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Karema, il Boda Boda incurante dei divieti

Da ieri scattato il "ban" per i mototaxi ma non tutti lo rispettano

25-03-2020 di Freddie del Curatolo

“Cosa ti devo dire, per me il lavoro viene prima della vita. La vita è solo mia, con il lavoro faccio mangiare tutta la famiglia. Si muore di tante cose e nessuno ti aiuta, a volte nemmeno la gente che tu hai deciso di aiutare”.
Karema è uno dei tanti “Bodaboda Operators”, ovvero taxisti in motocicletta, che ieri non hanno rispettato il divieto della Contea di Kilifi e hanno rischiato di essere arrestati per trasporto di passeggeri.
Conosco Karema da quindici anni.
Faceva il manovale, che qui chiamano “kibarua”, e cercava di farlo al meglio.
Considerato che nessuno glielo aveva insegnato e che era orfano di padre, pareva già tanto.
Finita la scuola primaria dove aveva imparato soprattutto come evitare di prendere i vermi sotto i piedi camminando scalzo per otto chilometri al giorno tra andata e ritorno, aveva dato una mano alla madre nei campi.
Poi un parente lo ha chiamato a Malindi per aiutarlo in una falegnameria, infine si è inventato muratore e tuttofare.
Nel “tuttofare”, inevitabilmente, ci rientra anche qualche danno.
Specialmente se inizi a lavorare per i mzungu e ti spiace dirgli che non riesci sempre ad intendere il loro inglese stentato.
Così Karema è passato da carpentiere a costruttore di villette per il proprietario dell’hotel in cui lavorava come manutentore. In quel periodo si è messo da parte due soldini per pagare le prime rate di una motocicletta e finalmente poteva andare al villaggio materno, senza dover sborsare 3500 scellini al mese per una stanza dietro al mercato nuovo senza finestre e con l’odore di piscio.
Al villaggio le pareti saranno pure di fango, ma vuoi mettere il venticello che porta profumo dei frangipani, tuo fratello che sale sulla palma ogni mattina e ti porta un cocco fresco da bere e raschiare, la mamma che canta nello shamba...per chi non si è ancora fatto abbagliare da certi sogni, che poi diventano difficili da governare, la povertà contadina è ancora una certezza.
Così Karema ha deciso che avrebbe lavorato ancora come muratore fino a quando la moto non sarebbe stata pagata per intero.
Ci ha messo dieci anni esatti e da due fa il “Boda Boda”.
E’ uno dei pochi, sono 1500 su più di 100.000, che hanno tutte le licenze in regola, oltre a casco e giubbotto d’ordinanza.
Giura che non porta mai più di una persona per volta, ma è una delle poche cose per cui non gli credo.
Da ieri il Governatore di Kilifi gli ha vietato di trasportare chiunque, per evitare contagi di questa influenza che in Asia, in Europa e in America ha già ucciso tante persone. In Africa si contano ancora sulle dita delle mani, ma si dice sia solo perché è arrivata tardi. D’altronde qui il “pole pole” vale un po’ per tutto, no?
“Ne uccide più la fame, se non portiamo a casa quei due soldi ogni giorno, che ci permettono almeno un pasto di grano e verdura e magari una volta alla settimana interiora di bue o quel po’ di carne che resta attaccato alle ossa”.
Matumbo, staff meat.
La prima voi in Europa non la date neanche al cane, la seconda sì.
“Io capisco chi se ne frega del Corona – mi dice Karema – con tutti i problemi che abbiamo e per quanto se ne infischiano i politici di noi, pronti a blandirci e a riempirci di farina e di promesse solo quando sono in campagna elettorale, tanto che alla fine speriamo ci siano elezioni ogni anno...almeno in questa cosa siamo tutti uguali. Come siamo tutti uguali davanti a Dio e alla morte”.
Cristo, Karema, non ti sembra un po’ troppo?
E la salute degli anziani, di tua mamma che ti ha cresciuto e mandato a scuola?
“Non sarà un’influenza ad ucciderla, ma il signore che la chiamerà a sé. Poi lo sai benissimo cosa succede qui, i giovani uccidono ogni giorno i vecchi con la scusa della stregoneria per impossessarsi dei loro terreni. Cosa cambia?
I bambini muoiono di malaria senza assistenza e gli adulti muoiono di tante altre cose senza avere una diagnosi. L'unica cosa certa, quando uno qui va in cielo, è che devi pagare la camera mortuaria e devi allestire la colletta per il funerale. Davvero, io preferisco lavorare”.
Così abbiamo cercato di convincerlo, e forse ci siamo riusciti.
Ovviamente non la pensano tutti come Karema, specie chi si è fatto una vita appena appena più sicura e non è solo ma ha anche una famiglia, dei figli, una casa in muratura, un bello smartphone, una parabola sul tetto.
Cose per cui, da queste parti, vale la pena vivere fino a quando l’incertezza sanitaria e il fatalismo africano non ti riportano allo stesso livello di (quasi) tutti gli altri.

TAGS: boda boda kenyastorie kenya

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