Arte e cultura

MOSTRE

Il realismo africano di Sara Centofanti

(Kilili Baharini, Malindi, dicembre 2014)

04-12-2014 di Freddie del Curatolo

Ernest Hemingway diceva che la natura africana si può solo vedere e al massimo sognare, ma descriverla
non è mai come viverla. 
Figuriamoci disegnarla, o dipingerla. 
Spesso, forte di questo illustre pensiero, all’artista non rimane che trasfigurarla per offrirne una sua personale visione, un evocativo punto di vista. 
Un po’ come per lo scrittore farne poesia, rispetto a cimentarsi nel fioretto della descrizione letteraria.
Osservando le opere di Sara Centofanti, invece, si ottiene tutt’altra sensazione. 
Le immagini di fauna selvaggia, di animali in libertà e perfino gli sguardi delle persone ritratte, ritrovano nella forza realistica della sua pittura la loro primigenia verità, l’essenza.
Non è un miracolo, ma il frutto di un’approfondita conoscenza dello squarcio d’Africa in cui Sara vive e il risultato delle sue esperienze e dei suoi studi, applicato alla passione sublimata da questa terra.
Architetto e scenografa, ha trasvolato fisicamente e filosoficamente dall’Accademia di Belle Arti di Brera alle rive dell’Oceano Indiano, conservando la tecnica e la professionalità, ma ampliando decisamente i suoi orizzonti e permeando lo sguardo nella cultura e nella semplicità del Kenya.
Così nascono i suoi olii su tela. 
L’idea scenografica, l’occhio come un’obbiettivo di macchina fotografica (la stessa che le serve per scattare le immagini che dipingerà), lo studio approfondito, geometrico, quasi architettonico del quadro…tutto il resto è slancio, amore, estro unito a grande tecnica.
Basta osservare due scatti del grande fotografo d’Africa Carlo Mari, da cui Sara ha avuto il placet per farne dipinti. Ci si rende conto che, attraverso questi passaggi dettati dal suo spirito così rigoroso e professionale ma allo stesso tempo libero e naturale, il risultato è qualcosa di unico e grandioso: l’opera nella sua maestosa rappresentazione dell’attimo, del vero, è più reale dell’immagine stessa. 
I fenicotteri in volo catturano lo sguardo come nessun obbiettivo sarebbe in grado di fare, gli gnu sfidano l’acqua del fiume e il pericolo dei coccodrilli con ancestrale ansia e calcolati rischi, e il pathos si spande con suggestiva maestria negli schizzi e nella spuma in cui si confondono. 
Perché nei giochi di colore, pasta e pennellate di Sara, le pupille sono straordinariamente collegate al cuore e la realtà che ne viene fuori è emozione pura. 
Avviene nei ritratti di bambini e adolescenti equatoriali, vividi e parlanti, senza alcuna pretesa se non quella di offrirsi, con naturale ritrosia, all’osservatore; ci si immerge nella penombra da cui appare il volto di un tuareg, nel blu del suo copricapo che si scioglie in una notte che non è metaforica, ma bisogno di raccontare quel che si vede come lo si assaggia quando appunto sguardo ed anima sono tutt’uno e la pennellata arriva a traino.
Natura e umanità che, senza mutazioni trans-geniali o visioni cervellotiche, rendendo ancor più reale la realtà, trovano il giusto contatto con il Kenya, con l’arte e con il sogno.
Quello a cui evidentemente lo scrittore di “Verdi colline d’Africa” non aveva pensato.

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