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Genoa Malindi, nuove divise e occhi che ridono

Il regalo di un gruppo di tifosi ed è già festa all'Alaskan

03-11-2010 di Freddie del Curatolo

In Africa contano gli occhi. 
Sguardi penetranti e vivi vestono la povertà di fame e paura, ma anche di curiosa libertà, il dolore di lacrime e stanchezza, ma pure di fratellanza e lotta. 
Sono gli occhi a gioire, prima ancora di un sorriso strappato alla timidezza, all’ombra delle antiche angherie bianche.
Lo sguardo del piccolo Eugene, in mezzo al verde savana dello stadio di Malindi, porta con sé la fierezza del capitano e la felicità da condividere con i 23 compagni del Genoa Youth Karibuni.
Lui per primo ha ricevuto la divisa completa: le splendide maglie rossoblu che finalmente si possono abbinare a pantaloncini tutti uguali, bianchi, e a calzettoni che non sono quelli ufficiali ma almeno sono per ognuno e fanno sentire i ragazzi ancora più uniti.
Il regalo dei tifosi dell'associazione "Grifoni in Rete" è l’occasione per fare festa. 
Tutti in fila per le foto ufficiali, con Eugene che di colpo si fa serio e mette in riga gli altri. Quattordici anni, figlio di un’agente penitenziaria e di un soldato dell’esercito morto durante la guerra civile, lui alla carriera da calciatore ci crede ma se non riuscisse a trovare spazio almeno nella Premier League keniota, sa che gli converrebbe prendere un fucile in mano, per guadagnarsi da vivere. 
Intanto, con ottimi voti, si avvia verso la scuola superiore e, serio e diligente com’è, troverà sicuramente qualcuno che lo aiuterà fino almeno al diploma.
Eugene distribuisce pantaloncini e calzettoni, il primo ad accaparrarseli e Janji Mwangemi, il bomber della squadra. 
Dodici anni, fisico da piccolo corazziere, movenze da pantera e un’intesa già buona, guarda caso, con il capitano. 
Ha i numeri, Janji, ma deve essere seguito un po’ a scuola, perché spesso “dribbla” anche lo studio. Eugene e Janji sono le due stelline del Genoa di Malindi.
Ma la scuola calcio ha creato un gruppo affiatato, e lo si vede negli allenamenti settimanali, con mister Ben Ouma (ex portiere di Premier League con un’esperienza in Belgio) che impartisce ordini, sfogliando il librone degli allenamenti didattici della FGCI. 
C’è Baraka, adottato a distanza da una coppia di genoani di Sestri Levante, che da terzino destro, una volta presa confidenza con il campo e i polpacci degli avversari, è diventato un ottimo centrale, c’è Mystick (il papà “rasta” gli ha dato questo nome perché ascoltava “Natural Mystic” di Bob Marley) che fa il medianaccio e copre le avanzate del capitano, che è sempre nel vivo dell’azione. Ci sono i minuti e velocissimi George e Nelson che fanno gli esterni di centrocampo nel 442 di Mister Ouma che diventa all’occorrenza un 4231, con la seconda punta Fahad che arretra. 
Quel che sorprende, dei grifoncini rossoblu, è come assimilino in fretta schemi e modo di giocare.
Dopo le foto di rito con la divisa scintillante, la partita sulla carta si presenta ostica: di fronte c’è l’agguerrita compagine di Kisumundogo, quartiere “slum” della periferia malindina. 
L’under 14 è formata da ragazzi che si spera non seguano le orme di fratelli spacciatori, ladruncoli che entrano ed escono di galera o, alla meglio, beach boys che adescano turisti e turiste in spiaggia e vivono alla giornata. 
Per questo motivo, prima della partita, c’è l’incontro tra i nostri ragazzi e la squadra sfidante.
Ci si presenta, si scambiano le esperienze e Eugene e compagni spiegano come attraverso il calcio e i buoni vuoti a scuola, si possa migliorare la propria vita e sia più facile trovare qualcuno che ti aiuti a portarla sulla via di un futuro senza patimenti e pericoli. 
I “ravatti” di Kisumundogo assorbono la lezione, ma poco dopo, in campo, mostrano subito le unghie e i muscoletti. 
Ma con i pantaloncini nuovi non ce n’è per nessuno, i grifoncini kenioti sono concentrati e dinamici.
Dopo dieci minuti, Janji sfrutta un errore della difesa e infila con un preciso diagonale. Eugene fa a sportellate e prende calci, da uno di questi nasce un’anelata punizione dai 18 metri che calza a pennello per il suo sinistro a girare: al ventesimo è già 2-0.
Il tempo si conclude con la perla del pomeriggio, trangolazione Fahad-Eugene-Janji, dribbling secco del nostro bomber e gran gol!
L’esultanza dei ragazzi è una cosa da film. Tutti insieme alla bandierina ad abbracciarsi come se in palio ci fosse la coppa dei campioni d’Africa.
Gli occhi compongono uno sguardo solo, di complice felicità. Gli sguardi sono al cielo equatoriale, sono ai fratelli che li applaudono dall’altra parte della rete di ferro, ai genitori che non ci sono più o che è come se non ci fossero mai stati, a quelli che si spaccano la schiena rompendo coralli, che intrecciano palme secche per fare i tetti, alle giovani madri che vendono coloratissimi parei, che trasportano taniche piene d’acqua lungo la grande strada asfaltata o di sera si offrono a rozzi e vecchi turisti. 
Il Genoa Youth Karibuni è quello sguardo liberatorio, quel sorriso al futuro. 
Si potrebbe discutere per ore su cosa sia la gioia, in cosa consista il benessere, cosa ci faccia sentire appagati. Io penso sempre ai coetanei italiani di Eugene e Janji, di Baraka e Mystic. 
Alla loro noia, al nichilismo e allo sconforto, all’inconscio collettivo stuprato dall’immoralità e dallo schifo della classe governante. 
Vorrei si potesse tornare all’origine delle cose, dei sentimenti, delle sorgenti della gioia, delle passioni. Poter dire loro, citando un filosofo dei nostri tempi, che “libertà è partecipazione”.

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