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Quando la "Spagnola" uccise migliaia di keniani

La peggiore pandemia della storia toccò anche il Paese africano

19-03-2020 di Freddie del Curatolo

Siamo a Mombasa, a fine settembre del 1918.
Poco più di un mese dopo in Europa il Governo Austro-Ungarico crollerà sotto i colpi degli alleati e, dopo che già gli altri stati del blocco balcanico avevano accettato l’armistizio, la Prima Guerra Mondiale sarà archiviata.
La grande guerra, oltre a dieci milioni di morti, avrebbe lasciato lo strascico di un virus che venne identificato per la prima volta nel 1916 da ricercatori spagnoli, da qui il nome di “influenza spagnola”, benché il primo focolaio sembra essere stato un campo militare in Francia.
La Spagnola è ricordata come la pandemia più diffusa e mortale della storia, infettando un quarto della popolazione mondiale (circa 500 milioni di persone su 2 miliardi di allora) e mietendo tra i 20 e i 50 milioni di vittime in tutto il mondo, nell’arco di almeno quattro anni. Curiosamente, la Cina fu la Nazione meno colpita dal contagio globale.
I sintomi erano febbre alta, tosse umida con espettorato bianco, emicrania e dolori articolari. Dopo soli otto giorni, intaccando i polmoni e il sistema respiratorio, poteva già essere fatale.
Anche il Kenya sperimentò dolorosamente l’influenza spagnola.
L’allora Impero Britannico era fervente nei trasporti di materiali via nave dall’India al Kenya e di cittadini della colonia delle Indie.
A Mombasa, nel settembre del 1918, si era sparsa la voce che i passeggeri e i marinai di una nave appena sbarcata nell’unico grande porto del Paese avessero seminato una nuova malattia che non aveva gli stessi sintomi della malaria e della febbre gialla, di cui moriva già tanta gente.
Il numero crescente di perdite anche tra i propri dipendenti indiani e keniani, mosse le autorità britanniche di Nairobi ad approfondire la questione.
Quando il primo graduato dell’Esercito di Sua Maestà, il Capitano Grimm, che era provvisoriamente in vacanza a Mombasa, fu dichiarato morto per un’improvvisa polmonite, diversi medici furono inviati sulla costa e si resero conto dell’evidenza. Ci volle ancora del tempo per definire quella misteriosa malattia, ma nel giro di due mesi era tutto tristemente chiaro.
La Spagnola era arrivata in Kenya, probabilmente portata dagli stessi inglesi e dai soldati delle loro colonie utilizzati durante la guerra.
Alla fine del 1918, inoltre, avvennero i primi congedi di soldati d congedati dai loro incarichi. Chi tornava a casa, chi si sarebbe stabilito nei territori di recente acquisizione. Molti di questi soldati erano già infetti, e tra questi c'erano sicuramente anche molti kenioti che facevano parte del “Carrier Corps”, un'organizzazione di lavoro militare che ha arruolato circa 400.000 uomini africani per fornire servizi di supporto in prima linea nella Prima Guerra Mondiale.
La prima corrispondenza ufficiale sui dati dei morti per “spagnola” arriva il 29 novembre da Malindi, dove la popolazione era già stata decimata.  La malattia aveva colpito sia la popolazione locale che i coloni e i numeri iniziavano ad essere inquietanti, benché si facesse difficoltà a distinguerli da quelli per malattie infettive di altro genere, dato che già la mortalità infantile sulla costa era molto alta e l’età media non superava i 30 anni.
Tra settembre e dicembre dello stesso anno vennero registrate circa 4600 decessi in cinque distretti, con 32 mila nuovi casi registrati prima della fine del 1918. Si suppone, chiaramente, che i dati fossero già molto più alti, almeno il doppio.
“I nativi sono molto riservati sulle cause di morte o di malattia della loro gente - scrisse il Commissariato Distrettuale di Malindi nel gennaio del ’19 – crediamo che i dati siano molto più alti di quel che riusciamo a percepire”.
Con l’inizio dell’anno nuovo, il contagio si era diffuso nel distretto di Taita-Taveta. Alle pendici del Kilimanjaro morivano circa 50 persone al giorno.
Dalla costa la Spagnola si diffuse rapidamente a Nairobi.
L’unico quotidiano di allora, lo Standard, pubblicò un articolo dal titolo “La nostra epidemia”, parlando di sintomi, possibili cure e isolamento a letto come unico rimedio contro il contagio.
Le farmacie dell’epoca iniziarono a produrre e pubblicizzare pastiglie a base di chinino e cannella, chiamando l’influenza “Nairobi Throat Fever”.
A novembre gli ospedali della nuova Capitale traboccavano di ammalati e il Governo coloniale cercava forsennatamente infermieri volontari. Tra le vittime c’era un’altissima percentuale di asiatici, particolarmente indiani.
Nel febbraio del 2019 la Croce Rossa ebbe l’insana idea di organizzare una serata di gala per raccogliere fondi per l’emergenza, e questo contagiò anche molti europei, causando 34 morti eccellenti. Di conseguenza l’Unione Sudafricana emanò un divieto di viaggio per i passeggeri provienienti dall’Africa Orientale Britannica.
La pandemia nel frattempo aveva paralizzato le istituzioni. L’Amministrazione Coloniale di fatto era a corto di personale e alle prese, sulla costa, con diverse situazioni di ribellione per il recente aumento delle tasse sulle capanne e sul lavoro nei campi, con 300 casi di contagi al giorno a cui fare fronte. Una delle cure più utilizzate dagli ospedali da campo comprendeva amido e latte mescolati con magnesio e potassio e due cucchiai di paraffina.
Il lavoro nei campi chiaramente diminuì drasticamente ed alcune aziende, specialmente nella provincia di Taita-Taveta, dovettero chiudere i battenti.
Non solo, la mancanza di sostentamenti indebolì ulteriormente la popolazione locale, causando altre morti anche non direttamente riconducibili al terribile virus influenzale. Incredibilmente gli anziani sembravano i meno colpiti dal contagio, probabilmente perché restavano nei loro villaggi e si mescolavano poco con la gente. I decessi iniziarono a diminuire all’inizio del 1920, grazie anche ad un’implementazione della situazione sanitaria da parte degli inglesi. Tuttavia a Malindi e Mambrui la scarsità d’acqua (guarda un po’...) portò anche un’epidemia di tifo che aggiunse altre perdite a quelle della spagnola.

 

TAGS: influenza kenyastoria kenya

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