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Kabale, da una capanna del Kenya ai Mondiali Calcio a Mosca

Giovane calciatrice e testimonial dei tanti drammi dei popoli africani

03-07-2018 di redazione

In una piccola manyatta del villaggio di Saku, nella Contea di Marsabit, una ragazza di diciassette anni ha salutato le sue caprette, i fratelli e il resto della numerosa famiglia.
Poi ha aperto una piccola e borsa nera, lisa e vissuta, ci ha infilato con cura la sua vecchia tuta da ginnastica appena stirata, una maglietta e un paio di pantaloncini ed è uscita.
Fuori dalla capanna, la madre attendeva pazientemente. 
Quando l'ha vista spuntare, si è esibita in una litania di canti e preghiere.
Sono le invocazioni rituali che ogni madre e le sue amiche devono condurre per ogni membro della famiglia che intraprenderà un lungo viaggio. Un’usanza tradizionale che fa parte di quelle abitudini “etniche” che stanno scomparendo ed a cui assistere è un privilegio ed un’emozione, ma che ricordano anche la difficoltà per le nuove generazioni di staccarsi da certi freni ancestrali.
Alcune donne velate indossano perline e cantano ad occhi chiusi nel loro dialetto, poi gesticolando si mettono una di fronte all’altra e formano un arco nel quale la ragazza passerà.
Lei si chiama Kabale Halake, figlia di una delle tante ragazze madri di quella zona, abitata da comunità seminomadi e percorsa da annose faide tra diverse tribù, particolarmente gli Oromo, i Borana e i Gabbra.
Kabale gioca a calcio da quando era bambina, ma non avrebbe mai pensato che questo sport e la sua condizione l’avrebbero portata così lontano.
Infatti sta partendo dal suo minuscolo villaggio perché insieme ad altri tre adolescenti di Moyale, Laisamis e North Horr, parteciperà a  Mosca al Fifa Foundation Festival, che avrà luogo a Mosca durante la fase finale dei Campionati mondiali di calcio.
La Fondazione nella quale gioca, la HODI (Horn of Africa Developement Initiative) è un'organizzazione non governativa che incoraggia i ragazzi e le ragazze di Marsabit e dintorni a giocare a calcio per promuovere la pace e la coesione nella contea e aiutare le ragazze a sfuggire alle mutilazioni genitali femminili.
Per questo è stata selezionata per portare l’esempio di come il giuoco del calcio possa aiutare a risolvere situazioni anche drammatiche, all’attenzione dei media internazionali. 
“Mi sento portata per il calcio, ma so che non può essere la mia vita – spiega con incredibile maturità Kabale – gioco volentieri perché porto un messaggio forte, contro la cultura della mia etnia che non ammette che le ragazze partecipino a nessuno sport”.
E non solo, HODI ha unito membri di tribù diverse in una sola squadra, ed è questo il messaggio forte in zone dove gli adulti continuano ad ammazzarsi per le terre che occupano e i campi dove far pascolare i loro animali. Padri che poi lasciano orfane ragazze come Kabale.
Ma il calcio è anche un modo per far studiare i ragazzi: lei frequenta l’ultimo anno della scuola secondaria di Marsabit. Tre mesi fa ha fatto il primo viaggio di 600 chilometri per andare a Nairobi a fare il passaporto. Era la prima volta che vedeva la Capitale, le sue luci, i suoi rumori, il traffico e i palazzi moderni. Le girava la testa.
Adesso ad attenderla sarà l’immensa piazza Rossa di Mosca, i sessantamila dello stadio Luzhni dove è stata invitata ad assistere ad una partita dei mondiali.
“E pensare che dovevo scappare dalla madrasa per giocare a calcio – racconta Kabale – mia madre non voleva assolutamente che lo facessi, una volta si è rifiutata di dare i miei documenti di nascita agli organizzatori, ma quando ha capito che tutto era legato alla mia educazione, ha capito”.
L’incontro con Fatuma Abdulkadir, fondatrice di HODI, è stato fondamentale.
L’ha vista giocare, ha saputo da che realtà proveniva e l’ha presa sotto la sua ala. 
Così ha pensato lei al percorso psicologico per far capire alla famiglia e alla comunità che la scelta di Kabale avrebbe giovato a tutti. Non è stato facile, ma ci è riuscita.
“Stavamo organizzando un torneo a Kargi – racconta la fondatrice di HODI – quando me la vedo arrivare e mi dice – voglio giocare a calcio -. Non aveva un team, né abbigliamento sportivo adatto, ma la sua determinazione era tale che la inserii in una delle squadre femminili. Quando perse la prima partita è scoppiata a piangere, poi piano piano sono arrivati i risultati e oltre agli allenamenti, anche la scuola andava meglio”.
Con lei a Mosca ci saranno Ogom Asogo, 18 anni, Samson Dido, 18 anni, e Hanadi Abdinassir, 16 anni, che hanno storie simili. Provengono da zone remote della Contea di Marsabit.
A Marsabit, i quattro non affrontano solamente sfide sportive, ma ben altre problematiche che vanno dalla fame e dalle malattie alle mutilazioni genitali femminili forzate, dalla scolarizzazione interrotta agli scontri etnici.
Per questo le squadre tribali miste formate da HODI mandano un messaggio ben preciso, e anche il loro slogan è molto eloquente: “Tira per segnare, non per uccidere”.
 

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