Racconti

SATIRA

La mia prima volta in Savana

Proseguono le avventure dell'amico di Filippo...

14-04-2011 di Camillo Vittici

Il mio amico Filippo, che l’anno scorso e’ stato a Malindi sull’oceano indigeno, mi ha detto che era inutile andare in Kenia per vedere le spiagge.
Tanto valeva andare a Igea Marina dove andavo ogni anno nella Pensione Gelsomina che era sicuramente piu’ vicina e che si poteva andare con la 500.
In Africa bisogna andare a vedere le bestie feroci che girano libere non come al Parco delle Cornelle di Bergamo che sono dietro le gabbie e nemmeno come all’Acquasplasc di Riccione dove le bestie non mancano, ma sono umane.
Ed e’ proprio per quello che mi sono deciso a venire in Africa con la macchina per fare le foto da far vedere agli amici del Bar Giuditta e farli crepare di invidia. Qui avrei potuto vedere di tutto, dai trichechi alle foche sulle rive dei fiumi, dalle tigri della Magnesia ai famosi pinguini del Kenia.
Prima di partire sono andato all’Istituto di Igiene e Profilattici per farmi fare la vaccinazione antititanic perche’ non si sa mai se fossi stato morso da uno di quegli animali li’. Non so se, per proteggere i turisti, hanno fatto l’antiarabica a tutte quelle bestie.
Curarsi e’ bene, ma pervenire e’ meglio. In previsone di questi pericoli ho convinto la mia Teresa a non venire perche’ sono viaggi per uomini duri. Anche se lei, che e’ sempre spiritosa, mi ha chiesto cosa io potessi avere di duro perche’ di duro era un bel po’ che non trovava niente.
Comunque era meglio che lei e sua sorella Evelina andassero ancora a Igea che li, al massimo, potevano essere assalite dalle zanzare o dai ricci di mare, ma non era la stessa cosa venire assaliti dalle gazzelle della savana, dai serpenti boia o dai camaleonti.africani.
Stamattina hanno bussato presto alla porta della mia camera del Villaggio di Malindi. Ore 5 sveglia, ore 5,30 colazione, ore 6 partenza con la Land Rovere. Ma io ero gia’ sveglio alle tre per l’emozione e perche’ la sera avevo bevuto mezzo litro di keniacaffe’ che e’ nero come quello del Bar Giuditta, ma e’ lungo come la fame. Per puro caso avevo anche incontrato una bellissima ragazza nera che deve aver studiato, come mi sembra di aver capito, dalle Suore Orsoline di Montebasa, mica come le altre che erano li’ solo per darla via. Infatti, dopo averla portata in camera mia, ho avuto la conferma che era molto religiosa perche’ nel momento piu’ caldo continuava a ripetere “Dio mio, Dio mio!”. Siamo in cinque. Io, il mio amico bresciano, l’altro siciliano e due sposini novelli probabilmente in viaggio di nozze. Lo si capisce dalle fedi sberluccicanti che hanno al diro. Fa un freddo africano che non ti dico a quest’ora! Comunque mi sono equipaggiato a dovere. Casco da esploratore, mutandoni di lana fino alle caviglie, canottiera di cotone pesante a maniche lunghe, pantaloni a zampa di elefante tanto per essere in tema, giubbotto di tela impermeabile con 32 tasche e scarponi che di solito uso quando il sabato e la domenica faccio l’escursione sulle prealpi bergamasche. Qui pero’ le escursioni sono completamente diverse tant’e’ vero che i locali aborigeni le chiamano escursioni termiche per via del fatto che il posto e’ molto infestato dalle termiti. Alla guida c’e’ un extracomunitario nero locale e, come assistente-accompagnatore-guida un altro dello stesso colore di pelle. Pensavo che fino al Parco Schiavo ci fosse l’autostrada; magari all’Autogrillo verso le otto avremmo potuto fare una sosta per un caffe’ espresso con un bombolone alla crema. Invece no. Subito dopo Malindi ci siamo beccati uno stradone polveroso con delle buche cosi’ profonde che pensavo le avessero scavate apposta per cercare il petrolio.
Sono già due ore che rimbalziamo sui sedili come palline da ping pong. Il culo ormai è diventato così piatto che più piatto non si può. Il siciliano dice “Minchia, che è? Come le montagne russe alla Festa de Santa Rosalia di Palemmo!”. Il bresciano dice che e’ abituato perchè a Bagolino certe mulattiere sono più o meno così. Gli sposini si tengono per mano e ogni tanto lanciano nell’aria qualche lamento, non si sa se per la paura o per gioiose espressioni d’amore. Aspettate di essere sposati da un sacco di anni con la mia Teresa e vedrete che espressioni vi tirerete dietro. Comunque abbiamo passato Ganda, paesino probabilmente fondato da bergamaschi poichè uno con lo stesso nome c’e’ anche vicino a Selvino in Val Seriana. Poi abbiamo attraversato Kecoioni, dal nome dell’espressione dei turisti già provati e torturati dalle buche della strada e poi Kacconeni che evidentemente ha preso il nome dalla caccole che ornano i nasi dei bambini che spuntano da ogni buco per urlarci caramelle, penna, cappello. Poco piu’ avanti la terra cambia colore ogni 100 metri. A volte è grigia al naturale e a volte di un rosso scuro dove il Ministero del Turismo del Kenia deve aver fatto cospargere della pittura dello stesso colore per far venire meglio le foto ai turisti. Dopo due ore l’assistente-accompagnatore-guida ci dice che da lì in poi non abita piu’ nessuno perche’ le bestie feroci potrebbero essere arrivate fino lì. Comunque, ogni tanto, ci attraversa la strada qualche ragazzino che accompagna al pascolo capre e mucche. Il bresciano, che sta sonnecchiando perchè la sera prima aveva fatto tardi in una balera sulla spiaggia della Rossata, si sveglia di colpo alla frenata dell’autista per non tirare sotto qualche vitello. Mi dice che per lui quelle non sono bestie feroci perche’ su a Bagolino ne vede un sacco tutti i giorni. L’assistente-accompagnatore-guida gli dice che magari quelle possono essere vicine. Magari le bestie feroci saranno allergiche alle capre e alle mucche perche’ di capre, mucche e ragazzini non ne abbiamo visti sbranati nessuno.
Dopo tre ore finalmente arriviamo. Ci aspettano i soliti extracomunitari con in mano dei bicchieri con del liquido arancione. Lo chiamano cocti di benvenuto. Sicuramente deve essere stato preparato almeno un paio di ore prima poiche’, oltre a essere a temperatura ambiente (40 gradi all’ombra), nel mio, stanno nuotando n.2 mosche, n.1 moscerino della savana, n.8 granelli di sabbia rossa affogati sul fondo che evidentemente hanno dato il colore al beverone. Sudati e assetati l’abbiamo ingurgitato di colpo. Neanche al bar della Giuditta del mio paese ne fanno di cosi’ buoni. L’assistente-accompagnatore-guida ordina ai facchini di prendere i nostri bagagli e portarli, assieme a noi, nei nostri alloggi. Tenda verde militare come quelle che usavamo in Val Pusteria quando ero sotto la naia, branda di ordinanza con lenzuala bianche e coperta marrone (che abbiano comperato quelli scartati dall’Esercito Italiano?), in fondo, nascosto da un tendone, water, doccia e lavandino tipo Case Fanfani. Il tutto chiuso da lunghe cerniere da chiudere ermeticamente la sera per proteggerci da bufali, orsi, canguri e bestie del genere. Neanche il tempo di lavarci il muso e si riparte, questa volta, finalmente, per esplorare la savana, insomma quell’Africa nera che avevamo visto tante volte, proprio in bianco e nero, nei film di Tarzan al cinema dell’Oratorio del paese.
Ora stiamo percorrendo la pista piano piano. Oddio, non e’ che qui ci sia l’Africa nera vera e propria; quella vera magari verra’ piu’ tardi poiche’ per ora e’ decisamente tutta grigia. Terreno grigio, alberi grigi, facce grige dalla paura del primo contatto col pericolo bestiale. Tutto secco insomma, arido come il mio orto dietro casa in agosto quando nessuno gli da’ da bere perche’ siamo a Igea Marina per le vacanze. Possibile che qui a nessuno venga in mente di innaffiare? Basterebbe qualche springolo di acqua qua, uno la’ e tutto diventerebbe piu’ verde. Bisogna che scriva al Ministro del Turismo del Kenia. L’assistente-accompagnatore-guida ci raccomanda di stare in silenzio poiche’ da ora in avanti avremmo potuto incontrare gli animali della savana. Il guidante e l’assistente-accompagnatore-guida scrutano l’orizzonte. Uno guarda di qua, l’altro di la’ e... all’improvviso... Una gazzella! Una gazzella giraffa! Io mi aspettavo di vedere una specie di incrocio fra una gazzella e una giraffa, magari tutta marrone e alta sei metri; invece era un cosino, tipo capra della Val Seriana che se ne stava li’ tranquilla e placida a brucare quattro foglie secche di un misero alberello selvatico. Ognuno tira fuori tutto l’armamentario fotografico e si butta tutto a sinistra accavallandosi uno sull’altro a riprendere il primo animale africano. Con la mia Canon digitale regalatami di Giuliano, mio figlio, in occasione del mio 25/o di matrimonio con la Teresa con relativo corso, sempre dal Giuliano, di due mesi per imparare a usarla, mi metto in posizione di scatto. Che emozione! E’ a questo punto che capisco il significato di Africa nera. Infatti nel mirino vedo tutto nero. E’ la sposina che con una vocina dolce e vellutata mi dice “Permette?” e mi toglie il coperchio davanti all’obiettivo. Ora si’ che la vedo la gazzella giraffa che, nel frattempo, deve essersi rotta le palle (Le palle? Ma sara’ una femmina o un maschio? Sicuramente femmina altrimenti l’assistente-accompagnatore-guida mi avrebbe detto che era un gazzello) e, scazzata dalla nostra presenza, se ne sta andando per i fatti suoi. Comunque sono riuscito a fare 18 formidabili scatti del suo sedere in tutte le pose. Gli altri si passavano soddisfatti le loro macchine per mostrare le loro riprese. Fra tutti cinque abbiamo scattato piu’ di 120 fotografie alla gazzella giraffa.
Finalmente gli elefanti! Precisi spaccati a quelle del Parco delle Cornelle di Bergamo. Sicuramente devono essere parenti stretti perche’ hanno le stesse orecchie, lo stesso naso lungo, gli stessi dentoni bianchi e la stessa coda piccola. Un bestione cosi’ grande con un codino cosi’ piccolo... Bah! Comunque sono sotto una pianta e si stanno godendo l’ombra. Chiedo all’assistente-accompagnatore-guida se li puo’ far spostare almeno per un attimo per fare delle foto come si deve perche’, all’ombra, non vorrei che venissero scure, ma quello non mi ha cagato per niente, come se io, noi, non avessimo pagato una bella cifretta per vedere gli elefanti al sole. Comunque devo tenere presente la cosa per un eventuale rimborso da parte del Tur Operatore. “Attenti a quando spalancano le orecchie; vuol dire che si stanno incazzando e magari vogliono caricare” ci dice l’assistente-accompagnatore-guida. “Ma cosa devono caricare?” rimugino fra me e me... Mica hanno l’orologio o le batterie... Comunque tre hanno le orecchie spalancate e gli altri quattro ammosciate. Magari quelli sono ancora carichi. Mah! Fra di loro c’e’ un elefantino piccolo. Ma come avranno fatto a farlo? Se lo fanno come il toro e la mucca del mio amico Filippo deve essere proprio difficile. Povera elefanta se si trova sopra di colpo un bestione di quel genere! Comunque non sono affari miei e, con le cose del sesso, se la vedano loro. Ad un tratto l’autista ci dice di stare zitti che stavamo per vedere Cita. Mi immagino di trovare la Cita di Tarzan, quel scimmione che sapeva sorridere e battere le mani su e giu’ dai rami della foresta. Invece non e’ altro che una specie di cane macchiato di nero come i quelli della Carica dei 101 dei cartoni animati di Walter Disni che in suili si chiama ghepardo. Ancora oggi non ho capito perche’, incontrando altri pulmini, gli autisti si fermano ogni volta a chiacchierare per dieci minuti.Qui fanno tutto con calma; non per niente ogni poco ci dicono Polle Polle e acuna patata. Comunque una teoria me la sono fatta. Sicuramente si scambiano informazioni sulla moglie, sulla zia, sulle rispettive nonne, i numerosi nipoti e su tutte le notizie del paese. Ma di leoni niente di niente. Mi dicono che probabilmente hanno gia’ mangiato e stanno riposando chissa’ dove per fare la digestione. Per forza! Mangiare carne cruda appesantisce lo stomaco come diceva sempre la mia nonna Armida. La prossima volta dovremo venire prima del loro pranzo
Arriviamo al fiume. Mi dicono che li’ dovremmo vedere i coccodrilli e i popotami. A parte il fatto che il fiume e’ di un giallo-marroncino con variazioni caccarella, ma vedere li’ dentro i coccodrilli e i popotami che sono marrone anche loro mi sembra difficile. Invece no; l’assistente-accompagnatore-guida batte le mani, fa un verso in non so quale lingua e due lucertoloni arrivano sulla riva. Ci guardano fissamente della serie “E adesso che ci hai chiamati cosa dobbiamo fare?” poi spalancano quelle boccacce ebormi, mostrano una dentatura piu’ bianca e regolare di quella della dentiera di mia nonna Armida e si piantano li’ fermi, immobili, ma cosi’ immobili che ad un certo punto penso siano di plastica messi li’ apposta per i turisti del Parco Schiavo. “Chiboco!” ci urla il nostro assistente-accompagnatore-guida. “Chi abbocca?” gli chiede il bresciano. “Il popotamo!” ribatte quello. “Ma dove minchia e’?” azzarda il siciliano in perfetto italiano per farsi capire. “La’; le vedete le orecchie che escono dall’acqua?”. Infatti due puntini piu’ scuri ci sembra proprio di vederli. E giu’ a scattare altre cento foto fra tutti cinque. A casa diremo che quelle erano le orecchie del popotamo, ma che li’ sotto stava al fresco e non gli fregava niente di vedere i turisti del Parco Schiavo. Il fatto imprevisto scatta quando la sposina sussurra all’oreccho del maritino “Mi scappa la pipi’. C’e’ un bagno da queste parti?”. Il maritino “Ma non la puoi tenere? Fra cinque ore arriviamo al campo”. “No, non ce la faccio piu’, mi sembra di scoppiare”. Che siano state le otto fette di anguria che le ho visto pappare la sera prima al ristorante tanto e’ tutto gratis perche’ e’ una vacanza tutta inclusiva? L’assistente-accompagnatore-guida, che le orecchie le ha buone, deve aver sentito tutto. “Scendi, va dietro il pulmino e falla li’”. “E il leone?” azzarda lei con un fil di voce vergognandosi come un ladro colto in fragranza in Chiesa. “Usa il gabinetto tibetano” gli fa eco l’autista. Ci spiega che in Tibet la toaletta consta di due bastoni. Il primo, il piu’ lungo, si pianta per terra per appendere eventuali indumenti che ostacolano la... funzione e il secondo da tenere in mano per allontanare i cani. Quella, tuttavia, decide di scegliere quello italiano. Schizza dietro il pulmino mentre il maritino dall’alto dell’apertura superiore scruta ansiosamente l’orizzonte. Se tutti facessero pipi’ nella savana quella sarebbe decisamente piu’ verde.
Felici e beati per aver visto gli animali feroci la sera siamo tornati al campo con le tende dei militari. L’assistente-accompagnatore-guida ci dice che il Kenia si e’ modernizzato e ora anche li’ i telefonini prendono. Allora decido di fare una bella sorpresa alla mia Teresa. Tiro fuori il cellulare da una delle 32 tasche del mio giubbotto da esploratore (che fatica a trovarlo! Non il giubbotto, il cellulare) e, con infinita emozione, faccio il numero della Teresa. Chissa’ come sara’ contenta a far sentire a tutti a Igea Marina che ha un marito esploratore safarista che le telefona dal bel mezzo dell’Africa nera! “Pronto! Sei tu Teresa?”. “No, sono la Regina d’Inghilterra! Ma con chi credi di parlare pirlone che non sei altro se hai fatto il mio numero?”. “Sono arrivato al campo!”. “Stai giocando al calcio? Alla tua eta’? Sta attento a non fregarti una caviglia! Se poi prendi una storta sono io che ti devo curare e sopportare”. “Ma cos’hai capito? Sono in un campo!”. “Senti imbranato; in che cavolo di campo sei andato a finire? Ma se mi hai detto che volevi andare in Africa...”. “Infatti, sono qui in un campo vicino al fiume”. “Cosa stai pescando?”. “Ci sono i coccodrilli e i popotami”. “Allora metti una lenza molto grossa perche’ non sara’ tanto facile tirarli su. Comunque ti devo lasciare perche’ qui in Italia e’ martedi’ e fra poco ci sono le lasagne che mi piacciono tanto e non voglio che me le freghino gli altri. Ciao e buona pesca. Ah, dimenticavo; se magari peschi anche delle trote portane a casa una che la facciamo al forno”. Clic! Come se le avessi telefonato dalla Val Imagna...
Per noi hanno preparato una tavolata mica male. Un bel bicchiere di vino rosso (da pagare. Ma non era tutto inclusivo? Misteri africani!), minestrone di fagioli, bistecca di facocero (siccome non sapevo cos’era mi hanno fatto vedere la fotografia. Da noi lo chiamano semplicemente maiale), dolce della casa (specie di torta Pasqualina che da noi si fa nella festa di Sant Eustorgio, patrono del paese) e liquorino (da pagare), ma solo un paio di gocce. Poi tutti attorno al fuoco. Il siciliano si e’ allungato sulla sedia a sdraio perche’ non ce la faceva piu’ a stare sveglio.
L’emozione di aver fotografato il sedere della gazzella giraffa, gli elefanti e le orecchie del popotamo l’aveva stroncato.
Ad un tratto esplode con un “Mizzeca che dolore!”. Probabilmente deve aver preso il mal d’Africa. Aveva inavvertitamente allungato i piedi e la sua scarpa destra Nike, nuova di pacca per l’occasione, aveva preso fuoco. Poi ha cacciato un urlo che sembrava quello di Tarzan ed e’ corso come un bolide di formula uno verso il fiume. Non l’abbiamo piu’ visto rientrare. Qualche coccodrillo, di quelli veri, deve essersi finalmente sfamato. Il bresciano e’ schizzato in tenda prima che avvenissero altre disgrazie.
Poco dopo lo sentiamo agitarsi e sacramentare perche’ ha scoperto che due pipistrelli hanno preso alloggio nella sua tenda e non vogliono saperne di uscire nonostante le scarpate che sta tirando senza beccarne nemmeno uno. I due sposini si erano gia’ ritirati dopo il liquorino sempre di un paio di gocce. Sono rimasto da solo a guardare il cielo. Mica sono come le stelle di Igea Marina queste! Sono piu’ grosse e piu’ vicine. L’assistente-accompagnatore-guida mi ha detto di guardare bene perche’ avrei potuto vedere alche la strada lattea. Poi solo il silenzio interrotto dai rumori e dai versi che vengono dalla savana.
Chiedo all’assistente-accompagnatore-guida se fosse il grido del giaguaro in amore. Mi risponde che non e’ il giaguaro.
Sono semplicemente i due sposini che si stanno godendo... l’Africa.

TAGS: Camillo VitticiRacconti Kenya

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