Racconti

I RACCONTI DI CLAUDIA

Il censimento

LO SGUARDO IRONICO E GARBATO DI UNA DONNA CHE HA VISSUTO A MALINDI

24-09-2009 di Claudia Peli

Qualche tempo fa a Malindi è stato fatto il censimento.
Credevo riguardasse solo gli africani, invece qualcuno è venuto a bussare alla mia porta.

Quando ho aperto, ho visto sul pianerottolo una donna sorridente e minuta, che mi ha esibito un tesserino di riconoscimento e sotto il braccio aveva una grande cartella bianca.

Jambo! Sono qui per il censimento.” Mi dice cordiale.

“Ma io non sono africana.” Obietto tranquilla.

“Lo vedo, però ci risulta che sei residente. Quindi ti devo fare alcune domande. Ci vorranno solo pochi minuti.” Mi assicura.

Ci accomodiamo in salotto; mi dice che si chiama Janet, che fa la maestra in una scuola elementare ed è orgogliosa di essere stata scelta per questa importante missione.

Le dico che mi chiamo Claudia, che risiedo in Kenya da oltre sei anni e mi ritengo fortunata a vivere in una terra tanto bella.

Janet sorride compiaciuta, poi si guarda in giro.

“Che casa grande! Dove sono gli altri?”

“Quali altri? Io vivo sola.”

“Sola in tutto questo spazio? Noi viviamo in sette persone in due stanze.”

“State un po’ strettini, eh?”

“Emmm… qualche volta sì.”

Poi nota le fotografie dei miei nipotini e mi chiede se sono figli miei.

“No, sono di mia sorella, io non ho bambini.”

Non capisco se la sua espressione sia di disappunto o di dispiacere. Guarda sulla mia ID card la data di nascita e scuote la testa; poi aggiunge in tono confidenziale che lei ne ha già cinque, e di non preoccuparmi, che Dio me li manderà presto se avrò fede.

Mi viene da ridere, ma mi trattengo per non offenderla.

Eh sì, vivo in un Paese dove le donne della mia età sono già nonne…

“Cominciamo con le domande?” La incoraggio, per non perdere tempo.

Janet apre la cartella e fa la punta alla matita.

“Prima domanda: sei sposata?”

“No, sono single.”

Ecco, questa volta la sua faccia è davvero dispiaciuta, quasi preoccupata.

“Una donna ha bisogno di un uomo che si prenda cura di lei…”

Afferma severa.

“Janet, io mi prendo cura di me stessa benissimo, credimi. Le donne europee non sono come le donne africane di Malindi: sono più emancipate, più indipendenti, davvero. Stanno bene anche da sole.”

Le spiego.

Janet alza entrambe le sopracciglia, perplessa.

Si vede che non è d’accordo. Per lei una donna è sempre una donna e DEVE aver bisogno di un uomo.

Che strane queste wazungu, sta sicuramente pensando, mentre mette la crocetta su una casella.

“Andiamo avanti con le domande?”

“Certo. Beni di lusso: possiedi un frigorifero?”

“Sicuro! E chi non ha il frigorifero di questi tempi?”

“Io non ce l’ho. Nessuno dei miei vicini ce l’ha.” Mi bacchetta lei.

Forse dovrei sentirmi sciocca per quello che ho appena detto d’impulso e magari anche vergognarmi di avere una lavastoviglie ed una lavatrice? D’altra parte in Italia si danno per scontate cose che qui sono ancora considerate di lusso.

Passiamo alle domande sugli animali. Mi dice.

Sì, è meglio.

“Quante capre hai?”

Penso di non aver capito bene e le chiedo di ripetere.

“Niente capre.”

“E galline?”

Hakuna.

“Chi bada alle mucche?”

“No, non ho nemmeno quelle.”

“Hai una shamba, quanto è grande? E chi lo coltiva?”

“Ho solo un giardino condominiale. E una piantina di basilico in terrazza. Scusa Janet, ma a me paiono domande fatte apposta per voi cittadini kenioti, non ti pare?”

“Emmm, magari sì, però io devo fare il mio lavoro.”

Si giustifica alzando le spalle.

“Certo, certo. Continuiamo.” La incoraggio e mi rassegno, perché è chiaro che ha preso la sua missione molto sul serio.

“Questa casa l’hai costruita tu o l’hai comprata già fatta?”

“Ma no … l’ho comprata così, non sono mica un ingegnere io!” Scherzo.

“Neanche mio marito è ingegnere, lui guida i matatu. Però la nostra casetta l’ha fatta tutta lui.” Proclama fiera.

“Speriamo che sia solo un piano terra, eh?” Ribatto io, ma Janet non ha capito la mia battuta e mi guarda stranita.

Pole pole arriviamo fino all’ultima domanda.

“Hai la televisione?” Mi chiede e sta già mettendo la crocetta sulla casellina del sì, senza aspettare la mia risposta.

“No, non ce l’ho.”

Lei mi guarda stupita e poi da un’occhiata  in giro, e non vede nessuna tv.

“Ma come? Tutti i wazungu hanno la tv …”

E’ incredula. Ecco, l’ho spiazzata.

“Può darsi … ma non tutti gli africani ce l’hanno, giusto?”

“Io sì, ce l’ho.” Mi dice contenta e soddisfatta.

“Davvero?”

“Certo. Ci siamo messi insieme, quattro famiglie, e l’abbiamo comprata: usata, al mercato vecchio. Sai, gli uomini vogliono vedere le partite di calcio la sera.”

“Ma dai… anche gli uomini italiani!”

Ecco, alla fine una cosa in comune l’abbiamo trovata: il calcio.

Ci sorridiamo allegre.

Quando finiamo le offro una coca-cola e poi la riaccompagno alla porta.

Janet mi stringe la mano e mi augura di trovare un brav’uomo che mi faccia compagnia in questa casa solitaria. Per un attimo temo che mi voglia proporre suo fratello, suo cugino, o suo cognato.

Invece no, si sistema meglio la cartella sotto il braccio e il tesserino sulla camicetta. E pole pole si avvia giù per le scale. Ha altri wazungu da andare a censire oggi, lakini hakuna haraka.

Ma senza fretta.

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