Racconti

SATIRA

La mia prima volta a Malindi

Un'avventura...ai confini della realtà!

24-02-2011 di Camillo Vittici

Il mio amico Filippo e’ appena tornato dal Kenia e mi ha detto che Malindi e’ meglio di Igea Marina dove vado ogni anno in agosto per fare le sabiature perche’ ho la cervicale dappertutto e l’infiammazione cronica al nervo asiatico.
Pero’ mi ha anche detto che non ci sono gli ombrelloni tutti in fila con le loro rispettive sdraio e neanche i bagnini, ma, in compenso, quando non piove c’e’ il sole. Ma mica come il nostro che per abbronzarti devi mettere la crema, quella marrone.
No, la’, dopo pochi minuti, passi dal rosso al nero quasi senza accorgertene; al massimo fai due giorni di febbrone a letto per via dei raggi ultraviolenti che fanno parte delle tradizioni locali. 
E poi le donne non sono come le nostre. A parte il fatto che sono di un colore molto piu’ abbronzato, ma non devi romperti i maroni a corteggiarle, invitarle a cena, chiedere “Vuole ballare con me signorina?” e sentirti quasi sempre dire di no e fare la figura del pirla. 
Il mio amico Filippo mi ha convinto.
Sono andato al’Agenzia e ho comperato un viaggio tutto inclusivo.
Sono arrivato all’aeroporto, ho fatto il keciup, che in italiano si chiama cecchino, e mi hanno fatto salire sull’aeroplano.
Era la prima volta che lo prendevo. Ero curioso di vedere com’era il mondo visto dall’alto, ma mi sono accorto che era continuamente grigio.
Poi, quasi alla fine del viaggio, mi sono accorto che il mio finestrino era sopra l’ala e avevo continuato a guardare solo quella.
La prima sorpresa, nell’uscire all’aperto, e’ stata quella di trovare un uomo nero con un cartello bianco con sopra il mio nome. La cosa mi ha fatto piacere perche’ non pensavo che mi conoscessero anche in Africa come a Igea Marina. Ma quello che mi ha stupito di piu’ e’ stato vedere un sacco di extracomunitari. Pensavo che ci fossero solo in Italia. Chissa’ con quali canotti saranno arrivati fin qui visto e considerato che la strada da fare per arrivare doveva essere stata lunga un casino. Magari qua e’ piu’ facile avere il permesso di soggiorno...Qui la gente deve essere o tutta matta o non aver mai preso la patente. Non ti dico lo stringimento delle parti intime posteriori nel vedere che l’autista stava guidando come un matto con la radio a paletta, ma non solo... Non ti dico lo spavento quando mi sono accorto che stava guidando dalla parte sinistra della strada. Poi mi son ricordato che il mio amico Filippo mi ha detto che sotto l’equatore (che, quando ci sono passato sopra, non l’ho visto per va di quella maledetta ala) tutto e‘ al contrario di qua, dalle stagioni alle stelle del cielo e, evidentemente, anche le strade.
Quando sono arrivato al Villaggio ho stralunato gli occhi! Mai vista una roba del genere. L’entrata e le camere non avevano i tetti come le nostre, ma di paglia. Sicuramente e’ perche’ il Kenia fa parte del terzo mondo e sono poveri e non si possono permettere coppi o tegole normali. Per prima cosa alla recinzione (che non ho capito perche’ la chiamino cosi’, ma, sul cartello li’ sopra, c’era proprio scritto Reception. Sara’ per non far passare le scimme e gli elefanti) mi hanno chiesto il Passaporto, mi hanno attaccato al polso un braccialetto di plastica (molto probabilmente devono servire a ritrovarti se ti perdi in paese) e un facchino, anche lui extracomunitario, mi ha preso la valigia e mi ha accompagnato in camera. Anche qui una sorpresa! Un letto cosi’ grande che, se ci si entra in due, per tovare l’altro si deve usare il navigatore. Sopra la coperta, ben disposti, dei fiori colorati di ogni colore. Al mio sguardo di ammirazione il facchino ha allungato la mano verso i fiori e mi ha detto “Maritati” che presumibilmente si riferisce a letto matrimoniale per gli sposati, ma io sono da solo e devono avermelo dato lo stesso in previsione che fossi riuscito a cuccare qualcuna di qua. Che gentili! Li’ in parte, contro l’altro muro, un letto piu’ piccolo che lui ha chiamato “Pelo Pelo”. Magari ci sara’ stato su un cane o una scimmia dal culo pelato per via del fatto che ci avra’ lasciato su il pelo. Comunque il facchino nero continuava a tenere la mano tesa e aperta. Allora, in un lampo di genio come e’ il mio solito, ho avuto l’intuizione... Che invece di stare ad indicarmi i fiorellini e il Pelo Pelo volesse la mancia? In un encomiabile slancio di generosita’ gli piazzo nel bel mezzo del palmo (ma com’e’ ‘sta storia? Uno tutto nero col palmo delle mani bianco? O e’ finto o si e’ dimenticato di prendere il sole anche li’) un cinquantone di centesimi di euro e che vada a bere e mangiare alla mia salute e che crepi di indigestione!
Sto disfando la valigia quando, verso l’una, sento suonare dei tamburi. Sicuramente, penso io, le tribu’ della vicina Savana si stanno scambiando messaggi in mancanza di cellulare o telefono a manovella. Cerimonia funebre? Matrimonio dei locali aborigeni? Banditore di avvisi comunali? Niente di tutto questo! Guardo dalla finestra e vedo una processione di gente bianca che si dirige verso un salone all’aperto.
Un ragazzino biondo di capelli e rosso come un peperone di spalle mi dice di correre che il pranzo e’ pronto.
Ho saputo che qui il bianco lo chiamano Musolungo, ma non ho capito il perche’.
Una tavolata piena di ogni ben di Dio! Aveva ragione il mio amico Filippo... qui e’ tutto diverso che da noi. A Igea Marina ti davano le lasagne al lunedi, gli spaghetti al martedi, il risotto al mercoledi e via dicendo, ma qui c’erano tutti i cibi della settimana e ancora di piu’. In ordine di prelevamento mi sono preso... Piatto ricolmo fino all’orlo di spaghetti alla puttanesca, lasagne con ripieno di pesce, pollo fritto, bistecca di una trota locale, sette varieta’ di verdure, frutti strani che si vedono solo da queste parti quali banane un po’ piu’ piccole delle nostre (che lo facciano per risparmiare?), pagaia, tango, anguria (che qui, non so perche’, lo chiamano melone) e, per finire, un bel tirami su con contorno con cioccolato fondente fuso.
Ma non solo... Anche sul barettino della spiaggia si puo’ bere e mangiare anche se e’ un po’ complicato farsi capire perche’ qui parlano il suili, no, il suini. Gli chiedo: “Mi porti una Pizza Margherita con tanto pomodoro?”. Quello scatta e parte in picchiata. Si fa vivo dopo una buona mezz’ora con la Magherita e, a parte, su un grosso vassoio, almeno due chili di pomodori.
Finalmente posso godermi il famoso mare dei Tropici del Canchero. Indosso il costume, percorro il parco del Villaggio con tanto verde, con i buganditi che si arrampicano sul baobao e scendo in spiaggia e mi godo la pace che ho sempre sognato senza avere fra i piedi i Vu Cumpra’ e i venditori ambulanti di Igea Marina con i loro “Signora comprare tappeto”, “Piangi bambino che la mamma ti compera il bombolone”. Non faccio a tempo a guardarmi in giro che... Che si siano spostati tutti qua? Che siano tutti tornati al loro paese per mancanza di permesso di soggiorno? Vengo ciscondato da nugoli di ragazzini che si chiamano tutti Bicci Boi (ma qui non dovevano esserci solo nugoli di zanzare?) che fra un ciao come stai, un acuna patata e un dammi qualche scellino che ho fame mi tolgono il sole, il fiato e la serenita’ con cui volevo iniziare la giornata. Ne vedo uno che, con in mano un grosso pesce rosso mi dice di comperarlo perche’ non ha i soldi per mangiare. La prima cosa che gli dico e’ di mangiarsi il pesce, ma dallo sguardo che mi rivolge capisco che o e’ allergico al pesce o non gli piace per niente. Qualcuno mi propone di condurmi a Sardegna due (primo non sapevo che ne esistesse un’altra, secondo mi sembra che sia un po’ troppo lontana), alle piscine sott’acqua (questa non l’ho ancora capita...), a Caraffa, chiamata anche le Forcine del diavolo (non sapevo che l’inferno fosse cosi’ vicino) e alla spiaggia del Sale dove si vedono le pepite d’oro direttamente sulla spiaggia. Alla fine sgattaiolo via come un ladro e, con perfetto slalom all’Alberto Tomba, raggiungo il Villaggio.
Il mattino successivo qualcuno mi ha consigliato di prendermi un Tuc Tuc. Pensavo fossero i classici biscotti che da noi si chiamano proprio Tuc, quelli talmente friabili che, quando li intingi nel caffelatte, non fai a tempo a tirarli fuori che sono gia’ sciolti e ti rimane in mano solo il pezzettino asciutto che hai fra le dita. No, questi sono tutt’altra cosa, anzi, tutt’altri cosi. Sono dei baracchini tipo i nostri Ape Car che si vedevano in passato sulle nostre strade e che servivano per piccoli carichi o per trasportare le cose piu’ varie e ormai inutili alla discarica comunale.
Qui, pero’, ci salgono le persone che, invece di portarle alla discarica, li mollano al Care Blisse, al Bar Bar (famoso locale di ritrovo per balbuzienti), al Casino, al Tasche Safari, allo Stardassoo e al Mercato dei turisti che, se esci vivo, e’ davvero un miracolo perche’ rischi di morire squartato tanto ti tirano di qua e di la.. Corrorono come matti, traballano come le pedani vibranti che si usano in palestra, saltellano come cavallette superando i dossi di un metro e venti di altezza che limitano la velocita’ delle strade e che ti fregano le balestre (li chiamano Bamp sicuramente per riprodurre il rumore che, ad ogni salto, fa la nostra testa quando batte sui ferri del loro soffitto), sciamano tipo formicaio (io lo chiamerei Tuctucaio) fra buche e fuoristrada, ma miracolosamente ti portano dove volevi arrivare. Comunque, per quelli che volessero spendere meno, ci sono anche delle motociclette a doppio sedile che sicuramente devono avere origini bergamasche poiche’ vengono chiamate Pota Pota.
Prima di partire dall’Italia mi hanno fatto una testa grande cosi’ per tutte le malattie che avrei potuto prendere in Africa. Meglio se mi fossi fatto un profilattico. Il mio amico Filippo mi ha detto di non preoccuparmi perche’ lui e’ sempre tornato vivo e vegetale. Comunque un altro mio amico e’ andato su Internet a vedere quello che forse mi sarei preso. Nell’ordine... epatite virile, dissenterite rettale, polipo all’utero (che non avrei potuto prendere perche’ finora non ha fatto ancora un bagno in mare), se piove i dolori romantici, la malaria se ti punge la zanzara, ma solo se la zanzara e’ femmina e per di piu’ incinta (la prossima volta faro’ un corso per stabilire il sesso delle zanzare a prima vista. Il test di gravidanza sulle zanzare mi hanno detto che non l’hanno ancora inventato), il cactus cerebrale, la vagina pecoris, l’estitichezza cronica, le vene vanitose per il caldo, il solleone che ti puo’ dare disturbi alla vista tipo perdere delle dottrine e diventare presbitero e, dolcis in fondo, il diabete mellifluo. Comunque mi sono informato per bene e mi hanno detto che qui ci sono un sacco di ospedali. Pero’ qui non c’e’ la Mutua, neanche per quelli che in Italia hanno il Tic e allora ho deciso di mettermi in malattia quando tornero’ a casa.
Ieri sera, con tre nuove conoscenze del Villaggio, sono stato in una balera che qui chiamano il Frumento. Bel locale, con musica spaccatimpani e bella gente. Devono essere iniziate le vacanze perche’ non ho mai visto tante studentesse in un colpo solo. Solo a guardarle sentivo che le palle degli occhi mi volevano schizzare fuori come le palline del ping pong. Devono essere di una Universita’ di lingue straniere perche’ parlano l’italiano meglio di me e dei miei tre amici perche’ uno viene dalla Val Imagna in provincia di Bergamo, il secondo da Bagolino in provincia di Brescia e il terzo un oriundo siciliano che ormai e’ nel milanese da un sacco di tempo, ma che dice lo stesso “Minchia che femmene! Bedde, scostumate e un po’ bottane!”. E’ qui che incontro lei, Mara. Un incrocio stupendo fra una gazzella e una giraffa. Portamento alto, elegante, signorile.
Gambe slanciate tipo Chichibio e la gru, culo all’altezza giusta poco sotto i fianchi, tette che prorompono da tutte le parti come se volessero scoppiare da un momento all’altro. Di sicuro questa non s’e’ fatta il lising di silicone come le nostre.
“Ciao, sono Mara. Tu come ti chiami?”.
Balbetto un po’ il mio nome ancora nella tremenda incertezza che si sia rivolta proprio a me.
Mi son sentito portare in paradiso quando si e’ seduta accanto a me, mi ha messo un braccio sulle spalle e con la mano ha iniziato a farmi un ghirigori fra i capelli. In quel momento ho sentito suonare la trombe di eustachio, le campane della Chiesa del mio paese lontano, i fuochi artificiali della festa del Patrono. “Posso offrirti una gazzosa?” le dico in un momento di euforia.
“Un Gin Fizzo” mi risponde.
E vada per il Gin Fizzo! Roviniamoci! Viene da un paese sulla strada per il parco Schiavo, non ricordo se dell’est o dell’ovest, ma fa lo stesso, che si chiama Checoioni o qualcosa di simile. Comunque la mia intuizione era giusta. Studia, non ho capito che cosa, ma studia. Se a scuola e’ brava come mi sta parlando e accarezzando deve essere la prima della classe. Mi azzardo... “Mara. Vuoi venire con me?”. “Si’ amore” mi risponde lei con una vocina d’angelo. Non so se dirle che sono sposato poiche’, sincerita per sincerita’, non merita di tradire la sua fiducia di donna ormai innamorata persa. Mi riazzardo... “Ma sai, Mara...”. “Ma con tutto il cuore mio caro –mi interrompe- verro’ con te al Masai Mara” “Forse non hai capito... Ma sai, Mara...”. “Ma certo che ho capito dolcezza!”. A parte il fatto che a me dolcezza non l’ha mai detto nessuno, ma in quel momento mi sono sentito sbrodolare il cuore, tutto l’apparato dirigibile, cervello compreso.
E uscimmo cosi’ abbracciati e navigammo verso il Villaggio. 40 euro per l’entrata e 50 per la notte. Ma ne e’ valsa la pena. Uno sfrocugliamento violento dei nostri corpi, tipo incontro amoroso fra un ragno e una medusa, che e’ durato fino al mattino. Caddi in un sonno profondo e ripieno di beatitudine. Al mattino la mia gazzella se n’era gia’ andata. Avra’ dovuto fare i compiti per le vacanze. Ma l’avrei sicuramente ritrovata la stessa sera al Frumento.
Comunque, con o senza lei, ci avrei dovuto andare lo stesso; mi ero accorto che probabilmente dovrei aver perso la’ il mio portafogli visto che la tasca posteriore dei miei pantaloni era desolatamente vuota.
Dopo una settimana son tornato in Italia. Comunque non ho beccato nessuna malattia. Solo una storta alla caviglia che mi sono procurato quando sono scappato dalla spiaggia assalito dai bicci boi e che mi fa ancora male. Che sia quello il mal d’Africa che dicono che si prende da quelle parti? Il mio periodo di ferie in qualita’ di Operatore Ecologico comunale stava per scadere. Morivo dalla voglia di raccontare agli amici del Bar Giuditta le mie avventure africane. Parlare loro dei Bicci Boi, della marea che tira su e giu il mare, della barriera cristallina, dei Tuc Tuc e dei Pota Pota, della luna che e’ piu’ grande della nostra, dei Bamba neri che qui li chiamano i serpenti dei sette cazzi perche’ se ti beccano sono cazzi tuoi, del Frumento...
A proposito di Frumento... quando ho voluto mostrare tutte le foto che avevo scattato mi sono accorto che nel bagaglio a mano mancava la macchina fotografica. Anche quella devo averla dimenticata la’!

TAGS: Camillo Vitticiracconti Malindi

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