Storie

STORIE DAL KENYA

Juliana, il sangue della sposa Samburu

Il ricordo di una donna testimone della mutilazione genitale femminile in Kenya

03-04-2015 di Mariella Furrer

Pensavo che Juliana avesse sedici o diciassette anni, il giorno in cui veniva tenuta a forza mentre una vecchia donna tagliava i suoi genitali con una lametta, anche se la sua famiglia non può giurare sulla sua età, perché in questa parte remota del Kenya il suo nome non è su nessun registro delle nascite. 
Era la vigilia del suo matrimonio.
Sarebbe diventata la seconda moglie di un uomo che viveva in un villaggio lontano 140 chilometri dal suo e, come vuole la tradizione dei Samburu, solo le ragazze circoncise possono sposarsi.
Quindi era stata obbligata a sottoporsi alla forma più estrema delle mutilazioni genitali femminili, chiamata escissioni, in cui i genitali esterni, tra cui il clitoride, vengono rimossi.
Io ero presente all’intervento, perché mi era stato permesso di fotografarla durante i tre giorni della cerimonia di nozze.
Era iniziato tutto il giorno prima, quando la testa di Juliana era stata rasata, aveva provato il vestito di nozze e le era stato fissato al polso un bracciale di pelle di capra, come benedizione e protezione dagli animali.
Poi, ecco il giorno dell’escissione.
Tutto era cominciato al mattino presto, con un rito di fertilità in cui era stata coinvolta la madre di Juliana. 
A lei era stato affidato il compito di mungere una mucca, indossando una pelle di capra benedetta. Poi davanti alla figlia completamente nuda e alla donna scelta per eseguire l’escissione, le aveva versato il latte sulla testa.
Difficile stabilire con una certa esattezza l’età di questa donna. Quello che appariva chiaro è che fosse quasi cieca, molto probabilmente a causa della cataratta. 
Nonostante questo, aveva insistito sul fatto che fosse in grado di compiere il rito secondo la corretta procedura. Mi era stato spiegato che le escissioni e i parti erano la sua unica forma di reddito.
Solo le donne possono essere presenti al momento del rito e ne sono state necessarie parecchie per tenere ferma Juliana.
Essere scelte per assistere ed aiutare viene considerato un onore e conferisce uno status di quasi divinità terrena.
Quando sono stata invitata a partecipare, ho trovato il modo di declinare gentilmente l’invito, con la scusa che ero lì per fotografare.
Faccio davvero fatica a ricordare quanto sia durato, forse cinque minuti, forse dieci, forse ancora più a lungo. 
Se guardo indietro a quel momento, oggi rivedo tutto sfocato.
Ma ricordo bene una delle donne che copre la bocca di Juliana in modo che le sue urla non possano essere sentite, in quanto è un disonore per la famiglia se la ragazza grida quando la lametta esegue il suo lavoro sui genitali.
Eseguito il taglio, nella ferita viene applicato burro ricavato dal latte e dai grassi vaccini, per aiutare il processo di guarigione. 
Juliana era ancora a terra sanguinante all’interno della capanna, mentre le celebrazioni intorno a lei prendevano corpo.
Il sanguinamento continuò per tutta la notte e anche il giorno successivo, durante il matrimonio.
Era così debole e io molto preoccupata, al punto che mi venne da chiedere alla madre e al fratello maggiore, il capofamiglia, se potevo portarla in ospedale. 
Ma la “mutilatrice” li convinse che sarebbe bastato bere il sarooe, un misto di sangue e latte di mucca. 
Avrebbe rimpiazzato tutto il sangue che aveva perso precedentemente.
Incapace di stare in piedi senza appoggio, Juliana era vestita con i velli nuziali e venne portata a braccia verso la sede della cerimonia. 
Gli anziani tenevano in alto i loro bastoni, formando un arco di fronte alla vetta del Monte Kenya, dove si crede che il dio Samburu Nkai risieda.
La sposa, lo sposo e i testimoni devono camminare attraverso quest’arco e ricevere la benedizione da entrambi i lati. 
Juliana viene condotta dal testimoni, è sua responsabilità assistere la sposa nel viaggio verso la sua nuova casa, portandole i bagagli, sostenendola e offrendole da bere e da mangiare lungo il tragitto, da compiere a piedi.
Ma il villaggio del marito di Juliana era troppo lontano, temevo che non ce l’avrebbe mai fatta. 
Ho insistito che la famiglia mi permettesse di accompagnarla personalmente all’ospedale più vicino e per fortuna questa volta hanno acconsentito.
Nonostante la tradizione Samburu vuole che la ragazza lasci la sua famiglia alle spalle, una volta sposata, il fratello di Juliana è venuto con noi in ospedale, dove un medico ha confermato quel che avevo sospettato: Juliana, che secondo il medico non aveva più di dodici anni, necessitava di essere operata al più presto.
Sono entrata in sala operatoria con lei, perché non c’erano infermieri e l’ho tenuta ferma mentre il medico le iniettava l’anestesia locale. 
Il ricordo di quei momenti continua a perseguitarmi, l’impossibilità di comunicarmi quel che le stava accadendo, non parlando né inglese né swahili, mentre veniva immobilizzata una seconda volta, immaginando di dover sopportare un altro dolore immenso. Lo sguardo con cui si rivolgeva a chi riteneva responsabile della sua sofferenza diceva tutto.
Solo una volta che l’anestesia ha fatto effetto, il medico è stato in grado di vedere chiaramente quel che Juliana aveva subito: c’era un taglio profondo nel suo muscolo vaginale.
Ho trascorso la notte in ospedale e al mattino ho pagato il conto.
Il pomeriggio seguente, il fratello ha fatto ritorno al villaggio, mentre io ho portato in macchina Juliana e il testimone a casa del marito. 
Lì sarebbe stata assistita e curata dalla suocera, fino a quando lei sarebbe guarita, in grado di muoversi e finalmente recarsi nella capanna del marito per consumare il matrimonio.
Poi, in quanto seconda moglie, la sua mansione principale sarebbe stata quella di prendersi cura dell’allevamento di bestiame del marito, considerato il bene più prezioso per i Samburu.
Sono conscia del fatto che ho trasceso dalla mia etica di giornalista quel giorno, e ho continuato su questa strada negli anni successivi, ma sono sempre stata in prima linea per le cause umanitarie, e in secondo luogo un fotoreporter. Se c’è qualcosa che posso fare per aiutare a prevenire un danno, lo farò.
Il governo del Kenya ha approvato la messa al bando delle mutilazioni genitali femminili nel 2011, prescrivendo la reclusione o una multa per chiunque venga condannato per la suddetta pratica o sia stato ritenuto responsabile di una morte come conseguenza di essa.
Ma questa legge ha solo costretto a pratiche nascoste e la legge era già in vigore quando Juliana ha sofferto così. 
La sua famiglia non avrebbe mai permesso di portarla in ospedale e lei sarebbe quasi certamente morta.
Mi capita spesso di pensare a Juliana, anche se ho perso il contatto con la sua famiglia e non ho più avuto modo di sapere che cosa ne è stato di lei. 
Sarà guarita completamente? 
Avrà figli? 
Sarà sopravvissuta al parto?

Questo articolo è apparso lo scorso marzo nel magazine di Al Jazeera.
E’ stato concesso a malindikenya.net di tradurre e pubblicare la storia di Al Jazeera, grazie a un accordo con la African Media Agency.

TAGS: FGM KenyaMutilazioni KenyaSpose bambineMutilazioni genitaliMariella Furrer

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