Reportage

REPORTAGE

Sulle orme del Lunatic Express

Nairobi-Mombasa seguendo l'acqua e la storia

18-06-2026 di Riccardo Zennaro

Com’è raggiungere l’Oceano Indiano in automobile da Nairobi nel 2026? È meglio guidare o prendere il treno o l’aereo? C’è qualcosa di bello da vedere sul percorso? È così tosta come si sente dire? Se vi siete mai posti almeno una di queste domande, questo articolo allora è per voi.

Questo è un viaggio epico, sulle tracce del Lunatic Express, la storica ferrovia costruita dagli inglesi con tanta manodopera indiana ai primi del Novecento e che per l’ambizione del progetto e gli sforzi necessari a portarla a termine, venne proprio ribattezzata “lunatica”. Certo, l’aereo e il treno sono più comodi e veloci, ma guidare questa strada nel 2026 è un viaggio a dir poco unico, fatto di natura, storia, caos, e tanta umanità.

Si parte da Nairobi in una mattina nuvolosa di inizio giugno e uscendo dalla periferia sud della capitale, una volta arrivati al bivio per Machakos, si può prendere una laterale sinistra e immettersi su una placida strada secondaria che porta a Wote, tagliando così un po’ di quella che è la strada principale e concedendosi più tranquillità. Colline rigogliose, ritmi lenti, villaggi sonnecchianti, e un paesaggio molto diverso rispetto a quello della “Mombasa Road,” dove la guida è per definizione impegnativa e ci vuole massima attenzione costante.

La discesa graduale dalle alture continua e si arriva a Makindu, dove obbligatoriamente, non c’è alternativa alla strada principale e agli autocarri. Ecco il primo baobab, bellissimo e solitario, ad annunciare un altro paesaggio più arido, polveroso e già tendente al rosso tipico dello Tsavo National Park. La temperatura aumenta, ci si ferma per una sosta al Midway Point dopo Kibwezi per qualche samosa nei pressi di una moschea bianca.

Lì fuori il traffico è intenso e caotico: alcuni camion sono ribaltati a bordo strada, o fermi in panne; sorpassi continui e azzardati, polvere e visibilità a volte ridotta, attraversamenti improvvisi di cose e persone. Eppure, c’è tanta vita: bambini, venditori di arance, oggetti per la casa e noccioline. Famiglie di babbuini che si sono abituati al traffico e attendono bucce e scheletri di pannocchie.

Dopo quasi 7 ore dalla partenza, ecco lo Tsavo e la sua terra rossa. Al Maneaters Lodge, storico hotel sulla via per Mombasa si arriva al tramonto, là dove l’acqua del fiume Tsavo scorre placida verso l’Oceano Indiano, e dove una volta, per costruire il ponte sopra al fiume, morirono in tanti, prede di due famosi leoni mangiauomini. Il lodge e il suo piccolo, grazioso museo che racconta questa vicenda di uomini e leoni è quasi deserto ed è il posto perfetto dove riposare in pace cullati dall’acqua e dalla storia.

 

La mattina dopo il sole splende, e si riparte presto verso la destinazione: Mombasa. Nonostante l’ora mattutina, il traffico è già pesante. Non c’è un vero sorpasso sicuro: la tecnica migliore è quella di piazzarsi dietro un furgoncino o camion leggero, tra i 60 e gli 80 km/h, e usarlo come scudo per il traffico che viene dal senso opposto.

A Voi la velocità media scende a 30 km/h. Nuvoloni grigi ruotano attorno alle colline rocciose circostanti. Sole e pioggia si alternano. Lì fuori, oltre ai camion, la vita continua a scorrere: boda boda, uomini intenti a raccogliere plastica, venditori di ogni cosa, polizia, e autisti dal Congo, Rwanda, Uganda e ovviamente Kenya fermi a chiacchierare qui e lì.  

Compaiono sacchi di carbone e piantagioni di sisal. A McKinnon Road, una moschea imponente annuncia che ci stiamo sempre più avvicinando alla meta e la vegetazione diventa più verde. Continua la lunga discesa, e il traffico si dirada temporaneamente. A Mariakani, si rientra prepotentemente nella civiltà circondati da persone, cose e rumori. C’è vento forte là fuori, lì dove si alternano pezzi di strada nuova a doppia corsia ancora in costruzione, e vecchio asfalto stanco e bucherellato.

Dopo 487 chilometri da Nairobi, ecco le prime palme e poco più in là, Mombasa e l’Oceano Indiano. Odore d’alghe, plastica bruciata e fiori. Ci si avvicina lentamente a Mombasa, e il pensiero per un attimo va a tutti quelli che hanno costruito e vissuto questa strada che collega la costa all’interno del continente, un’arteria di connettività vitale per il Kenya e l’Africa intera.

Si arriva nel mondo costiero quasi silenziosamente passando per Port Rietz e l’aeroporto e non si percepisce veramente la fine del viaggio; anzi, dopo tutti questi chilometri, si è diventati un tutt’uno con la strada stessa, la sua natura, e la sua umanità. Se la domanda finale quindi è, “ne vale la pena e la fatica?”, la mia risposta è sicuramente “sì”.

 



Tramonto sullo Tsavo – Foto: Riccardo Zennaro

TAGS: ZennaroreportageTsavoMombasa-Nairobi

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