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10 prodotti alimentari su cui investire in Kenya

Oltre caffè, tè e frutta: cosa si può commercializzare ed esportare

07-05-2019 di Leni Frau

Il Kenya è per la gran parte della sua estensione una terra fertile e ricca, dove cresce più o meno di tutto. 
Rispetto alla fascia mediterranea, ad esempio, solo l'ulivo non ha mai attecchito in nessun angolo del Paese.
Con risultati di qualità alterni e con le difficoltà date dalle tante insidie di animali ed insetti presenti nell'Africa equatoriale, negli anni si è riusciti anche a vinificare e sono stati piantati con successo frutti e verdure arrivati da Europa, Asia ed Americhe.
Il Kenya è noto per l'esportazione in primis di té e caffè, dove risulta tra i primi dieci del mondo, e per la produzione di frutta (Del Monte ha qui il suo quartier generale per l'ananas e il mango, ad esempio).
Diamo invece uno sguardo ai nuovi prodotti alimentari che ancora non sono stati oggetto dell'interesse di multinazionali e che possono far nascere piccoli o medi business sia per il commercio interno ma soprattutto per l'esportazione, in Africa stessa oppure oltreoceano.

1. AVOCADO
E’ definito l’oro verde dell’Africa e in Kenya cresce in ogni ambiente: dall’altipiano della Rift Valley, specialmente nella zona del Lago Vittoria, alla regione sud-occidentale di Taita e Taveta, dalla costa alle zone forestali intorno a Nairobi. Dopo anni in cui il frutto non dolce è stato spesso snobbato per il suo particolare e raro utilizzo nella cucina internazionale, oggi la coltivazione dell’avocado sta avendo un grande sviluppo, anche grazie al boom del sushi e agli svariati utilizzi oleari e cosmetici. In tanti si stanno buttando sulla produzione e sul commercio di avocado. Il rischio è quello di piantarne troppi: l’avocado è una pianta infestante che limita la crescita delle altre.

2. OSTRICHE

L’ostrica di mangrovia è una delizia che inizia ad essere conosciuta nel mondo e che non sfigura affatto, come qualità e gusto, al fianco delle più celebrate parenti francesi o di zone più temperate, ma anche di Madagascar o isole atlantiche. Ora c’è chi ha iniziato l’esportazione dei piccoli molluschi keniani che abbondano specialmente a Kilifi,Mida, Ngomeni e nella Costa Sud. Considerando che un chilo di ostriche dai pescatori dei creek costano 50 centesimi di euro al chilo e che possono essere vendute almeno dieci volte tanto, il problema principale rimane la filiera del freddo e il trasporto.

3. MIELE

In ogni parte del Kenya si produce ottimo miele: da quello pregiato di montagna a quello delle zone centrali della Rift Valley a quello profumato della costa, ricavato da piante come il Tamarindo o anche dalle mangrovie. La sua commercializzazione segue precise regole “bio” ma offre un prodotto di primissima qualità. Ultimamente è in crescita anche la produzione di miele crudo e di melata, oltre che dei prodotti collegati e curativi come il veleno d'api e il propoli.

4. TROTE

Sul Lago Vittoria negli ultimi anni, conseguentemente al calo del pesce tilapia e del persico, si sono moltiplicati gli allevamenti di gamberi ma anche quelli delle trote di lago, che iniziano ad interessare anche il mercato interno, oltre ad essere esportate prevalentemente nei paesi orientali. La trota del Lago Vittoria è particolarmente saporita e può anche essere confezionata sotto olio di semi come avviene per altri pesci.

5. GRANCHI

Le “farm” di granchi attivate sulla costa, specialmente nelle insenature dove l’ecosistema mantenuto dalle mangrovie garantisce la loro crescita sana e corposa, stanno avendo un grande riscontro. L’esportazione di “moleche”, molto pregiate non solo in Cina e Giappone, è un dato di fatto. Basta fare un giro a Che Shale, dove ne è stata creata una organizzata e fruttuosa.

6. FUNGHI

Da pochi anni i keniani stanno imparando a riconoscere i funghi pregiati da quelli comuni e scoprono nelle foreste attorno al Monte Kenya, nelle zone di Eldoret e del Monte Elgon, qualità simili ai porcini che hanno analogie con ottimi funghi del Ruanda. Non c’è ancora una vera e propria industria, ma a Nairobi si vedono i primi prodotti confezionati. Può essere il momento per pensare a creare una catena di produzione e confezionamento ad hoc, tra sottolii e altro.

7. FORMAGGI

Una grande azienda come Brown insegna che dalla filiera del caseario in Kenya si possono avere grandi soddisfazioni. Grazie alla varietà geofisica del Kenya e alle sue differenti zone climatiche, ogni tipo di formaggio può essere stagionato, per non parlare del fresco e del formaggio di capra. Oltretutto il settore è stato liberalizzato da poco tempo e ha una sua regolamentazione che risulta più semplice da seguire di quello degli allevamenti e del commercio carni. L’esportazione in altri Paesi africani, a dispetto del Sudafrica che ha detenuto il primato continentale per anni, non è da sottovalutare.
 

8 TUBERI

Con l’esplosione del vegan-style e l’aumento delle persone che per motivi di intolleranze o simili, i tuberi che possono sostuire le farine bianche, la pasta e il pane vanno per la maggiore. Oltretutto alcune qualità, come la patata dolce, crescono velocemente e più volte all’anno. Molto richiesta inizia ad essere la cassava, che non è solo buona da mangiare (molto più della patata dolce) ma che offre una farina proteica e priva di glutine.

9. NOCI DI MACADAMIA

La produzione delle pregiate noci di macadamia (vendute in europa anche a 20 euro al kg) sta diventando un buon business in Kenya per i proprietari di terreni. Ogni albero maturo può produrre tra i 100 e i 300 chilogrammi all’anno e con i moderni sistemi di irrigazione il loro mantenimento costa pochissimo, perché sono piante che si fanno intaccare raramente da agenti esterni infestanti. Il segreto sta nella raccolta, per il resto una volta adibito un terreno a macadamia, si tratta solo di guadagnare. 

10. PACKAGING

Per tutti i prodotti citati sopra, la cui produzione in Kenya può portare ad una facile commercializzazione ed esportazione, è necessario un lavoro di stoccaggio e confezionamento particolare per rendere appetibile la merce venduta. Un business nel quale ci si può lanciare, senza lavorare direttamente al prodotto alimentare e alla sua trasformazione, è quello del “packaging” e del marketing abbinato.
Privilegiando sicuramente confezionamenti ecosostenibili nel rispetto dell’ambiente, possibilmente già abbinati a prodotti naturali e bio.

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