Opinioni

CORONAVIRUS

Saio: "Nessuna certezza sul Covid19 sotto l'Equatore"

Il punto della situazione dall'esperto medico italiano a Nairobi

08-03-2020 di Freddie del Curatolo

Il Coronavirus non arriverà in Africa Subsahariana perché non resiste al caldo? O invece appena verranno scoperti i primi casi deflagrerà come non hanno fatto in passato Ebola e Sars?
Queste e tante altre domande che pongono i riflettori dell’influenza più bastarda degli ultimi anni (ma pur sempre un’influenza) su Kenya e dintorni sono per adesso esercizi inutili che servono solo a gonfiare i soloni dei social network, nei frenetici “copia incolla” da altrettanti giornalisti o presunti tali che preferiscono il commento alla notizia in sé e prendono alla rinfusa parole e virgolettati da riviste scientifiche, primari di virologia, dirigenti dell’OMS, ospedali e (peggio del peggio) Ministri della Sanità di tutto il mondo.
Indicazioni serie ed accertate sono ancora lontane dal venire e si spera questo accada prima di eventuali spargimenti di virus anche sotto l’Equatore.
E’ questo il parere di uno dei più importanti esperti di malattie tropicali ma anche di virus in Africa, il medico italiano Mauro Saio del Nairobi Hospital.
“Ogni giorno escono su riviste specializzate o su altri siti gli esiti di molti studi teorici, effettuati anche da pool di ricercatori di chiara fama ed esperti virologi – spiega Saio a malindikenya.net – ma per quanto interessanti per adesso sono solamente studi che non possono avere un riscontro pratico. Per quello devono essere fatte sperimentazioni e ci vuole del tempo, così come per sperimentare i primi vaccini”.
Più di uno di questi studi ha tirato in ballo come possibile cura per il Co-Vid19 lo stesso farmaco utilizzato alcuni anni fa per guarire i pazienti affetti da ebola in Congo ed Uganda, ovvero il remdesivir. Mauro Saio ricorda bene i tempi dell’emergenza ebola, essendo stato in prima linea nella prevenzione e nell’attenzione quando sembrava che si potesse propagare anche nella parte keniana del Lago Vittoria.
“Ho letto di questa possibilità – spiega il medico italiano da oltre 40 anni in Kenya – difficile però credere che due patologie differenti con modalità di trasmissione completamente diverse (ebola, come l’HIV attraverso il sangue, Coronavirus attraverso le goccioline di saliva e muco) possano essere curate con gli stessi principi attivi. Molto più interessante, semmai, la prova che stanno effettuando i medici coreani, che hanno combinato due inibitori delle proteasi (già efficaci nell’emergenza Sars del 2003) con un normale antiraffreddore. Ma anche questi sono tentativi che hanno bisogno di numeri, di pazienti volontari positivi che si prestino, per poi vedere effetti e percentuali di guarigione, ci vorrà tempo. In questo senso anche i continui cambi di pareri e di giudizi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità non aiutano. Come gli altri virus del genere, nel frattempo, quando le persone che sono state infettate avranno sviluppato i loro anticorpi, piano piano diminuiranno i contagi, ma i tempi di questo processo non si possono ancora prevedere”.
Qualcuno ha anche tirato in ballo il fatto che gli africani, così abituati a malattie quasi quotidiane e fin dall’infanzia e a situazioni di vita difficili, possano aver sviluppato anticorpi pronti da soli a contrastare il virus.
“Questa è una falsa credenza – avverte il Dottor Saio – l’ipotetica immunità degli africani semmai può contare per certi parassiti con cui hanno a che fare per le condizioni di vita, l’acqua ed altro, ma non certo per i virus, che agiscono in maniera differente”.
Anche sul discorso, ripreso da più campane di un Co-Vid19 poco resistente al caldo e inefficace sopra il 28 gradi, Saio ci va cauto.
“Sars e Mers, i due virus simili precedenti – spiega – non arrivarono in Est Africa e anche nell’Occidente si spensero alle porte dell’estate. La speranza è che possa avvenire anche qui. Il virus Sars ad esempio era più aggressivo e infatti la mortalità già in partenza era più alta, mentre il Co-vid19 mostra una maggior resistenza sulle superfici. Bisogna ancora capire dove la temperatura potrebbe fare la differenza. Il Kenya sta cercando di prepararsi ad un’eventuale emergenza con strutture e personale, ma attualmente siamo ben lontani da poter gestire più di qualche caso isolato, i tamponi sono ancora pochi e i medici specializzati anche”.

 

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