Solidarietà

SOLIDARIETA'

A Chakama, dove il "fai da te" non ha più motivi

Nel villaggio più chiacchierato e più abbandonato del Kenya

13-07-2020 di Freddie del Curatolo

Chakama è un villaggio come tanti nell’entroterra di Malindi lungo il corso del fiume Galana.
Da qui, procedendo, è solo savana.
Animali selvaggi, cespugli per erbivori, gruppi di pastori nomadi e il grande parco nazionale dello Tsavo Est, da sempre attrazione per turisti.
Ma Chakama, per chi conosce queste zone, è anche un simbolo, una pietra di paragone.
E’ l’emblema di una solidarietà che non ha più motivo di essere e forse è stata una vicenda drammatica e fin troppo discussa e commentata a fare chiarezza una volta per tutte.
Sono anni che scrivo che non si aiuta più nessuno con le carezze e le caramelle o insegnandogli le parole divertenti nella nostra lingua. Chi frequenta il Kenya da tanti anni sicuramente lo ha fatto, estemporaneamente e nessuno può dire che ci sia qualcosa di male.
Da turista, specialmente, è facile farlo rientrare nelle esperienze di una vacanza in Africa: due sacchi di farina, uno scatolone di biscotti, penne e quaderni in cambio di sorrisi, di sguardi grati, di musica e danze personalizzate. Magari, pensa un po’, nel villaggetto dell’animatore di Watamu o del ragazzo rasta conosciuto in spiaggia a Malindi.
Oggi tutto ciò già fa un po’ più effetto, perché c’è quasi sempre in abbinamento un bel video da girare e da condividere sui social e qualche commento autosbrodolante.
Grazie a questi inconsapevoli e superficiali turisti, il ragazzo conosciuto in spiaggia probabilmente non si cercherà mai un lavoro, ma continuerà ad attendere italiani dal cuore d’oro e i suoi figli andranno a scuola malvolentieri ma con le Nike ai piedi, sognando di fare la carriera di papà.
Queste sono le realtà delle destinazioni turistiche, ma l’entroterra è un’altra cosa.
Lì la miseria si tocca con mano, la vedi nelle cosiddette cliniche dove neonati e madri muoiono ancora per una banale infezione al cordone ombelicale, dove le ragazzine si prostituiscono per comprare gli assorbenti e i giovani parlando con i pastori di origine somala sognano di entrare a far parte dei guerrieri di Al Shabaab.
Qui ci vogliono progetti seri, continuativi, condivisi con la parte buona delle istituzioni e possibilmente con organizzazioni internazionali ed esperti del settore.
La carità da “una botta e via” non è solo fine a sé stessa ma diventa addirittura controproducente in luoghi come questi in cui tutto intorno arriva il progresso fatto di motociclette e smartphone.
I pochi bambini che vengono ancora aiutati da ex volontari o persone di cuore che si sono approcciate tempo fa a questa realtà, come ad altre limitrofe, sono additati dagli stessi compagni come baciati dalla sorte, senza capire in base a quale criterio il destino abbia scelto loro anziché altri, magari anche più meritevoli. La stessa cosa accade tra famiglie che coltivano invidie, non si parlano più e fanno scricchiolare quell’idea di comunità che ancestralmente ha tenuto in piedi le società Mijikenda, di stampo tribale.
Qui non si tratta più di estrarre a sorte e di dare l’immagine dell’uomo bianco come di uno strano semidio che estrae a caso e premia sulla base di un sorriso o, peggio ancora dell’amicizia con il cameriere o il tour leader più paraculo di Malindi.
Qui ci sono nuove generazioni da valorizzare, c’è una comunità da far crescere che non ha bisogno di un Padre Pio sorridente che arriva, elargisce e lascia sempre tutto com’è perché è utile per raccogliere sempre donazioni.
Chakama non ha bisogno di chi propaganda progetti che non porterà mai a termine per mancanza di progettualità, di continuità, della presenza di professionisti sul campo.
Dopo il rapimento di Silvia Romano e la sua liberazione, Chakama è tornata esattamente quella che era quindici anni fa, quando nessun italiano la conosceva.
Povera, abbandonata e senza speranze.
Con la differenza che qui conoscono  il sapore delle aspettative, il profumo delle promesse e credono che quel po’ di benessere che potrebbero avere, debba cadere dal cielo o da un fuoristrada italiano.
Noi di Malindikenya.net, con gli amici della comunità di Malindi che ci hanno seguito, siamo andati a parlare con loro per spiegargli che per ripartire bisogna darsi da fare e non aspettarsi carezze e caramelle, dimenticarsi quel fatalismo che ha fatto gonfia la pancia di chi lo ha sfruttato (magari anche con cuore e in buonafede) per gratificare sé stesso e dimostrare la propria grandezza spirituale.
In pratica, un colonialismo all’incontrario.
Per carità, non è per questo che Silvia è stata rapita anche se guardacaso, la solidarietà “che resta”, quella che fa crescere una comunità e porta all’autosostentamento, creando studenti veri, professionalità e modus operandi moderni, spesso non tiene conto di protocolli di sicurezza, regole imprescindibili e nozioni geo-sociali. Ma se davanti alla “casetta dei volontari” senza cancelli e senza askari stazionano oggi gli ex studenti della onlus Africa Milele e ti avvicinano parlando italiano con la verve di Beach Boys chiedendo qualche scellino e quando gli rispondi in kiswahili e parli loro di coinvolgimento di istituzioni, di lavoro, di borse di studio da guadagnarsi ti guardano come fossi un pazzo eccentrico, capisci che non solo in questi campi che sono fertili come la Langobaya dove Karibuni Onlus ha fatto tanto è stato seminato poco, ma soprattutto quel poco è stato seminato male, molto male.
Quando Albert Chome, capo villaggio e leader del consiglio degli Anziani di Chakama mi ha chiamato per dirmi che i capi famiglia di Chakama erano alla fame, ho pensato che raccogliendo un po’ di derrate alimentari mi sarei calato anch’io per un giorno in carezze e caramelle.
Poi ho pensato che invece così come Chakama è stato suo malgrado il simbolo di qualcosa che doveva chiudersi, potrebbe diventare quello da cui ripartire.
Non è facile, perché qui sono stati fatti molti danni (soprattutto psicologici), ma chi mi conosce e mi segue da tempo sa bene qual’è la mia filosofia, e lo sa anche chi sostiene le mie iniziative.
Al mio fianco, in una giornata che non è stata solamente donare cibo in un periodo particolare di emergenza, ho voluto i rappresentanti del Governo di Chakama e di Langobaya, Macdonald Ngowa e Gunga Baya, quelli di Karibuni Onlus che ha spiegato come da un villaggio povero si può creare una realtà di autosostentamento che nutre, fa sopravvivere e studiare i ragazzi senza aspettare per forza la mano dal cielo e il Rotary che durante la pandemia è funzionale al discorso da noi condiviso di far capire che le emergenze arrivano per conto loro e bisogna adeguarsi. Per tutto il resto invece, anche quel che può sembrare ineluttabile, si può fare qualcosa ma solo se veramente lo si vuole.   

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