko, Kali e Hussein lo ascoltavano, tra tripudio e sbadigli, aggrappati alle grate di una finestra.
“Offro un giro di guinness a tutti gli scommettitori!”
Ne scolò avidamente una da mezzo litro ed approfittò della calca al bancone per darsela a gambe con il prezioso malloppo.
Uscì dal pub con in mano la mazzetta tenuta insieme da un elastico e nell’altra le chiavi dell’automobile. Preso dalla foga, non vide nel buio la radice dell’unica pianta del parcheggio e ci inciampò. Sfortuna volle che lo spigolo del parafanghi posteriore del suo Toyota Hi-Lux fosse proprio nella direzione della sua enorme capoccia pelata.
Un colpo secco nella regione occipitale, proprio nel solco dell’arteria temporale media.
Tutto ancora più buio, silenzioso, terminale.
La mazzetta che vola dietro una ruota dell’Hi-Lux.
Moko che vede tutta la scena e strappa Kali dalla grata, mentre Hussein che è più alto continua a cantare “iugnevauaccalon... iugnevauaccalon”.
“Ehi, dove state and...”
Istintivamente il capo della banda segue i due che trafelati corrono fuori dal parcheggio, inforcano la strada del ferramenta, svoltano nel vicolo degli stracci e si riparano nell’antro formato da due fogli di lamiera incastrati nelle colonne di una palazzina in eterna costruzione.
“A...adesso ci porti a Nairobi e compriamo tutto quello di cui un ragazzo ha bisogno e che è lì che ci a...aspetta” disse Moko col fiatone.
Prima che Hussein potesse domandare quale genere di scorpione allucinogeno lo avesse punto, Moko estrasse la mazzetta dalla tasca dei bermuda sdruciti.
La divise più o meno in tre parti.
“Contate!”
“Io so contare solo fino a venti” disse Kali.
“Dopo venti tieni a memoria uno e ricomincia da capo”.
Mentre i tre contavano in pagano silenzio, osservati solo da un gatto vivo ma in avanzato stato di decomposizione, fuori dal parcheggio era un finimondo ben diverso da quello scattato al fischio finale dell’arbitro di Liverpool-Barcellona.
Erano almeno in una dozzina, attorno al corpo inanimato di Big Tumbo.
Sembrava un’ammucchiata da rugby.
“Cazzo, non respira!”
“E chi se ne frega, dove sono i soldi?”
“In tasca non ce li ha”
“Potrebbe averli messi in macchina”
“E le chiavi?”
“Guardate in giro...cazzo...erano tanti”
Una voce tonante sferzò l’aria umida dell’ennesima notte afosa senza pioggia.
“Chi trova le chiavi me le consegni immediatamente, il mezzo è sotto sequestro”
Il vicecapo della polizia non era in servizio, ma ne era rientrato all’istante.
La folla si diradò.
Per qualche minuti ognuno deambulò per il parcheggio con gli occhi a terra e la luce del telefonino che li seguiva.
Poi alcuni presero la via di casa, altri la propria vettura ed altri ancora rientrarono nel pub.
Un’ora e mezza dopo arrivò un’ambulanza a prendersi il corpo di Big Tumbo e il vicecapo della polizia portò la macchina alla stazione.
Moko: 88.000
Hussein: 67.000
Kali: 2 volte 20.000 + 9.000
Totale, 204 mila scellini, in qualsiasi taglio di banconote esistenti in Kenya.
“Quando parte il primo matatu per Nairobi?”
“Alle 5.30, ma la biglietteria apre alle 4”
“Che ore sono adesso?”
“E chi lo sa...era quasi l’una quando tutti cantavano”
Passarono da casa di Hussein, che prese uno zaino, un paio di occhiali da sole e un maglione infeltrito. Poi nella stalla del padre di Moko dove bevvero dell’acqua senza mosche morte dentro, e presero un cappello e un piccolo coltello horoma. Infine passarono dove viveva Kali, ma restarono fuori perché c’era la luce accesa di una candela.
Alle 4.30 acquistarono tre biglietti per Nairobi, 5400 scellini.
Il bigliettaio non fece una piega, così come il controllore del Madogashi Sacco.
“A Garissa dovete cambiare e prendere l’express per Nairobi. Arriverete da Sonko prima di mezzanotte, se va tutto bene”.
Già, se va tutto bene. Due giorni prima, più o meno alla stessa ora, un matatu con 22 persone a bordo che da Garissa stava arrivando a Wajir, aveva preso in pieno il rimorchio di un camion fermo a bordo strada. In 14 ci avevano rimesso la vita. Tra loro, anche una zia di Kali.

La stazione dei bus di Garissa è un’immensa spianata zeppa di quell’Africa che tutti pensano di conoscere ma in cui raramente sono stati catapultati, se non per pochi minuti.
Davanti agli occhi estasiati dei tre mocciosi sfilarono nell’ordine: bancarelle pericolanti con la base di cassette di frutta e verdura e il tettuccio di eternit, tenuto in piedi da pali di legno mangiato dalle termiti, mame abbondanti avvolte in khanga colorati che sminuzzavano cavoli bianchi e foglie di sukuma su uno dei parei raccolto in grembo, altre donne ancora più grasse che tuffavano samosa in una padella concava colma d’olio di palma, appoggiata in equilibrio instabile ad un fornetto a carbone, individui che commerciavano in capre, motociclette e ombrelli, giovani con radioline gracchianti, uomini ricurvi sotto sacchi di cemento o patate che trasportavano da un camion ad un negozietto, ragazze dal passo svelto intabarrate nei burka o svergognate nei loro sorrisi lanciati a pagamento, barboni sdraiati ai bordi di pozzanghere melmose, anziani immobili, sbalestrati dal traffico e dai rumori moderni, venditori d’ogni cosa indaffarati e attenti, giovani che saltavano al volo giù dai matatu urlando “Nairobi Nairobi” oppure “Malindi Malindi”.
“Nairobi, Nairobi” fece Kali a mo’ di pappagallo.
“Stai calmo, dobbiamo trovare il nostro...abbiamo già prenotato” lo zittì Hussein.
L’enorme pachiderma di metallo chiamato Garissa Express riposava davanti ad un distributore di simil-benzina. I portelloni laterali dei bagagliai sembravano le sue orecchie aperte come quando gli elefanti annusano il pericolo.
“Abbiamo i posti numerati - disse Moko – possiamo già salire, dentro c’è anche la televisione!”
“E non mangiamo niente?”
“Kali ha ragione, siamo ricchi...ma non diciamolo a nessuno”
Si liberarono di qualche pezzo da cinquanta scellini, comperando 3 chapati, 3 samosa, 3 sacchetti di semi di baobab zuccherati e 3 bottigliette di fanta.
“Wow, questa sì che è vita” commentò Moko.
Mostrarono il loro biglietto e si accomodarono.
Con la samosa in bocca, si beavano del mondo dalla visuale rialzata del Garissa Express.
Nessuno di loro aveva la minima nostalgia di Wajir, Kali non pensava all’immenso seno tiepido e protettivo della madre, Moko alla stalla e al frustino del padre, Houssein alla bottiglietta di colla.
Si addormentarono con il muso rosso di colorante e i granelli di zucchero sul collo e sulle magliette, dopo pochi minuti di morbida strada asfaltata. Come piccoli fantasmi risucchiati dalla varia umanità dei passeggeri, nessuno fece caso a loro.
Quando Moko si risvegliò il sole stava dipingendo di arancione il finestrino e giocava a scomparire dietro grandi alberi di una foresta non lontana.
“Sveglia Kali...guarda!”
All’orizzonte svettava come un gigante dal cappello bianco una montagna circondata da nuvole.
“Guarda, guarda...è il Monte Kenya, sveglioni – li canzonò Hussein – questo Paese si chiama così perchè quella era una montagna sacra”
“Cosa vuol dire sacro?” chiese l’analfabeta della banda
“Qualcosa come Dio” fece Moko
“Per i kikuyu Dio era la montagna” disse Houssein
“Se la possono tenere, Dio e Dio e i kikuyu non mi piacciono” chiuse il discorso Kali.
Un uomo magro e curvo seduto alle loro spalle, con un curioso berretto scozzese in testa e una giacca con il pelo al posto del colletto, sporgendosi dal sedile li apostrofò guardandoli con occhi da leopardo.
 “Cosa avete contro i kikuyu, ragazzini?”
“Ah...niente niente” si schermì istintivamente Moko
“Lei è kikuyu?” chiese Hussein
“Sì, certo...e come vedete non mangio bambini arroganti”
“Lei ha un bel cappello” disse Kali, con tono ossequioso.
“Viaggiate da soli? Dove andate di bello?”
“Da mia mamma a Nairobi” rispose il capobanda
L’elefante di metallo puntò le zampe nel centro di Mwingi.
L’uomo dal cappello scozzese si alzò e salutò i tre.
“State attenti a Nairobi, non parlate mai male di nessuno”
L’autobus ripartì, imbroccando la highway per Thika e prendendo velocità nel buio che si fece profondo, stemperato qua e là dalle luci dei negozi ancora aperti e delle case lungo la strada.
“Hai un piano, capo?”
“Sicuro! Appena arriviamo, prendiamo un taxi...”
“Un cosaaa?”
“Una macchina, Kali, una macchina con un guidatore che ci porta a Eastleigh. Poi troviamo un signore che vuole guadagnarsi una birra...”
“Cosa significa?”
“Lo vedrai”.
L’autostrada era ancora molto trafficata, le luci dei lampioni e dei fanali illuminavano a giorno.
Moko e Kali erano rapiti dalla quantità di mezzi, automobili camion, pick-up e matatu che sfrecciavano al loro fianco e nella corsia opposta.
Alla guida ogni genere di razza, familiare e sconosciuta.
C’era addirittura qualche femmina al volante.
Passarono la Kenyatta University, videro i tetti infiniti delle baracche di Kahawa e una serie di capannoni industriali, campi recintati con dentro veicoli bianchi e neri al posto delle vacche, poi alla loro sinistra, in chiaroscuro apparve qualcosa di magico.
“Lo stadio!”
“Dove giocano le Harambee Stars”
“Una volta ci andiamo?” chiese Kali
“Non so se avremo tempo, ma se c’è una partita in questi giorni, perché no?”
 Il Garissa Exporess procedeva lento, con la colonna sonora dello strombazzare di clacson dalle differenti tonalità.
L’aria non sapeva né di sabbia, né di alberi bruciati.
Sembrava di respirare il fumo della paraffina in una stanza chiusa.
“Ora!”
L’elefante si fermò all’angolo con la Outer Ring Road.
I tre scesero rapidamente come dovessero lanciarsi da un aereo col paracadute.
"Nairobi, Nairobi!" urlò Kali.
“La tua roba, scemo!” gridò invece Hussein all'indirizzo di Moko.
"Nooo!!!"
Moko cercò di aggrapparsi al Garissa Express che ripartiva e con la coda dell'occhio vide una donna che aveva già le mani sul suo zainetto. 
"Ma come hai fatto...non dirmi che..."
"Io...però anche tu, ci hai avvertito all'ultimo minuto..."
Sessantamila scellini andati così. 
Hussein prese decisamente in mano le redini della spedizione.
Era il più maturo, l’esperto e avvertiva una certa responsabilità.
“Da adesso in poi non ci sono più scuse per nessuno, capito? Dovete stare attenti, qui siete in una città e non siete abituati. Non fate capire a nessuno che siete di Wajir. D’ora in avanti, parlo solo io e la gestione dei soldi spetta a me, intesi?”
"Va bene, capo" berciarono all'unisono i due.
Acquistarono tre banane e tre bottigliette di coca cola, poi videro due matatu in attesa di sgommare via, fermi in uno spiazzo ai piedi di un dirupo inghiottito dalla notte.
Su uno di questi era scritto “Kariobangi-Eastleigh”.
“Meglio ancora del taxi” pensò Hussein.
“Venite!”
Pagò tre biglietti e il matatu s’infilò con loro nella frenetica anarchia dei sobborghi della Capitale.
A New Mathare il matatu svoltò  in Juja Road.
Hussein riconobbe il Mama Brian Hair Saloon, dove sua madre almeno due volte alla settimana andava a cambiarsi i capelli e lui aspettava tre ore nel vicolo laterale, giocando con altre piccole vittime delle acconciature femminili a tirare sassi contro il muro.
Poco lontano, verso il quartiere di Pangani, c’era l’appartamento che la madre divideva con zia Rukia, che faceva la ballerina, e con Kyra e Janet, due amiche che a loro volta invitavano uomini, spesso ubriachi. A volte ne vedeva alcuni che erano già stati con mamma e che entravano in camera con Kyra, o viceversa. Janet si portava quasi sempre vecchi o storpi.
“Guadagnerai pure di più, ma io non ce la faccio” sentì dire un giorno alla madre.
Il capobanda pensò di andare almeno tre isolati più in là, per non rischiare di incontrarla.
Il matatu si fermò sulla Quinta strada, proprio davanti ad una baracca gialla che emanava un profumo di carne alla brace che avrebbe risvegliato Big Tumbo dal coma in cui versava all’ospedale della Croce Rossa di Dadaab.
I ragazzini fecero il loro ingresso trionfale nella taverna.
Il gestore, un somalo pelato con il grugno da bufalo, li accolse tuttaltro che cordialmente.
“Cosa volete a quest’ora, piccole canaglie, fuori dalle palle!”
 “Fiid Wanagssan - lo salutò Hussein nella sua lingua – guarda che ce li abbiamo i soldi, ecco tieni mille scellini, e adesso facci mangiare, che la mamma sta facendo kashanga kashanga e poi ci aspetta a casa”
“Agli ordini, capo!” sghignazzò il somalo.
In poco meno di dieci minuti, al tavolo dei tre arrivarono altrettanti piatti di nyama choma, con contorno di riso, patatine fritte e kachumbari.
“Da bere?”
“Niente, abbiamo le nostre cocacole. Shukran”
Il gestore li guardava divorare la carne come non avessero mai visto un pezzo di bue arrostito ed annegare le patate nel ketchup come un parlamentare avrebbe stappato una bottiglia di champagne, osservandosi l’un l’altro soddisfatti.
“Non avranno più di tredici anni, eppure se la intendono da adulti” pensò.
Un rutto roboante di Kali sembrò confermare la sua intuizione.
“Fanno 1050...mancano 50 scellini, ma vi faccio lo sconto - disse il bufalo, congedandoli – salutatemi vostra madre e ditele di passare...magari c’è lavoro per lei, così avrete un altra nyama choma da mangiare!”
“Ma vaffanculo, shababu” avrebbe voluto urlargli Hussein, uscendo.
“Andiamo” disse invece ai suoi.
Svoltarono sulla diciottesima e si fermarono davanti ad uno dei tanti bar della via.
I somali, per quanto mussulmani, quando decidono di bere, ci danno dentro che è una bellezza e finiscono quasi sempre le serate in zuffe memorabili e anche divertenti, quando non spuntano fuori i coltelli. Hussein però cercava un keniano, un uomo tranquillo di quelli che si aggirano fino a tarda notte con una valigetta o un giornale sotto braccio e attaccano bottone con tutti, sperando che qualcuno offra loro da bere.
“Eccolo, è lui” sussurrò ai piccoli complici.
Elias era al quinto giorno senza lavoro.
Dopo dieci onorate stagioni come contabile di un vecchio indiano sulla First Avenue, con cui divideva il masala tea la mattina e il Famous Grouse Whisky la sera, l’indiano era morto e il negozio di stoffe e tappeti aveva chiuso i battenti.
A lui erano rimasti uno sputo di liquidazione dalla moglie dell’indiano e la dipendenza dall’alcool.
Successivamente aveva trovato un paio di impieghi provvisori ma l’età avanzava e svegliarsi presto al mattino dopo una serata di brandy artigianale al metanolo era sempre più difficile.
Quella sera per un sorso di Furaha avrebbe venduto il fondoschiena a un pakistano.
“Signore, signore!”
“Tre ragazzini che ti chiamano, Elias, no...non credo sia possibile. Eppure non ho bevuto...mi vengono incontro...cosa posso ottenere da tre ragazzini? Solo rogne...qui ci sono le baby gang...ma che mi possono rubare, le scarpe con le suole bucate forse?”   
“Signore...abbiamo bisogno di un favore...vuole guadagnarsi una bevuta?”
“Angeli! Voi siete angeli, non bambini. Mi avete letto forse nel pensiero? In cosa posso esservi d’aiuto, figlioli? Avete smarrito la via di casa, dovete ritrovare i genitori?”
“Non proprio...dobbiamo prenotare una camera al Riverside Hotel, e lei deve farci da zio...o meglio, papà di Kali che è quello più nero dei tre, e zio nostro. Io mi chiamo Hussein, e lui è Moko. Quando siamo fuori dall’hotel le diamo i soldi per tre notti, poi ci accompagna su, le diamo altri 500 scellini, lei ritira il documento e dice che torna a riprenderci tra tre giorni, va bene?”
“Facciamo 1000 scellini”
“Facciamo 600 oppure troviamo un altro come lei”
“Affare fatto, 600 vanno bene” strizzò l’occhio Elias.
Il Riverside Hotel, sull’undicesima strada, occupa una palazzina di cinque piani piastrellata marrone e damascata che sembra un pallone da calcio o un tappetino da doccia. Sono trenta stanzette tre metri per due. Al terzo piano ce n’è una con quattro letti e una piccola vasca da bagno. La numero sedici.
“Va bene quella, grazie – disse Elias con tono professionale – eccole i soldi in anticipo, mi raccomando, dia un’occhiata ai miei ragazzi, io torno a riprenderli sabato mattina”.
Intanto Moko saltava dalla gioia sui letti veri, Kali guardava fuori dalla finestra la luce del lampione che allungava le ombre degli avventori del bar dove al mattino dopo avrebbero fatto colazione con mandazi gonfi come i cuscini della stanza. Hussein era già nella vasca da bagno, con in bocca una sigaretta del pacchetto che aveva fatto comperare ad Elias, lasciandogliene un paio.

Kali aprì gli occhi che non era ancora l’alba.
Avvertì rumori a cui non era abituato, ma era tanto il piacere di potersi rigirare sopra un vero materasso e farsi soffocare ad intermittenza da un vero cuscino, che non sembrava avere la minima intenzione di alzarsi.
Voltandosi, vide però che la branda di Hussein era vuota.
“E’ scappato con i soldi!” pensò.
“Moko, Moko...sveglia! Hussein è scappato!”
Il compare era nel mezzo di una specie di incubo. Un omaccione barbuto picchiava la madre e si rifiutava di darle i soldi pattuiti, ma a un certo punto arrivava lui e consegnava una mazzetta di scellini alla donna ed urlava al cliente “vattene via altrimenti con gli altri soldi che ho pago la polizia per farti passare due mesi in prigione”.
“Moko...Moko!”
Il ragazzino si rizzò di scatto, si guardò intorno per un attimo come fosse ancora nella casa-bordello di Pangani, poi realizzò.
“Cazzo...”
“Dove sarà andato? Ha lui tutti i soldi!”
“Dove vuoi che sia andato, Kali, senza scarpe e senza pantaloni?”
Quando entrarono nel bagno, apparentemente vuoto, bastò alzare la testa.
Lo trovarono, in mutande, arrampicato come una scimmietta ad una tubatura scrostata che passava parallelamente al soffitto.
“O mio Dio! Ma che cavolo stai facendo, Hussein?” squittì Moko
“Nascondo un po’ dei nostri soldi, quelli che non ti sei fatto fregare tu, in un posto sicuro. Non possiamo mica portarceli tutti fuori...”
“Hai ragione capo, scusa...”
I due si sciacquarono la faccia e a turno fecero i loro bisogni sul water più comodo che avessero mai provato. Kali non era abituato a sforzarsi seduto e salì in piedi sull’asse per defecare.
La colazione dei campioni li aspettava in strada, nel baretto di fronte al Riverside Hotel.
Hussein tirò fuori dalla tasca 500 scellini e li mise in bella mostra sul tavolo, poi chiamò la cameriera, una ragazza con gli occhi liquidi e con i denti di sopra al posto di quelli di sotto. E viceversa.
“Ho visto che i vostri mandazi non sono tanto grandi...portacene sei, per favore. Con tre chai e tanto latte”.
“Bene, signorino. Volete anche delle uova strapazzat strapazzate?”
“Certo!” starnazzò Kali
“Si, due per i ragazzi...io no grazie” disse Hussein con intonazione da piccolo lord delle Corti Islamiche.
A Little Mogadishu era già tutto un brulicare di anime: donne d’ogni età, quasi tutte velate ma di tanti colori diversi, con borse di plastica dura cariche di verdura in foglie, patate e sacchetti di carta pieni di spezie, vecchi che si accingevano a lasciare le scarpe all’ingresso della moschea all’angolo con l’Ottava strada da cui provenivano suoni di clacson e urla di venditori. Dai negozi entravano ed uscivano signore contenute a fatica da tailleur che mostravano un fondoschiena abnorme e giovani segaligni attaccati al loro telefonino.
“Ecco cosa ci serve, per prima cosa...uno smartphone!” disse il capobanda.
Kali regalò uno sguardo perplesso, con la faccia seminascosta dalla tazza di té.
“E cosa ce ne facciamo?”
“Ci facciamo le fotografie, i selfie! Poi compriamo i bundle e vediamo i film in internet come i boda-boda a Wajir” rispose Moko, che era il tecnologico del trio. Poi precisò: “Abbiamo di nuovo bisogno di un adulto, per comprare la sim card con il suo documento”.
“Dobbiamo aspettare sera per trovare un altro vecchio ubriacone?” chiese Kali
“No, non c’è bisogno...ne troviamo uno anche a quest’ora, fidati...” lo tranquillizzò Hussein.
Dal tavolino a fianco si alzò un ragazzo dal naso come il becco di un bucero e dagli occhi spiritati.
Aveva una t-shirt rossa con stampata l’immagine di un pugno pieno di anelli che sembrava uscire dallo stomaco e al collo una catena dorata alla quale erano appesi nell’ordine una minuscola chiave        
inglese, una medaglia, un lucchetto e un’Africa di latta. Aveva gli zigomi da etiope e la bocca da somalo, ma poteva anche essere figlio di sudanesi di Kibera.
“Ciao ragazzi...posso presentarmi? Il mio nome è Dee Faxx, con due X. Sono un deejay e grafico e ho un negozio di fotocopie, ma vendo anche uova e affitto macchine e soprattutto sono un consulente...”
“Un consul...che cosa?” chiese Moko
“Diciamo che aiuto la gente prendendo un piccolo compenso”
“Piccolo quanto?” indagò Hussein
“Più piccolo di te, fratellino...loro due no, ma a te ti ho già visto da queste parti, mi sbaglio?”
“Può darsi, abito a Pangani...e tu da dove vieni?”
“Io sto a Kasarani...”
“Dove c’è lo stadio!” irruppe Kali.
“Proprio lì, campione! Io conosco il custode, ci posso entrare quando voglio...”
“E che ci fai qui a Eastleigh?” lo interruppe Hussein.
“Spesso dormo dalla mia fidanzata qui sull’undicesima, si chiama Afswa, fa la commessa al Royal Mall. E’ la donna più bella del mondo”
“Lei dorme solo con te?” chiese Hussein.
“Che domande, fratellino...certo che sì! Altrimenti la sgozzerei come un capretto!”
Hussein pensò che era fortunato a non avere un padre, altrimenti sua mamma sarebbe già morta ammazzata da un pezzo.
“Bene, allora ti possiamo dire quello di cui abbiamo bisogno e tu ci dici quanto ci costa?”
“Sono qui per questo e data la vostra giovane età e simpatia vi farò un prezzo assolutamente speciale!”.
Hussein spiegò che per prima cosa voleva un Samsung S7 e una sim card, poi un taxi a disposizione tutto il giorno per andare in giro a mostrare Nairobi ai suoi due amici che erano venuti a trovarlo da Wajir.
“Wow! Un fantastico programma fratellino...ma ce li hai tutti questi soldi o mi stai prendendo in giro?”
Hussein tirò fuori parte delle banconote che aveva, le altre erano ben fissate nelle mutande.
“Con ventimila credo possiamo fare tutto, compreso anche mangiare in un buon ristorante. Quanto vuoi per accompagnarci al negozio e fare la sim card? E quanto per il taxi?”
“La macchina ve l’ho già detto, ce l’ho io e in via straordinaria sarò io il vostro driver. Hey, conosco Nairobbery come le tette di Afswa! Con quindicimila facciamo tutto, sim e telefonino compreso, affare fatto?”
Hussein si voltò verso Moko ed ottenne una smorfia di assenso.
“Dodici mila”
“Quattordici”
“Tredici e cinquecento”
“Sei forte, fratellino. Vada per 13.500. Ma voglio cinquemila in anticipo, per bloccare la Toyota Corolla Delux”.
“Ma non era tua?”
“Seeh...magari! Ho detto che noleggio automobili, non che sono il proprietario. Comunque la Corolla è di mio zio.”
“Ok ecco l’anticipo, ma devi darmi la tua ID Card fino a quando non ci sediamo in macchina con il telefonino in mano!”
“Sei davvero in gamba, fratellino! Potresti diventare mio socio. Quanti anni hai?”
“Quattordici” mentì il capobanda.
Quando uscirono da Kismayu Electronics con il Samsung nuovo di zecca ed il numero safaricom con 500 mega di bundle in omaggio, i tre erano più felici dei tifosi del Liverpool al termine del match col Barcellona. Moko non ricordava di essere stato mai così bene in vita sua. Pancia piena, occhi come telecamere a scrutare liberamente il mondo, e il potere dei soldi sugli adulti.
“Facci una foto, Dee Faxx!”
Eccoli: tre intraprendenti mocciosi sulla First Avenue di Eastleigh, appoggiati a un Harrier nero fiammante, con il Royal Mall sullo sfondo.
“Andiamo a trovare la tua fidanzata?” chiese Moko.
“Eh...no fratellini, non posso durante il suo orario di lavoro, il somalo per cui lavora è molto severo, la licenzierebbe subito...e lei mi lascerebbe al volo!”
“Eh già...” disse Kali.
“E poi abbiamo la nostra vettura che ci aspetta! E il CBD, i grattacieli del centro, la statua di Mzee Kenyatta...”
Dee Faxx parlò fitto per dieci minuti con un meccanico unto di olio dei motori fin sul collo, in un linguaggio sconosciuto perfino ad Hussein.
Ricevette un mazzo di chiavi e li invitò a seguirlo.
La Corolla non era proprio l’ultimo tipo: il vetro davanti aveva una vistosa spaccatura e sembrava pendere decisamente a destra. Dopo cinque o sei tentativi, il motore si avviò e dalla marmittà uscì una fuliggine nera e densa come quando a Wajir bruciarono la camionetta della polizia.
Per Moko, Kali e Hussein era una limousine presidenziale e i tre guardavano scorrere la città e i suoi trafficati quartieri dai vetri scuri, ridendo del fatto che nessuno potesse accorgersi di loro.
Hussein, seduto di fianco al guidatore, memorizzava il percorso, Moko s’incantava a leggere i nomi dei negozi, mentre Kali non smetteva di inquadrare le persone e i ragazzini liberi tra marciapiedi e mercatini.
Dee Faxx aveva alzato il volume della radio, che trasmetteva poca musica e tante chiacchiere in sheng di intrattenitori, battute che lui segnalava con grasse risate.
Ad un certo punto cambiò direzione, rispetto alla strada che Hussein si era immaginato.
“Dove stai andando?”
“Tranquillo, fratellino...faccio una scorciatoia, tu non sai cos’è a quest’ora Lusaka Road...meglio di qua”.
Quando però i negozi si diradarono e riapparvero strade sterrate, baracche di lamiera e cumuli d’immondizia, Hussein cominciò a sentire puzza di bruciato. E non era quella dei copertoni dei camion ai bordi delle vie.
“Tu non ci stai portando in centro, Dee Faxx. Gira la macchina o non ti pago”
“Ehi, fratellino...non ti fidi? Prima passiamo a Soweto a bere una cosa insieme ai miei amici musicisti”
“No, qui decidiamo noi, non ce ne frega niente di Soweto, andiamo a Uhuru Park”
Per tutta risposta Dee Faxx estrasse una pistola e la puntò alla tempia di Hussein.
“Qui si fa come dico io o siete morti, uno per uno, piccoli bastardi. Dovrete dirci a chi avete rubato i soldi che avete in tasca. Io lavoro anche con la polizia e voi siete solo dei ladruncoli”.
Kali stava per mettersi a piangere, Moko ebbe una reazione d’istinto e cercò da dietro di strozzare il finto deejay che, per divincolarsi premette il grilletto della pistola, che ora puntava sulla guancia del capobanda, mentre l’auto sbandava vistosamente.
Fortunatamente l’arma era scarica.
Quando Hussein realizzò, tirò il cazzotto più veemente della sua breve vita nel fianco di Dee Faxx, che accusò il colpo. Contemporaneamente Moko gli mise un dito nell’occhio e Kali lo schiaffeggiò, sul viso, per la verità in maniera blanda. Quando però Hussein mirò ai testicoli, la macchina riprese a sbandare. Dee Faxx perse definitivamente il controllo e non potè evitare un muretto divisorio tra un bivio e l’ingresso di una pompa di benzina. La Corolla si ribaltò due volte e finì la sua corsa contro la casupola del gonfiaggio gomme. Dee Faxx era come tramortito, Kali e Moko riuscirono a saltare fuori dall’abitacolo, strisciando come serpenti, Hussein era incastrato ma sembrava stare bene.
Per confermarlo, prese la pistola e con il calcio colpì in testa l’impostore, che era già svenuto di suo.
“Aiutatemi a uscire!”
Dalla stazione Kobil si avvicinava una folla sempre più nutrita di curiosi, con in testa i due inservienti e un indiano claudicante che doveva essere il proprietario.
Moko e Kali, tirando forte, riuscirono a creare il varco nella portiera per far sgattaiolare fuori il loro boss.
Iniziarono a correre più veloce possibile, senza guardarsi indietro, mentre mezzo quartiere di Donholm si era riversato sulla toyota. Qualcuno riconobbe nel guidatore Abdullahi detto “il condor”, un noto spacciatore e ricettatore di Soweto.
Cercarono nell’abitacolo eventuali soldi o droga, ma trovarono solo tremila scellini e le istruzioni di un Samsung S3.
Attraversarono lo stradone e si sedettero sullo spartitraffico per leccarsi le ferite e fare il punto della situazione. Hussein notò che Kali aveva i pantaloncini tutti bagnati.
“Mah...te la sei fatta sotto, pivello!”
Moko scoppiò a ridere, Kali vibrò due dei suoi famosi schiaffetti al vento e fece per tenere il broncio, poi vide Hussein sorridere e anche lui irruppe in una risata liberatoria.
I tre si abbracciarono ed emisero suoni acuti come le donne akamba durante i riti propiziatori.
“Siamo forti! Siamo invincibili!” disse lo stregone capo.
“Quel fottuto ladro ci voleva fregare”
“Ma noi abbiamo il telefonino...e ancora tanti soldi!”
Hussein tirò fuori mille scellini e li fece sventolare, attirando l’attenzione di una berlina rossa con a bordo un africano di una certa età, che indossava una giacca due volte più grande di lui.
“Taxiiii”
L’auto si fermò a bordo strada con le quattro frecce.
“Dove dovete andare, ragazzi?” chiese il vecchio.
“Più vicino possibile al CBD con questi soldi” fece Hussein.
“Salite a bordo!”
La berlina ripartì e lasciò Donholm, mentre dal lato opposto qualcuno aveva rimesso la Corolla accartocciata nel verso giusto e l’indiano aveva preso in custodia quel che restava di Abdullahi Dee Faxx, in attesa dell’arrivo della polizia. Con i danni provocati alla stazione di servizio e la sua recidività, anche nel caso fosse sopravvissuto, non se la sarebbe cavata facilmente. 
“Cosa dovete fare nel CBD, ragazzi...se mi posso permettere?
Il vecchio parlava con tono pacato e rilasciava un buon profumo di lavanda.
“La mamma ci ha dato un po’ di soldi per comprarci dei vestiti...ma pochi. Poi vorremmo fare qualche foto in Uhuru Park e mangiare nyama choma e patatine” disse Hussein.
“Siete troppo piccoli per fare queste cose da soli...quanto mi date se vi accompagno?”
Kali faceva no con la testa, ma Hussein e Moko avrebbero scommesso che il nonno era una brava persona.
“Cinquemila per tutto il giorno, ma la nyama choma te la paghi tu”
“Quanti soldi avete in tasca?”
“Più di cinquemila” rispose lesto Hussein.
“Va bene, ci sto. Il mio nome è Nyongo”
Erano le dieci passate quando la berlina imbocco Hailé Selassie e svoltò in Moi Avenue.
“I grattacieli!”
La maestosità del centro della capitale calamitava le pupille dei tre mini-avventurieri di Wajir.
Altro che Eastleigh e Pangani! Qui si vedevano solo persone ben vestite, le strade erano senza buche e contornate da piante e fiori colorati, i palazzi avevano scritte pulite e ordinate, c’erano case mastodontiche che non sarebbero mai crollate e askari dappertutto.
“Parcheggiamo qui al Sasa Mall e poi andiamo a cercare un buon negozio con vestiti per bambini”
“Per ragazzi, Nyongo, per ragazzi...”
Il vecchio agli occhi degli avventori e degli stessi insoliti clienti, si trasformò in un vero e proprio nonno premuroso. D’altronde i suoi veri nipoti non li aveva mai potuti conoscere. Una figlia era passata a miglior vita sotto i ferri arrugginiti di un aborto clandestino e Isaac, il maschio, era emigrato in Scozia con l’aiuto della Diocesi, aveva sposato una ragazza zambiana conosciuta all’università di Edimburgo ed era tornato solo una volta in dieci anni, senza la moglie e senza i due gemelli che aveva avuto da lei.
“Voglio una salopette nuova!” ordinò Moko, mentre Kali nel guardaroba faceva sparire calzoncini e mutande puzzolenti e se ne usciva con un paio di fantastici pantaloni alla zuava beige.
“Te li puoi togliere, li devo passare con la macchinetta” lo apostrofò la commessa.
“No...non posso...o li compro così o niente” disse Kali.
La donna lo prese con forza in braccio, lo appoggiò sul bancone e prese il codice, prima di tagliare via il cartellino dai pantaloni. 3500 scellini.
Moko era talmente gasato e divertito che non aveva ancora scelto la sua divisa da bambino ricco, mentre Hussein si era provato già due paia di calzoni lunghi, quattro camicie e un paio di giacche.
Nyongo pareva il più divertito dei quattro, si fece consegnare 20 mila scellini, pagò e una volta fuori dallo store restituì il resto.
“Tieni altri mille come acconto – lo ringraziò Hussein – e adesso andiamo a mangiare!”

“Cosa bisogna fare per avere sempre una vita come oggi?” chiese Kali nel buio.
“Non è possibile, anche chi ogni tanto la fa è perché gli altri giorni lavora oppure ruba”
“E noi domani possiamo ancora farla?”
“Forse anche dopodomani” rassicurò Hussein
“E poi, che accadrà?”
“Torneremo a Wajir e diremo ai nostri che ci eravamo persi nel deserto”
“Io non voglio tornare a Wajir!” disse con fermezza Moko
“E dove vuoi andare?”
“Voglio restare qui e trovarmi un lavoro. Qualsiasi lavoro è meglio che portare in giro le vacche per un piatto di riso e fagioli”
“Io vorrei fare l’autista come Nyongo!” disse Kali
“Io il capo, come con voi due, testoni...e domani ci divertiremo ancora!” chiosò Hussein.
I tre si addormentarono nella loro reggia al terzo piano del Riverside, fantasticando sulla vita futura e rivisitando come un videoclip quella giornata campale.
L’ingresso al Beef & Bitings vestiti da veri nipoti di Nyongo, la carne alla brace più buona del mondo con una montagna di chips da stare male, milkshake e sprite.
Poi in giro per Uhuru Park, tante foto e tanti selfie, uno con mzee Kenyatta dietro e uno con mzee Nyongo insieme a loro. Infine un giro fantastico al Junction Mall, sulla Ngong Road, tra videogames e razzie di dolciumi, cioccolato e noccioline al supermercato. E le armi dei guerrieri: Moko aveva scelto una spada spaziale che si illuminava, Kali una mitragliatrice che s’inceppava, Hussein un coltello a serramanico, nonostante il tentativo di opposizione di Nyongo.
Avevano congedato il vecchio poco prima del tramonto a Pangani, fingendo di essere sotto casa della mamma. Da lì avevano camminato fino a Eastleigh con il motore della loro adrenalina.
Hussein si svegliò ancora una volta prima dei suoi compari e si arrampicò al tubo del bagno.
Avevano speso solo 50 mila scellini, ne avanzavano più di 80. Ma era certo che non potevano permettersi un’altra giornata come quella precedente.
“Dove andiamo oggi, capo?” furono le prime parole di Kali.
“Per prima cosa, ci compriamo due biciclette”
“Solo due?”
“Tu vieni dietro a me, Kali”
“Ma...”
“Poi quando Moko è stanco vi date il cambio. Dobbiamo risparmiare!”
“E cosa si mangia?”
“C’è un posto somalo dove fanno i chapati con dentro pollo e altre cose buonissime. Mi ci portò una volta la mamma”.
Per le biciclette non ci fu bisogno di noleggiare un adulto.
Le trovarono da un bravani con la barba rossa sull’ottava strada. Due piccole e aggressive pantere nere da bikers, facili da impennare.
“Con queste non vanno bene le nostre camicie da fighetti” disse il capo.
“Dobbiamo comprarci una T-shirt e un cappellino a testa!” confermò Moko
Moko e Kali non ebbero dubbi, davanti alla bancarella: casacca del Liverpool. Per Moko, il numero 11 di Salah (“si chiama Mohamed come me”), per Kali la 27 del keniano Origi.
Hussein preferì una fiammeggiante maglia della nazionale tedesca: vi era impresso un enorme uccello rapace nero con la lingua da serpente e le zampe da leone. Con una brandiva una spada, con l’altra delle frecce.
Scorazzarono in lungo e in largo per Eastleigh e Kariobangi, driblando macchine, moto e baracchine ai lati delle vie trafficate, infilandosi nei vicoli spesso senza uscita, arrampicandosi su colline create dalla spazzatura e saltando rigagnoli verdastri dagli effluvi tremendi.
“Godi Kali, godi!”
Davanti agli occhi stupiti del più piccolo dei tre apparve l’imponente costruzione dello stadio di Kasarani.
“Fan-ta-sti-co!”
“Proviamo ad entrare?”
Non fu difficile corrompere uno degli askari. Furono sufficienti mille scellini.
Lasciarono le biciclette nella guardiola e a piedi fecero il loro ingresso sul manto erboso dove giocava la loro nazionale.
“Wanyama, Johanna, Olunga!”
Improvvisarono una partita senza pallone, con triangolazioni, colpi di testa, accelerazioni dal centrocampo fino all’immensa porta. Qui un invisibile cross di Hussein fu deviato con il tacco da Moko per il tuffo decisivo di testa di Kali. I tre corsero in tondo fino alla bandierina del corner urlando come matti e poi andarono sotto la curva a rendere omaggio ai tifosi.
A Kali parve distintamente di sentire “Iugnevauoccalon iugnevauoccalon...”
L’askari li riportò alla realtà.
“Tra poco arrivano i dirigenti della federazione, ve ne dovete andare di qui”
“Ok...aspetta solo un attimo! Con mille scellini avremo diritto almeno a qualche foto?”
Salah e Origi in posa sulla lunetta dell’area di rigore, la più bella.
Hussein non riuscì a trovare il ristorante dei chapati somali, ma forse la sua era una scusa per capitare nella via dove abitava la madre. Restarono qualche minuto all’angolo, poi da lontano il capo vide uscire Kyra e fece segno a Moko di pedalare.
Trovarono dei chapati ancora più buoni del suo ricordo a New Mathare e tornarono in hotel.
Il proprietario iniziava a domandarsi chi fossero quei tre figli di papà, e per giunta di un padre così dimesso benché acculturato e dai modi eleganti. Entrando nella loro camera, aveva notato pacchetti di biscotti, carte di caramelle, bustine di arachidi e confezioni di succhi di frutta, oltre a un vestiario da studenti dello Strathmore College.
“Quindi vostro padre passa domattina a riprendervi?” chiese a Hussein.
“Eh...sì dovrebbe...ma se non succede, mi ha mandato i soldi in mpesa e posso pagare un altro giorno”
“Noi non accettiamo ragazzini non accompagnati”
“Nemmeno con mille scellini in più”
“A testa, però”
“Affare fatto, compreso il parcheggio delle biciclette!”
“Sono vostre?”
“Certo, non le abbiamo mica rubate...comprate dallo Sceicco Barbarossa sull’ottava...vuoi vedere la ricevuta?”
Lola si era fermata a mezza scala per ascoltare la conversazione.
La minigonna in finta pelle era talmente corta che se le cosce gonfie non si fossero congiunte, stando nella posizione di Moko, in procinto di salire il primo gradino, si sarebbe spalancata su di lui l’origine africana del mondo. La ragazza fece segno alla sua socia Debbie di affrettarsi.
“Ehilà ragazzi! Ma come siete fichi con queste magliette...chissà quanto costano”
“Almeno mille scellini l’una” disse Debbie, poco più snella di Lola e inguainata in un tubino color oro che sembrava una maionese da schiacciare.
“Papà ci tratta bene, lui è un uomo d’affari” replicò Hussein, senza degnarle di uno sguardo.
“Mi piacerebbe conoscere tuo padre” ammiccò Lola.
L’intuito e il mestiere la indirizzarono sul titubante Moko, che come un adolescente Mosè dell’era di internet, aspettava forse la separazione delle cosce.
“Intanto possiamo fare amicizia noi cinque, che ne dite? Abbiamo anche un’altra amica...ho visto che avete un Samsung...ci facciamo un po’ di selfie nella nostra stanza? Voglio mettermi la tua maglietta!”
“Io voglio Origi, che gran gnocco!” disse Debbie, voltandosi e shakerando il fondo del tubetto di maionese a destra e sinistra.
I due pulcini del Liverpool sorrisero e fecero per seguirle, ma Hussein sbarrò loro la strada con il corpo attaccato al muro e il braccio sul poggiuolo come un passaggio a livello.
“Scusateci, signorine, ma papà ci ha proibito di entrare in altre stanze o di far entrare altre persone nella nostra”
“Ehi, ma noi non siamo delle sconosciute...siamo di casa qui, ci conoscono tutti...”
Alla vista di una donna agghindata come mamma, Hussein diventava più freddo e maturo di qualsiasi diciottenne di Wajir.
“Il giorno che mi presenti tuo marito, magari andiamo a bere un té insieme”.
“Ma vaffanculo, ragnetto...ma chi ti credi di essere...non sai ancora niente della vita, dell’amore...noi volevamo farvi solo divertire...noi sappiamo come si fa con quelli della vostra età”
“Anche io so come si fa con quelle della MIA età” chiuse il discorso Hussein, mentre Moko e Kali erano appoggiati al suo braccio come cocorite su un trespolo, con uno sguardo a metà tra rassegnazione ed ammirazione per il loro capo.
La sera era in programma la finale della Coppa d’Inghilterra.
Per entrare al Da Place, sulla diciottesima, bastarono due giovanotti masai. I tre ordinarono altrettanti tangawizi e si godettero la prima partita della loro vita seduti al tavolino di un Pub.
“Ma qui fanno anche da mangiare!” appuntò Kali, indicando le griglie posizionate in un giardinetto interno contornato da palme nane.
Ordinarono tre mezzi polli, cavolo stufato e le solite, immancabili patatine fritte.
“Ci proviamo?” fece ad un tratto Moko, guardando i compari con occhi di sfida ed indicando lo stemma della Tusker dipinto sul muro.
“Non ce la daranno mai...” disse Kali.
Ad Hussein non importava bere, sapeva che poi gli sarebbe tornata voglia della bottiglietta marrone.
Ma era il capo e non poteva non accettare la sfida.
“Pagando si può tutto”
Il barista esaminò la sala per essere certo che non ci fossero poliziotti in giro.
Una Pilsner per loro costò esattamente il doppio.
La seconda tre volte tanto.
Quando il Manchester City segnò il quarto gol, i tre uscirono barcollando dal locale e tornarono a casa.
Non era molto tardi e la fermentazione degli zuccheri aveva fatto il loro corso.
“Andiamo a fare un giro in bici, di notte...figata!”
“Siiii, andiamo nel CBD!” urlò Kali
“Shhh...ma che CBD, ci arrestano subito...stiamo qui a Eastleigh, a Mathare semmai”
Moko teneva dietro a fatica Hussein, nonostante trasportasse una tarantola che agitava mani e piedi come in preda ad un attacco epilettico e gli dava indicazioni stradali con i suoi ormai leggendari schiaffetti impalpabili.
Se riusciva ad imbroccare la traiettoria giusta, all’angolo delle strade si riavvicinava e pareva poterlo superare. Così fu per un attimo durante uno zigzag tra un vecchio comatoso, un carretto abbandonato e due cavi che sorreggevano un palo della luce pericolante. Poi nel rettilineo sulla First Avenue Hussein recuperò, ma quando svoltarono sull’ottava per tornare all’hotel c’era ancora margine. Da una porticina però sbucò fuori l’imprevisto: una donna grassa con un borsone quasi più grande di lei, che conteneva biancheria intima di seconda mano da vendere al mercato del Bus Stage di Kariobangi. Hussein viaggiava sul lato strada e riuscì ad evitarla, scodando su una Probox parcheggiata e sbalzando Kali dal sellino. Moko, impegnato nella rincorsa a testa bassa, impattò in pieno con il donnone, colpendole una spalla col manubrio, restandole per un attimo faccia contro faccia e facendo volare in aria gran parte dei perizoma e dei reggiseni.
“Disgraziaaaati!” urlò da terra la malcapitata.
Moko raddrizzò il manubrio e pensò che non era il caso di fermarsi ad aiutarla.
Hussein aveva recuperato Kali e stava già svoltando sull’undicesima.
Dall’angolo delle due strade, un individuo basso e tarchiato con l’aria da askari in libera uscita, vide la scena e si affrettò a soccorrere la donna.
“Piccoli teppisti, mi hanno quasi rotto un braccio...e guarda la mia merce. Per favore, Nasser, dammi una mano a raccoglierla...ma non finisce qui...conosci quella gang?”
“Da ieri ne parlano in giro...hanno sempre soldi in tasca e dormono al Riverside...sembra che il padre li abbia lasciati lì, pagando, e non sia ancora tornato a prenderli. Fino ad ora si sono comportati bene”.
“Sì, ma quello che mi è venuto addosso aveva l’alito da ubriaco e non avrà più di dodici anni!”
“Ah, questo è grave... -  disse il bassetto – in quanto ronda volontaria di Nyumba Kumi domani dovrò avvertire la Guardia di zona”.
“Bravo, Nasser, e mi dovranno risarcire il vestito strappato e le cure mediche per la spalla”.
Al Riverside era tutto tranquillo, Hussein notò che qualcuno era entrato nella 313 e aveva spostato la sua spada spaziale.
Ebbe un fremito e si catapultò verso il tubo del bagno.
C’erano ancora tutti i trentamila scellini.
Fece mentalmente i calcoli: 8000 per tornare a Wajir, compresi i matatu a Nairobi e un ultimo pranzo da re, 6000 per un altro giorno di albergo e il resto per gli ultimi acquisti.
Kali era già crollato ma si rigirava nel letto lamentandosi per i lividi della caduta, Moko era decisamente brillo e sgranocchiava rumorosamente biscotti al cocco.
No, non avrebbe mai potuto farcela, da solo, a Nairobbery. 

Ismail detto il Fabbro sedeva su uno scranno di legno, sorseggiando il suo caffé brodoso.
Aveva ormai raggiunto una certa età, ma la fama di uomo dalle maniere risolute e la leggenda della porta di ferro divelta con le mani a cui doveva il soprannome, lo precedeva ovunque a Eastleigh.
E’ così che il Capo della Polizia aveva accettato di buon grado la sua elezione a coordinatore di Nyumba Kumi, le ronde di quartiere dei cittadini, divise in rappresentanti di isolati, teoricamente ogni dieci (kumi) case (nyumba).
Nasser chiese udienza e riferì quanto accaduto la sera prima.
“E’ grave che il proprietario dell’hotel non abbia segnalato la presenza di tre bambini che non stanno andando a scuola e apparentemente sono stati abbandonati dai genitori” disse il Fabbro.
“Possiamo andare a parlargli” suggerì la ronda dell’Undicesima.
“Non credo serva a molto, se non a fargli mandare via i ragazzi. I soldi ormai li ha presi, a quanto si dice. E i tre teppisti troveranno un altro hotel. Quello che non capisco è cosa siano venuti a fare a Eastleigh, con tutti i quartieri migliori e anche più economici che ci sono a Nairobi. Nessuno di loro tre è somalo, mi sembra”.
“Sarà il caso di informare la polizia?” chiese Nasser
Su Nairobi dai primi chiarori scendeva una pioggia elettrica e serrata, con le nuvole che sembravano andare a cercare i palazzi più alti e le strade, gli avvallamenti e le rotonde che già iniziavano ad allagarsi.
Moko si svegliò con un gran mal di testa e l’umore sotto le scarpe Bata da 2.800 scellini.
“Uff...dove andiamo con questo tempo?”
“A comprare degli ombrelli...ne ho visto uno del Liverpool!” disse Kali, che nel tirarsi su dal letto avvertì un dolore al ginocchio e si recò in bagno zoppicando.
“Voi state qui – ordinò il capo – io vado giù a pagare l’albergo e poi al baretto di fronte a prendere la colazione. Mangiamo in stanza e aspettiamo che finisca di piovere”.
I soldi che aveva in tasca sarebbero bastati, decise in ogni caso di tirare giù quelli dal tubo e portarli con sè. Chissà mai che a Moko fosserò risaliti i fumi dell’alcool e decidesse di dileguarsi per non dover tornare a Wajir.
Come promesso, dopo una ventina di minuti, Hussein fece ritorno con tre sacchetti di carta e una specie di thermos.
“Due mandazi a testa, pancake, uova fritte e...patatine!”
“Sei grande, capo!”
Kali si produsse in una creazione culinaria che alle 9 del mattino avrebbe messo in difficoltà chiunque: operò un foro con i denti al mandazi e lo riempì completamente di patatine, irrorate precedentemente di peptang sauce. Mentre lo prendeva a morsi, aveva l’aria di chi non avrebbe mai dimenticato quella scena e quel gusto per lungo tempo a venire.
Moko sentiva il beneficio del pancake come fosse una spugna che ripuliva il malto latente, Hussein beveva lentamente e pensava a come concludere la vacanza nel migliore dei modi.
Ad un tratto avvertirono un trambusto ai piani inferiori: porte che sbattevano, colpi contro il muro, urla di ragazze e clienti. Istintivamente Hussein si alzò e diede una mandata di chiave alla porta. Dopo pochi secondi sentì bussare: “Aprite, polizia!”
Moko si portò alla finestra, per valutare se fosse possibile saltare giù, o almeno camminare sul cornicione. Ma non c’era nessun cornicione, solo piastrelle rese ancor più scivolose dalla pioggia.
“Ma noi non abbiamo fatto niente” piagnucolò Kali.
“State tranquilli, ragazzi. Ci pensa il capo”
Hussein cercò di soffocare il tamburo che gli si era attivato nel petto e si recò ad aprire la porta.
“Buongiorno, polizia. Siamo solo dei bambini, il nostro papà non c’è”
L’agente, uno spilungone preparato a digrignare i denti con puttane, spacciatori e criminali da poco, restò per un attimo interdetto. Nonostante fossero loro il motivo del blitz al Riverside, trovarsi davanti tre mocciosetti a loro agio tra profumo di dolci e odore di fritto, giocattoli e vestiti come suo figlio non aveva mai avuto, l’aveva spaesato, tanto che non estrasse neanche l’arma.
“Ragazzi – esordì – prendete le vostre cose e seguitemi”
“Ehi, soldato! - Lo fermò Hussein con un braccio all’altezza dei fianchi – ti do 5000 scellini e tu non ci hai visto, va bene?”
Lo spilungone non credeva alle sue orecchie. Quella canaglia in miniatura stava cercando di corromperlo!
“Francis, Mwangi, li ho trovati, sono qui, al terzo piano. Venite!”
Li immobilizzarono come fossero pericolosi terroristi e li trascinarono per le scale.
Al primo piano incrociarono Lola e il tubetto di maionese.
“Bravi agenti, riportateli dai parenti...questi ragnetti vanno educati...pensate che volevano venire a letto con noi”
“Neanche morto, bruttona!” urlò Hussein, mentre Kali, avvinghiato a uno dei poliziotti come un koala, ringraziava il cielo di essere già andato in bagno e Moko pensava che piuttosto che morire per mano dei poliziotti, un giro nel letto con Lola se lo sarebbe fatto.
“Anche lei si deve presentare alla stazione” disse lo spilungone uscendo, al proprietario del Riverside.
“Gliel’ho già detto, sono venuti con il padre, ho qui gli estremi del documento. Non accetto mai minorenni...di nessun tipo”
“Faccia uscire i clienti, chiuda l’hotel e si presenti in polizia” fu la laconica risposta.
Sull’Undicesima c’era una folla come neanche al funerale del campione di boxe somalo Liban Jamal.
“Lo dicevo io che quei ragazzi avevano troppi soldi...” sbraitava la cameriera dai denti invertiti.
“Non ho mai visto nessuno mangiare così tante patatine...”
“Sempre più giovani, sempre più criminali...”
“Ma cos’hanno fatto? Hanno ucciso qualcuno?” chiese l’Imam a Nasser.
“Hanno ferito una donna, erano ubriachi”
“Ubriachi a quell’età?” e partì una preghiera con una tonalità così alta che quasi tutto il quartiere si azzittì, come incantato da un flauto magico, mentre la camionetta della polizia si faceva largo tra folla, fango, carretti e altri veicoli che facevano a gara ad incastrarsi in ogni frammento di strada lasciato libero.
Davanti al District Police Officer, Hussein iniziò a raccontare un sacco di balle.
Bastò un interrogatorio separato e, mentre Kali veniva rincuorato a carezze e Moko raccontava la storia più vicina possibile alla verità, Hussein assaggiò i primi schiaffi della legge della sua carriera di ragazzo di strada, dopo aver provato ad offrire tutti i 30 mila scellini, che ovviamente gli furono requisiti, insieme al telefonino e alla spada che si illumina.
“Ci credi tu alla storia dell’ubriaco di Wajir?”
“Secondo me stanno proteggendo qualcuno”
“Appena troviamo questo Elias Kibunguchy, capiremo di più”
“Nel frattempo, dove li sbattiamo quelli?”
“Lasciamoli nella celletta. Portategli una caraffa d’acqua”
Dalla sim del telefonino risalirono ad un noto delinquentello di Soweto che entrava ed usciva di galera e questo non deponeva a loro favore, ma le foto nella scheda sorpresero gli investigatori.
“Ma guarda questi che vita hanno fatto...è un ristorante da 2000 scellini a persona...e il negozio di vestiti...pure le scarpe...ma qui sono a Kasarani...incredibile”.
Il giornalista locale Juma aveva l’acquolina in bocca.
“Guardale, guardale...tanto non puoi pubblicarle!”
“Dai James, la storia è bellissima...tre marmocchi che trovano 200 mila scellini a Wajir e se ne vengono a Nairobi a fare la vita da nababbi per tre giorni e girano indisturbati”
“Se è tutto vero...il capetto sembra invece essere uno di Pangani, ci voglio vedere chiar

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Sopratutto è nei desiderata dei billionari, che iniziano ad apprezzare il lusso e gli affari da fare a Nairobi, la quiete delle riserve nazionali come Maasai Mara e Samburu e la...

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Una serata dedicata a "The Voice" Frank Sinatra, con i brani più significativi del grande cantante italo-americano riarrangiate e interpretate da Marco Bigi.
Al Baby Marrow Art & Food Restaurant di Malindi a fare da filo conduttore tra la musica e...

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Sono terminate le riprese del docufilm "Italiani in Kenya", mediometraggio commissionato dal Ministero degli Esteri italiano, tramite l'Istituto Italiano di Cultura di Nairobi, nell'ambito della settimana della lingua italiana nel mondo. 

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Di quale Kenya vorrà parlare il giornalista e anchorman Gad Lerner, all'interno del suo nuovo programma "Ricchi e Poveri" che esordisce domani sera, domenica 12 novembre, in seconda serata su Rai Tre?

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La tournée di Freddie del Curatolo nelle sue molteplici versioni sta per volgere al termine.
Per chi ancora non lo avesse visto all'opera nelle sue "serate Kenya" o nella presentazione della sua ultima fatica musicale (con tanti riferimenti africani) "Esilio...

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