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Chiara, una laurea che sa di "Mal d'Africa"

Una storia di passione e maturità tra Italia e Kenya

29-07-2019 di Freddie del Curatolo

Lei si chiama Chiara Cammelli, ha 21 anni, è nata e cresciuta a Firenze e si è da poco laureata in Mediazione Linguistica con una tesi ad altissimo quoziente di “Mal d’Africa”, che illustra il rapporto tra l’inglese e il swahili nelle nuove generazioni e il linguaggio che ne scaturisce.
A raccontare a malindikenya.net com’è nato il tutto è la stessa giovane, ed è un piccolo romanzo di formazione che racconta la storia di una grande passione e che ha Malindi come scenario.
“La prima volta che sono venuta in Kenya era settembre 2011, non avevo ancora compiuto 14 anni – rivela Chiara - il mio babbo nel 2003 vinse un concorso fotografico, il premio era proprio un viaggio in Kenya che fece insieme a mio nonno. Mi ricordo che tornò con una borsa piena di regali da questa Africa di cui non sapevo niente se non che anche d’inverno c'era il sole e faceva caldo. Rimase affascinato e abbiamo deciso di tornarci insieme. Una classica settimana di vacanza in un resort nella Jacaranda bay. Quella settimana tutto mi sembrò molto particolare, lontano dalla mia realtà eppure così colorato e vivo. In realtà tutto è stato molto confuso la prima volta. Mi ricordo che tornai a Firenze ancora emozionata e affascinata da tutto quello che avevo fatto e visto, il safari, le escursioni.. non era la mia prima volta fuori dall'Italia, ma lì c'era qualcosa “in più”, anche se non capivo cosa”.
Così Chiara e suo papà tornano in vacanza anche l’anno successivo. Due anni dopo, nel 2013, decidono di spostarsi a Malindi, sempre nell’unica settimana di ferie del babbo.
“E’ stata una folgorazione – spiega la neolaureata – non so se fosse l’età, la piccola esperienza di Kenya maturata, ma tutto era amplificato, sentivo che volevo entrare in questo mondo, stringere amicizie, imparare il swahili”.
Così è andata avanti fino alla maggiore età, mentre ogni anno metteva da parte mance e “paghette” di nonni e delle feste comandate. Fino a quando, dopo essersi diplomata, nel 2016 Chiara è partita questa volta da sola per Malindi e vi ha trascorso due mesi.
“E in quei due mesi ho provato a conoscere davvero Malindi – racconta la ragazza - Per più di un mese ho passato ogni mia giornata a Muyeye a casa della famiglia di amici, che oggi è un po' anche la mia, ho ballato a matrimoni di sconosciuti nei villaggi, consumato cinque paia di ciabatte, imparato ad amare le mille contraddizioni di questo angolo di Kenya schiacciato tra il verde del bush e il blu dell'oceano che sembra mi sia stata cucito addosso su misura. Forse perchè infondo a Malindi un po' mi sento di assomigliare, caotica e confusionaria, dove non esistono le mezze misure”.
Chiara avrebbe altre mille esperienze da raccontarci, tra viaggi in giro per tutto il Kenya, in treno e matatu e tanto altro. Ogni sei mesi è tornata e ha aggiunto emozioni e conoscenze. Ha imparato il rispetto per un popolo con tempi e filosofie diverse.
E ora ne parla con saggezza sorprendente per una ventunenne.
“Bisogna accettare che certe loro abitudini, forse, non le capiremo mai, ma non capire non significa non poterle conoscere. E se le conosci impari ad accettarle per quello che sono e a rispettarle. Senza pretendere nè di capire nè di essere capita. Semplicemente, ogni tanto cerco di guardare la vita come la guarda un “giriama”, altrimenti non potrei avere amici e amiche a Malindi”.
In tutto questo, per Chiara ha giocato un ruolo importantissimo una famigliola di Muyeye, uno dei quartieri più poveri della cittadina.
“Ho visto Safari, il più piccolo, crescere. Lo aspettavo nell'appartamento che prendevo in affitto quando usciva da scuola, perchè era vicina, e ogni volta la risposta alla domanda "unamala wari ama spaghetti?" (“preferisci la polenta o gli spaghetti?”) era sempre la stessa. Spaghetti al ragù. Mi porto dentro emozioni incredibili e contrastanti, gioia per una nascita, grandi dolori per una perdita. Con loro e grazie a loro ho imparato a vivere. Intendiamoci, non mi sono mai sentita uguale a un keniano, non è stato semplice nè tanto meno immediato. Beato chi in una settimana ha già capito tutto. Io ancora non c'ho capito una mazza. Ma scoprire tutto ciò che c'era dietro il cancello del resort in cui sono stata nel 2011 è stato meraviglioso”.
Così è nata l’idea della tesi di laurea, frutto dell’unione di tante passioni: il Kenya, i viaggi, le lingue e le culture straniere, il suono musicale del kiswahili ed infine il “Bongo Flava”, la musica della costa ascoltata dai giovani. Le canzoni di idoli locali come Kelechi, Otile Brown, Diamond e Mbosso fanno parte della colonna sonora dell’adolescenza di Chiara e della sua quotidianità malindina. Una tesi che diventa anche un documento ufficiale per capire l’evoluzione dei giovani keniani, attraverso il loro strumento di comunicazione più diffuso, la musica da ballare che è anche portatrice di messaggi e che crea un linguaggio nuovo che è un codice e porta all’aggregazione e a superare insieme avversità e disagi o semplicemente legare emozioni a melodie.
“Come nel caso di Usiondoke di Chikuzee – ammette la dottoressa Chiara – che sembra parlare proprio a me, quando sono sull’aereo per tornare a casa in Italia e capisco che invece la casa è quella che sto lasciando”.
Complimenti a Chiara, per la laurea ma soprattutto per la sua maturità. Che possa servire d’esempio a tanti coetanei: l’Africa, se vissuta senza pregiudizi, con predisposizione d’animo e intelligenza, calandosi nelle sue realtà “pole pole”, può essere allo stesso tempo uno strumento di crescita e di comprensione, aprire il cuore, allargare gli orizzonti, e far vivere meglio.

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