Racconti

RACCONTI

I racconti kenioti di Alessandro Veneziani

Sonno Africano, La malaria è un fatto di sangue, Stranezze di Watamu

25-11-2010 di Alessandro Veneziani

SONNO AFRICANO

Watamu al mattino è una piccola comunità assonnata, le baracche che fungono da negozi sono pressoché tutte chiuse. 
In quelle aperte, spesso si scorge nella penombra una figura quasi sempre femminile che dorme sdraiata per terra. La nottata è stata dura - penso io - continuo il mio cammino ma non posso esimermi dal pensare come avrà passato la notte quella persona.
Posso immaginare mille situazioni, quasi tutte poco comprensibili per chi, come noi, vive agiato con tutte le comodità che la società europea ci regala. 
No, non lo voglio sapere, non voglio sentirmi rispondere: Dio conosce me, Dio riconosce che non ho niente, lui capisce me!! 
Forse una risposta per non sentirsi colpevole, forse un sistema collaudato per fare tenerezza ed entrare prepotentemente nei nostri cuori, non lo so, penso entrambe le cose.
Cerco di capire, di entrare nel meccanismo di una cultura diversa dalla mia e alla fine decido che i saperi e le tradizioni vanno rispettate!
Ovviamente nel rispetto della convivenza terrena, chi stabilisce dove è il bene e dove è il male?
Chi decide quello che giusto o sbagliato?
Dove sta la normalità?
Forse ci ritroviamo e pensiamo di avere risposta a tutto questo, attraverso la moralità imparata crescendo e continuamente messa in discussione dai fatti quotidiani.
No, non credo!
Ci si abitua a tutto, quello che oggi può sembrare sbagliato, immorale o fuori luogo, domani potrebbe sembrarci la cosa più normale di questo mondo.
Il nostro cervello plasmabile e duttile ci aiuta a superare ogni tipo di tempesta.
Come fa un ergastolano ad abituarsi all’idea di stare rinchiuso per tutta la sua esistenza.
Come fa il kamikaze a pensare che quello che sta facendo è giusto.
Come si fa a superare la perdita di qualcosa a cui si tiene veramente. 
Compresa la propria vita!?!? 
Non lo so, ma è mattino, forse anche io non ho ancora smaltito la Tusker di ieri sera. 
Troppo complicati i miei pensieri, così, accetto senza critiche la ragazza che vedo dormire in mezzo ai souvenir impolverati.
Intanto, sono arrivato al piccolo supermarket, dimentico le “principesse”, le persone affamate e penso alla mia spesa, dunque: 
Coca cola, succo di mango, quello buono però, perché l’altro è un po’ acido e se non lo diluisci bene, brucia in gola.
Poi, il vino, eh sì! 
Ci vuole un bel sudafricano leggermente alcolico per rallegrare la serata con gli amici benestanti.
Il pane, l’acqua, le uova, la marmellata….basta, poi chi la trasporta fino a casa tutta sta roba.
Improvvisamente sento delle grida provenire da qualche scaffale più in la, ascolto ma non capisco nulla, sicuramente è swahili.
Giro l’angolo e vedo “la signora” intenta a pestare di botte un ragazzo africano, lui è steso per terra e non reagisce.
Poco dopo, arriva la polizia, che con maniere altrettanto decise, carica il malcapitato su una camionetta e lo porta via.
Si era rubato, con scarso successo, un chilo di farina.
Ho saputo più tardi che il ragazzo è stato condannato a 4 mesi di carcere…, quello keniota, non quello italiano….
Devo dire però, che da come lo ha pestato, io avrei ritenuto sufficiente la punizione.
Così, torno a casa, ripongo la mia mercanzia nella dispensa, passo di nuovo innanzi all’ascari che ogni volta che mi vede si alza in piedi e con fare militare mi saluta sbattendo i tacchi ed aspetto il matatu che mi porterà alle scuole di Mida.
Il capolinea dei matatu per fortuna non è tanto affollato, forse perché ne passa uno ogni tre secondi, così, non aspetto molto e prendo il primo che capita.
Ormai non tratto più nemmeno il prezzo della corsa, con orgoglio, e senza alcuna polemica, pago la tariffa africana. 
E poi, mi piazzano sempre sul sedile anteriore, a fianco dell’autista…posizione di privilegio, soprattutto in caso di frontale…
Matatu Mussulmani, matatu Cattolici, matatu…. neutri…, tutti uguali, musica a tavoletta, galline, pesce e…, puzze sconosciute.
Il tragitto non è molto lungo, ma a Gede, bisogna cambiare il pulmino e prendere la coincidenza per Mombasa. 
Nessun problema, tra un venditore d’acqua e uno di noccioline, tutto si risolve velocemente.
Ogni volta che prendo un mezzo di trasporto locale, ci si ferma fare rifornimento, accidenti, non mettono mai una goccia di benzina in più del presunto necessario.
La mia fermata è Mida Station, lo comunico all’autista che annuisce ed estrae dal sacchetto che tiene in mezzo alle gambe, l’ennesimo bastoncino di marunghi.
Mi fa cenno se gradisco ma io con gentilezza rifiuto, lui scoppia in una risata e mi dice:
Se mangi questo filo d’erba stanotte fai impazzire la tua donna…e con un eloquente gesto del braccio mi dice: very strong!!! 
Certo, certo, immagino, ma io non ho la donna.
Non c’è problema, ti presento mia zia !!!!
Sua zia?, penso io? Avrà l’età del dattero...
Amico…, mia zia, è bella, ha venti anni e poi è alta come giraffa….
Tiro un sospiro di sollievo, ringrazio ma gentilmente rinuncio alla giraffa.
Intanto per fortuna arriviamo alla mia destinazione, scendo e percorro a piedi il piccolo tragitto che separa la strada principale dalle scuole di Mida.
Qualche giorno prima, ero già stato in quella scuola, visita ufficiale con tutta la gerarchia dell’associazione Karibuni Onlus che, oltre a molti altri,si occupa anche di questo progetto.
Devo dire che l’accoglienza è stata uguale, forse mancava qualche bambino però, l’emozione è la stessa. Piccole creature vestite tutte uguali che ti corrono incontro, si allungano verso di te, e come i grandi, ti salutano stringendoti la mano. 
Vogliono solo guardarti. 
Hanno gli occhi enormi, pieni di stupore e colmi di domande che non riescono a porti. 
Ti osservano, ti studiano e con gioia ti sorridono.
Non sanno nemmeno chi io sia, ma sanno che sono qui per loro. 
Non conoscono le brutture del nostro mondo, purtroppo ne conoscono molte altre, diverse, e credo anche peggiori. 
Però, sono come tutti i bambini, disarmanti, privi di ogni cattiveria.
Le bambine con le loro treccine a ciuffetti ed i bambini, che inseguono un pallone inventato con carta e stracci.
Purtroppo molti sono ammalati, malattie più o meno gravi ma che incidono drammaticamente sulla loro crescita, sul loro inserimento sociale, in un contesto dove tutto è già molto complicato.
Rimango poco tempo, il tempo necessario per mettere in discussione tutta la mia vita, per annullare in un colpo tutti gli interessi effimeri che ho lasciato in Italia, e rendermi conto che qui, in questo luogo, tanto è stato fatto, ma che ancora tanto deve venire. 

LA MALARIA E' UN FATTO DI SANGUE...

E’ il primo pomeriggio di una calda giornata d’ inizio Marzo. 
A Watamu si incontrano poche persone, al più qualche turista dall’inconfondibile caratteristica inglese che si aggira perduto senza meta sotto al sole cocente.
Solo le solite capre che circolano indisturbate mangiando tutto quello che trovano, sembrano accorgersi di lui, così che il buon samaritano, regala loro qualche buccia di banana che stava avidamente mangiando.
Intanto io, non so perché, ma ho un po’ di mal d testa, forse il sole, forse il caldo o forse… la malaria….e si!, La malaria, questa “sconosciuta” malattia che incute terrore e paura! 
Paura infusa da medici troppo scrupolosi o troppo incapaci al punto di prescrivere Malarone per tre mesi consecutivi.
Qualche anno fa, durante un breve soggiorno in Tanzania, decisi di fare la profilassi a base di Lariam, la solita terapia, inizio giorni prima, proseguo anche dopo il ritorno…una strana senzazione di gonfiore addominale mi impediva di muovermi normalmente, dolore al fegato che se premevo leggermente sull’addome mi pareva volesse uscire balla bocca…, spossatezza e malessere generale!
Analizzo la situazione, una sommaria valutazione del rischio.
Percentuale di possibilità di contrarre la malaria, bassissima, percentuale di guarigione con farmaci locali altissima…
Danni provocati dai costosissimi farmaci europei….????….
Da allora non prendo più nessun farmaco però, in preda a ipocondria, mi chiedo: 
E se avesse ragione il dottore così coscienzioso e timorato ?
Accidenti, anche ieri sera a tavola si discuteva di malaria. 
Tutti avevano racconti ed aneddoti, naturalmente drammatici.
Ma no, ma quale malaria!?! 
Però ! 
Anche Roberto è andato a fare il vetrino; sai, ho un po’ di nausea e con 100 scellini….
Uffa!!!
Ma si, faccio un giro, vado a Malindi e mi tolgo il pensiero!
Così, in balia dei miei pensieri, avverto una voce che mi chiama Ale, Ale, dove vai?
Era la mia amica africana Carol che tornava dal lavoro, il suo incarico è alla reception in un villaggio.
Il giorno successivo sarebbe stata in off, così, racconto a lei le mie paranoie a tal punto che sorridendo gentilmente mi dice: ok, ti accompagno a guardare il sangue, io so dove è Ospedale!
Avremmo potuto ottemperare al bisogno anche a Watamu, ma volevo spostarmi e fare un giro, così,
arriviamo a Malindi nel fracasso dei tuc tuc, dei matato, dello smog provocato da camion, in barba a tutti gli inutili blocchi del traffico che siamo costretti a subire in Italia 
Amo questo fragore, mi piace questo disordine organizzato, lo reputo decisamente migliore del traffico nebbioso e ghiacciato delle nostre tangenziali. (ma questa è un’altra storia).
Intanto, durante il tragitto a piedi, io inciampo nel terreno sconnesso così che Carol, si arrabbia e con fare minaccioso mi dice guarda dove metti i piedi!!!…
Sawa sawa, non pensavo che in questa parte del mondo inciampare fosse così grave!!
Ospedale???
Devo dire che la mia immaginazione non arrivava a tanto!
Una scala bianca, in un palazzo dallo stile arabeggiante, portava davanti ad una porta semichiusa.
Dall’interno si sentiva una voce maschile che con autorità spiegava ad una donna la posologia del medicinale.
Entriamo e dopo poco è il nostro turno.
Carol spiega il motivo della nostra venuta, io guardo intorno e rimango assolutamente stupito, nessuna paura, solo stupore nel vedere un ambulatorio medico così organizzato.
Il festival dei controsensi, medicinali nuovissimi, garze, bende, cerotti, in mezzo ad ampolle e provette degne di un alchimista.
Un’arrugginito ventilatore a soffitto ruota cigolando sopra la mia testa, speriamo non si stacchi!!
Intanto la conversazione tra Carol ed il dottore prosegue, ma che si staranno dicendo penso io, è un quarto d’ora che parlano!! 
Fino a quando sorridendo il medico mi fa cenno di sedermi su una sedia e mi dice di preparare il braccio.
Ok, ma dove mi appoggio con l’avambraccio?
Ovviamente da nessuna parte, braccio teso e….. opplà, una siringa usa e getta nuova appena scartata entra nella mia vena senza alcun dolore.
Mi congratulo con il medico che annuisce e pare certo delle sue capacità! 
Penso di avere finito quando mi accorgo che Carol si siede al mio posto, ecco di cosa parlava prima…., 
Va bene, ormai siamo qua, intanto Carol spaventata dall’ago ritraeva il braccio mentre con l’altra mano si copriva gli occhi, il dottore tirava verso di se e cercava di infilare la siringa nella vena.
Tira di qua, tira di la, finalmente il prelievo viene eseguito.
Tornate tra un paio d’ore e l’esito sarà pronto.
Non sapevo che Carol avesse richiesto una moltitudine di esami, compreso il test per l’aids, mi pareva strano che mi avesse accompagnato senza pensare ad un tornaconto…
Puntualmente dopo un paio d’ore torniamo e i risultati erano pronti.
Fortunatamente tutte le analisi erano a posto, non avevamo la malaria e nemmeno l’aids! 
All’uscita Carol sorridendo con gioia mi disse : Adesso che sai però, fai il bravo!!!
Roba da matti, non aveva nemmeno preso in considerazione la mia ipocondria per la malaria !! 

STRANEZZE DI WATAMU

La spiaggia di Watamu è un luogo speciale, spesso si fanno passeggiate che allargano la mente e riempiono il cuore di emozioni. Il sole è caldissimo, le maree aiutano a cambiare il panorama, le barche che si trovano poggiate sulla banchina, aspettano con pazienza africana il ritorno del mare per tornare a sentirsi parte integrante della bellezza di questo luogo.
Cammino sul bagnasciuga, ci sono conchiglie, granchietti che corrono alla velocità della luce, piccole meduse che si sciolgono al sole, stelle marine dai colori intensi, quasi fluorescenti.
Alcune turiste italiane, raccolgono conchiglie, non amo chi viola il naturale equilibrio della natura .
Credo siano comportamenti primitivi.
Ricordo di avere letto su un libro molto divertente, una frase appropriata alla situazione. 
Così, sorridendo, mi avvicino alle signore e dico loro.
“Come sono belle quelle conchiglie!”
Mi guardano compiaciute e mi dicono.
“E' vero! Staranno benissimo sul tavolo del mio salotto, speriamo solo che non ci fermino alla dogana!”
“Eh già, la dogana è un problema, sapete, anche io possiedo una enorme e splendida collezione di conchiglie, è talmente grande che per conservarla la tengo sparpagliata su tutte le spiagge del mondo”.
Un po’ di imbarazzo sul volto delle signore, ma le conchiglie sono tornate al loro posto.
Continuo la mia passeggiata, è talmente bello questo luogo che i pensieri si fondono alla natura in modo da creare una barriera inattaccabile da qualsiasi intromissione esterna.
Vedi solo quello che vuoi vedere, senti solo quello che vuoi sentire, costruisci il tuo mondo! 
E tutto il resto rimane ovattato nella tua mente. 
A volte, capita di venire riportati alla realtà da ragazzini, venditori di gadget e ragazze in cerca di avventure. 
Immerso nei miei pensieri, non avevo notato una persona che, seduto sulla sabbia, con disinvoltura, prendeva il sole in costume adamitico.
Rimango un po’ stupito, mi guardo intorno e non vedo nessun altro, la zona è dietro un falsopiano che si erge lungo un'insenatura. 
Luogo appartato, ma non isolato e non privo di costante passaggio. 
Continuo la mia camminata senza scompormi. 
Medito che la polizia e le autorità competenti, non sarebbero in sintonia con l'allegro personaggio,
credo, anzi sono certo, che lo scandalo più che infastidire i solerti tutori della legge, avrebbe giovato loro... Ma nessun rappresentante di categoria era presente.
Poi, penso ai tanti moralisti pronti a gridare all'oscenità, a tutti quei puritani che si sentono autorizzati a giudicare il comportamento altrui, ponendosi sopra ad un piedistallo, di fango, che loro stessi hanno eretto a testimonianza della loro ostentata e certa (?) purezza. 
Rifletto anche sulla posizione che potrebbero prendere tante persone che sarebbero disponibili a sdoganare una tal condotta...siamo in paradiso e nell'eden....si sa...!
Sorrido, mi rendo conto che ciò che più aveva destato la mia curiosità, non era quello che non indossava, bensì, l'unico indumento che portava addosso!
Un cappellino di colore blu, con una banda bianca che ne ricopriva l'intera circonferenza. 
Mi ricordava tanto un copricapo che avevo da bambino. 
Il mio, era un berretto bellissimo, vi ero molto affezionato, a tal punto che quando fini la sua esistenza, mia mamma fu costretta a raccontarmi che era stato mangiato niente di meno che, 
“dal cane nero”.
Ma io sono tollerante, che mi importa del tipo nudo....!?!?
Però, non mi risulta che nella zona vi siano spiagge per naturisti, anzi, conosco la legge del Kenya e so che va in tutt'altra direzione!!
Ciò nonostante, è lui che non tollera che io sia vestito!!
Come un'animale a cui è stato violato il territorio, si alza in piedi, e con fare minaccioso, si avvicina.
Parla concitato una lingua a me sconosciuta, forse tedesco. Sicuramente è tedesco.
Amico non ti capisco, vedo che sei arrabbiato, ma non ti capisco!
Ho scarsa padronanza della lingua tedesca, anzi nessuna!
Allora provo con l'inglese, cerco di stabilire un dialogo civile, perlomeno pacifico ma niente, lui insiste, indica continuamente la mia parte posizionata a metà del corpo e con gesti inequivocabili, degni di un mimo francese, mi dice di togliermi lo slip.
Mi sembra in buona fede, ma allora sono io fuori posto?
Forse non sono al corrente che Watamu è diventato luogo di esibizionismo e spiaggia per naturisti.
O forse, più probabilmente, l'amico tedesco ha sbagliato destinazione salendo sull'aereo.
Lui insiste, io cerco di allontanarmi e intanto ribadisco che non intendo togliermi nulla!
Lo saluto, non prima però di aver cercato di spiegare a lui che con la testa che ha, giustamente indossa il cappellino... mentre io, indosso il costume...

TAGS: Alessandro VenezianiRacconti KenyaSonno africano

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