Racconti

I RACCONTI DI CLAUDIA

Vanità

LO SGUARDO IRONICO E GARBATO DI UNA DONNA CHE HA VISSUTO A MALINDI

01-08-2010 di Claudia Peli

Quando la vacanza esotica finisce, i turisti salutano il Kenya e tornano a casa. Spesso capita che lascino nelle stanze dell’hotel cose che non usano più e che vanno di diritto al room boy che pulisce la camera.

Il lunedì mattina ho sempre un bel da fare a firmare i lasciapassare, senza i quali i ragazzi non possono portare niente fuori dall’hotel.

Oggi, i primi a venire in processione alla mia scrivania sono stati Niko, Evans, Ben e Rajab.

Dal sorriso che hanno stampato in faccia capisco che hanno un buon bottino dentro le buste di plastica che devo controllare.

Jambo mama! Habari? Tu oggi firma gatepass, vero?” Mi chiedono.

“Certo, fatemi vedere cosa  vi hanno lasciato i Re Magi.”

Il primo che si fa avanti è Niko. Il suo bottino annovera un pacchetto di biscotti quasi finito, una lozione schiarente per capelli (mi auguro che non la usi), una maglietta rossa e un olio super abbronzante.

“Niko, questo prodotto serve a diventare neri, a te non serve…lo sei già.” Gli dico indicando il tubetto arancione.

“Lo so mama. Io do questo a mzungu mozzarella e faccio buono baratto.” E si mette l’olio in tasca.

“Come no!” Ribatto divertita e gli firmo il gatepass.

“Jambo Evans, e tu cosa hai nel sacco?”

Tira fuori un paio di sandali di gomma bianca, una spazzola col manico rotto che lui aggiusterà, un cappellino sbiadito dal sole e dal sale, un tubetto di maionese e una pomata per le emorroidi.

Mi si rizzano le antenne, perché so che non è in grado di leggere l’italiano e temo che farà un po’ di confusione nell’uso.

Prendo in mano entrambi i tubetti, che ahimè si somigliano pure, e cerco di spiegargli l’impiego differente che ne può fare.

“Questo BUONO per mangiare, capisci? Buono spalmato sul chapati. Lakini questo altro  NO BUONO. Ok Evans?”

Glielo ripeto due volte con la faccia molto seria.

Ci manca solo che si metta a spalmare la pomata antiemorroidi su una fetta di pane che poi lo devo ricoverare al Galana Hospital d’urgenza per intossicazione alimentare…

“Allora quando uso questo?”

“Eh …”

Come glielo spiego adesso, mi chiedo imbarazzata.

Lui aspetta fiducioso, con la pomata stretta in pugno.

E mi chiede se magari ci si può lavare i denti.

“Noooo Evans, questa è medicina per tuo matako.”

Ecco, lo sapevo, lui e gli altri sono scoppiati a ridere e si toccano il didietro. 

La pomata viene abbandonata sulla mia scrivania, nessuno la vuole. Meglio così, mi sento più sollevata.

Ben mi fa vedere che ha trovato una scatola con dentro tante medicine. Capita qualche volta che nelle camere vengano lasciati dei farmaci; lo so che i clienti lo fanno con le migliori intenzioni perché sanno che molti africani non possono permettersi di comprarli in farmacia… però i miei ragazzi non sanno leggere le istruzioni e spesso ne fanno un uso sbagliato e pericoloso.

Può succedere ad esempio che per curarsi un mal di denti facciano fuori una scatola intera di antibiotici per infezioni allo stomaco, e così peggiorano la loro situazione.

Mi armo di pazienza e colla.

Sopra ogni scatoletta attacco un foglietto giallo con la spiegazione in inglese dell’uso che ne può fare e ricordo a Ben di venire da me quando ha dei dubbi, soprattutto sulla posologia.

Asante sana mama.”

Per ultimo si fa avanti Rajab.

Ha solo due cose in mano. Scarso bottino.

Mi mostra un piccolo contenitore per lenti a contatto.

Eccole, vedo due lunette blu che galleggiano nel liquido.

Non capisce cosa siano, non le ha mai viste in vita sua.

“Si mettono dentro gli occhi per cambiare colore.”

Gli spiegò e gli mimo la mossa.

Ma Rajab è perplesso e lo sono anche gli altri.

Si guardano e confabulano. So che non capiscono quale sia lo scopo del cambiare il colore degli occhi.

“Perché?” Mi chiede.

“Per capriccio, per gioco, per moda… non so Rajab.” Gli rispondo, sicura che non può comprendere.

Lui alza le spalle e scuote la scatoletta cilindrica, dentro si formano delle bollicine e ciò lo diverte. Probabilmente la terrà come soprammobile in casa e racconterà ai suoi vicini che i wazungu sono davvero eccentrici se si cambiano il colore degli occhi che Dio gli ha dato alla nascita.

Poi mi fa vedere il pezzo forte: è la confezione di una famosa e costosa crema antirughe. Il vasetto all’interno della scatola però è vuoto.

“Non c’è più niente, puoi buttarlo via.” Gli dico.

Ma lui scuote la testa e mi fa vedere una cosa: il prezzo sotto la scatola. 148 euro. Anche gli altri si fanno intorno a noi e sussultano per la cifra enorme. Si fa presto il calcolo: quella somma è pari a due mesi del loro stipendio.

Lo so, è incredibile che cinquanta millilitri di crema possano valere tanti soldi… come lo posso giustificare ai loro occhi sbalorditi? Non posso, punto e basta.

E un po’ mi vergogno.

Evans l’annusa e mi chiede se è una cosa magica.

Gli dico di no: le rughe prima o poi ti vengono, anche se ti spalmi quella roba lì in faccia tutti i giorni.

Niente magia.

“Ma allora perché”

“Solo per vanità.”

“Vanità?” Ripetono in coro come pappagallini.

Non conoscono il significato di questa parola strana.

E perché dovrebbero? La vanità non attacca dove c’è povertà e umiltà.

“Sì, una donna la usa perché crede di diventare più bella e più giovane, tutto qui.”

I ragazzi scoppiano a ridere e scuotano la testa e dicono che è una bugia, perché la cliente della 902, che l’ha usata tutta, era davvero brutta, e perciò questa crema deve essere solo una gran fregatura. 

Mi unisco alle loro risate e penso che hanno proprio capito tutto.

Alla fine la scatola è finita nella spazzatura tra l’ilarità generale e i miei ragazzi sono tornati alle pulizie quotidiane: con lo straccio in mano e la scopa sotto braccio.

Niente futile vanità, solo sudore vero e buona volontà.

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