L'angolo di Freddie

NONNO KAZUNGU

Nonno Kazungu e Facebook

"Al Safari Bar hanno capito, e ci prendono in giro per l’ennesima volta"

25-02-2009 di Freddie del Curatolo

La giornata è a dir poco epocale, qui a Kakoneni. Precisiamo: non che la Natura stia soffrendo più di tanto il cambiamento climatico, l’effetto serra, le marmitte catalitiche e le altre simpatiche novità introdotte dall’ingordigia umana.
Il grande baobab ha smesso le foglie come tutti gli anni di questi tempi, il cielo si è liberato delle sue lenzuola di nuvole per il troppo caldo, la polvere rossa delle strade sterrate ora si appiccica con più voluttà al corpo, fissandosi con una leggera, invisibile patina di umidità.
La novità è che il satellite della Orange Kenya, una delle linee di telefonia mobile controllata dallo Stato, “prende” anche qui.
Così lo Svaporato ha caricato in macchina il suo computer portatile, protetto da strati di panno, plastica e da un borsone, e come cuore di cipolla l’ha sfogliato davanti agli occhietti vispi di Nonno Kazungu. 
“Oggi ti spiego Facebook”.
Il vecchio ascolta, come è sua consuetudine e come sempre ha fatto per quarant’anni dai mzungu, come pretende i nipoti facciano sempre con lui, prima di lanciarsi in domande, supposizioni e voli di fantasia leggeri e imprevedibili come quelli dell’aquila pescatrice, prima di lanciarsi sulla preda.
“E’ come partecipare alla vita del villaggio, Kazungu.
Un villaggio in cui decidi quali rafiki invitare e in cui ognuno può chiederti di entrare. Ma non che a tutti interessi cosa succede nella tua piccola tribù. Più che altro è un modo per sentirsi meno soli, per affiliarsi e far parte di un’altra tribù, quella che partecipa a una vita sociale che in realtà non esiste”.
Kazungu squadra lo Svaporato come un matto, ma sa che qualcosa di vero e importante ci deve essere, altrimenti questo libro in faccia non può essere sfogliato da milioni e milioni di persone in tutto il mondo. Nel frattempo, si avvicinano curiosi anche l’elettricista Makotsi, il barista Kibonge e il piccolo genietto Kitsao, di ritorno da scuola.
“Qua noi ci sentiamo soli quando non ci arriva l’acqua - precisa il nonno – per il resto sappiamo di dover contare sulle nostre risorse. Sapere che tanta gente si interessa a noi, ma non ci conosce e non fa nulla per migliorare la nostra vita, quali benefici ci reca?”.
“Forse un sollievo momentaneo. Il problema è quando tutto ciò diventa un'abitudine” risponde lo Svaporato, d’istinto.
“Quel che non capisco – blatera Kibonge, stappando la prima tusker della giornata – è perché la gente cerchi di risolvere i propri problemi parlando e commentando quelli degli altri”.
“Forse parlare delle beghe altrui fa sentire meno pesanti le proprie… - azzarda Makotsi – anche in città, a Malindi, c’è chi fa così. Davanti all’ospedale ci si ferma per bere un succo di tamarindo da “Mama dieci scellini” e si parla di tutti quelli che sono entrati lì dentro e non sono ancora usciti. Poi si passa al Governo, ai parenti che hanno perso il lavoro, e così via”.
“Ci si conosce sempre meno e ci si invade sempre di più” sentenzia da lontano Kalama.
Nonno Kazungu osserva i commenti ai post di Facebook, guarda le foto, legge le frasi.
Storce il naso quando vede che qualcuno ha inviato un bacio virtuale allo Svaporato.
“Ma lo sanno quanto sei sudato e appiccicoso, qui a Kakoneni, prima di mandarti un bacio?”
La compagnia se la ride.
Al Safari Bar hanno capito, e ci prendono in giro per l’ennesima volta. 
Lo Svaporato annuisce. Quanto più gli esseri umani decidano di dividersi, di spersonalizzarsi, tanto più hanno bisogno di sentirsi uniti.
Criticando un politico, sdegnandosi per un video sulla malasanità, iscrivendosi ad un gruppo per la salvaguardia di un animale che non hanno mai visto dal vero e di cui avrebbero soltanto paura, se se lo trovassero davanti come capita alla gente, qui alle porte della Savana.
Tutti nel calderone, con una sola immane paura: quella di scoprire se stessi, quella di affrontare la vita vera.
“Non so se sia proprio così, rafiki – conclude Kazungu – forse per te è un modo per sentirti ancora vicino alle persone con cui sei nato, ai tifosi della tua squadra con cui condividi valori importanti. Secondo me voi mzungu dovete sempre esagerare: spesso non vi conosce completamente nemmeno vostro fratello, il vicino di casa vi ignora e voi ignorate lui, ma in Facebook avete 1.344 amici…”
“Lo voglio, lo voglio, lo voglio! - urla indemoniato Kitsao – a me non frega niente che la gente mi conosca, sono io che voglio conoscere, voglio sapere, voglio essere sempre informato di tutto!”.
Nonno Kazungu allarga le braccia come stesse reggendo un mantello invisibile, e accoglie il nipote.
“Quel che vuoi sapere, piccolo, lo puoi apprendere dalla Natura, viaggiando, potendo guardare le persone negli occhi. Il nostro fratello bianco ci ha mostrato un gioco divertente, un passatempo come il bao o la caccia alla faraona. C’è tanto ancora da imparare, da vedere, da vivere. Non avere mai paura di conoscerti, di dover fare i conti con la tua condizione. Non sarai mai uguale a un’altra persona soltanto perché ne condividi il video o perché ti piace il suo elemento.
Lo vedi il grande baobab? A lui non frega niente se una sequoia in Madagascar viene a sapere che sta perdendo le foglie. Vorrebbe solo che Kibebe lo scemo, quando la sera si accuccia in mezzo alle sue radici, si addormentasse felice, perché ha vissuto un’altra giornata inutile in cui un bambino gli ha sorriso, una vecchia gli ha offerto un piatto di polenta e un cane pulcioso gli si è avvicinato per farsi accarezzare”. 

TAGS: Nonno KazunguFacebook MalindiFreddie Kenya

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