L'angolo di Freddie

SATIRA

Un lavoro sicuro per italiani a Malindi: il ristoratore

Consigli per guadagnare (poco) e mangiare (tanto) in Kenya

02-12-2018 di Freddie del Curatolo

Gli italiani da un bel po’ di anni non sono più né eroi né tanto meno navigatori, ma la passione per i fornelli e per la tavola non li abbandonerà mai.
Così spesso il sogno di chi lascia la terra della pizza e degli spaghetti, è quello di esportare le proprie abitudini culinarie del Paese d’approdo.
Impossibile immaginare una colonia italiana all’estero senza ristoranti di riferimento, spesso addirittura a carattere regionale.
Così è capitato a Malindi.
Fin dai primi insediamenti di concittadini negli anni Ottanta, alcuni cultori della buona cucina e della tradizione gastronomica mediterranea si sono fatti strada in questo strategico settore.
Dapprima è arrivato un capitano di ventura toscano che però, non sapendo cucinare nemmeno un uovo al tegame, ha preferito aprire una gelateria italiana, dedicandosi comunque a una specialità molto apprezzata in un paese caldo.
Incoraggiato dall’ingrandirsi della comunità italiana, lo stesso lupo di mare ha aperto anche una trattoria e ha dato via alla nascita di una vera e propria catena: infatti, convinti che non si potesse fare peggio del toscano, sono arrivati i primi professionisti del settore: un ex-campione di nuoto che ha trasformato la sua casa in ristorante d’elite, e un commercialista napoletano che ha lasciato le dichiarazioni dei redditi in cambio di un forno a legna e a dichiarazioni d’amore istantaneo alle bellezze locali, tanto per fare due esempi.
Sulla pizza si andava facile, in effetti: negli anni Ottanta esisteva solo un locale che sull’insegna inneggiava alla specialità napoletana, ma è finito in mano agli inglesi e sfornava una delle peggiori “margherita” d’Africa.
Da questi antesignani della ristorazione malindina possiamo oggi imparare una grande lezione: l’importante è dare una fisionomia iniziale ben precisa al proprio locale e possibilmente non cambiare mai il suo nome. Ma si può fare di meglio: alcuni tra i più rinomati ristoranti di Malindi, non hanno mai cambiato nemmeno il menu.
Nella scelta del nome, consigliamo un bagno di fantasia e un tocco di originalità: ad esempio potete chiamare un bar semplicemente “bar”, ma pure raddoppiandolo, oppure chiamare un locale sito nella zona dei pescatori col nome di una verdura. O ancora trovare, tra tutti i nomi napoletani possibili, per una pizzeria, quello che assomigli maggiormente a un vocabolo swahili. Che ne dite di “Putipù”? Parecchi residenti sono ancora convinti che voglia dire “sputare”, in lingua keniota. In realtà è uno strumento tradizionale partenopeo.
Oggi a Malindi le cucine storiche sono rimaste poche, c’è meno di un ristorante per persona, ma è possibile rilevare una delle tante attività in vendita per fare loro concorrenza. Senza ovviamente chiedersi perché siano in vendita.
Ma no, buttarsi sul cibo è una scelta sicura. Ecco perché forse abbondano i buffet, a prezzi sempre più bassi. Solo la domenica, perché si racconta che alcuni pensionati mangino fino a stare male per 1000 scellini, e poi passino il resto della settimana a bere tè e succo d’ananas.
Poi, mi raccomando, seguire le mode: a Malindi è fondamentale. Se è l’anno del “fusion”, aprite un locale fusion e se non sapete cosa cucinare, al massimo mischiate il riso pilau con il sushi, o farcite le samosa con le lasagne alla bolognese. Se invece è l’anno del lounge, mettete la parola “lounge” al vostro locale, e magari comprate pure un divano. Poi potete dar da bere tusker e cocacola come tutti gli altri, ma vuoi mettere?
Insomma, con i ristoranti a Malindi si guadagna sicuro.
Giusto il tempo di una cena…

TAGS: satira kenyafreddie del curatoloristoranti malindi

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