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Aeroporti del Kenya ancora ostaggio dello sciopero

Viaggiatori in sospeso da 48 ore, il turismo paga il conto

01-09-2026 di Freddie del Curatolo

Ancora una volta. E forse è proprio questo l'aspetto più preoccupante della vicenda. Lo sciopero del personale aeroportuale in Kenya continua anche oggi, senza che Governo e sindacati siano riusciti a trovare un accordo, lasciando centinaia di passeggeri bloccati negli aeroporti e migliaia di altri nell'incertezza se partire o meno.

Al Jomo Kenyatta International Airport di Nairobi, principale porta d'ingresso del Paese, decine di voli sono stati cancellati o riprogrammati. Molti viaggiatori hanno trascorso la notte in aeroporto, altri sono stati sistemati in albergo dalle compagnie aeree, mentre tantissimi turisti si ritrovano a fare i conti con coincidenze perse, vacanze rovinate e spese impreviste. La situazione ha costretto alcune compagnie, tra cui RwandAir, a cancellare collegamenti da e per Nairobi, mentre Kenya Airways e Jambojet continuano a registrare pesanti ritardi.

Lo sciopero coinvolge il personale della Kenya Airports Authority, della Kenya Civil Aviation Authority e di Jambojet. I sindacati accusano il Governo di non aver rispettato gli accordi raggiunti dopo la precedente agitazione e chiedono migliori condizioni di lavoro, aumenti salariali e soprattutto la firma del contratto collettivo atteso da tempo.

Nelle ultime ore si è tentato di trovare una soluzione attraverso un nuovo tavolo di confronto tra il Kenya Aviation Workers Union (KAWU) e il Governo. Ma anche questa volta tutto si è concluso con un nulla di fatto. Le trattative di lunedì mattina sono finite in una situazione di stallo, con il sindacato che ha ribadito di non voler sospendere la protesta senza garanzie concrete. Tra le richieste avanzate c'è anche quella di un cambio ai vertici della Kenya Airports Authority, ritenuti responsabili del mancato rispetto degli accordi sottoscritti nei mesi scorsi. Al termine dell'incontro le parti hanno deciso di aggiornarsi, ma senza alcuna intesa e con lo sciopero che prosegue a tempo indeterminato.

Richieste legittime, che però finiscono puntualmente per ricadere su chi con la vertenza non ha nulla a che fare: passeggeri, tour operator, compagnie aeree e un settore turistico che continua a ricevere colpi difficili da assorbire.

Ed è proprio qui il problema. Non tanto lo sciopero in sé, che è un diritto dei lavoratori, quanto la sua ormai inquietante frequenza. Quella in corso è infatti la terza grande agitazione aeroportuale in appena otto mesi. Un dato che dovrebbe far riflettere chi governa il Paese e chi è chiamato a garantire il funzionamento di un'infrastruttura strategica come il trasporto aereo.

Nel resto del mondo gli scioperi esistono, naturalmente. Ma nella maggior parte dei casi vengono programmati per alcune ore o per una giornata, cercando almeno di limitare i danni ai viaggiatori. In Kenya, invece, sembra ormai diventata una prassi assistere a blocchi che si protraggono ben oltre le 24 ore, senza che nessuno riesca a trovare una soluzione prima che gli aeroporti finiscano nel caos.

Non esiste una classifica ufficiale dei Paesi con il maggior numero di scioperi aeroportuali, ma se dovessimo stilare un ideale podio, il Kenya meriterebbe ormai uno dei primi posti, insieme a Nigeria e Argentina, nazioni dove le tensioni sindacali nel settore dei trasporti sono diventate una costante.

La sensazione, purtroppo, è quella di un Paese che continua a ripetere gli stessi errori. Ogni volta si promettono tavoli di confronto, dialogo e soluzioni definitive. Poi passano poche settimane o pochi mesi e si ritorna esattamente al punto di partenza, con gli aeroporti paralizzati e il turismo costretto, ancora una volta, a fare da vittima collaterale.

E pensare che il Kenya continua a investire milioni di dollari per promuoversi come destinazione turistica affidabile sui mercati internazionali. Ma basta uno sciopero come questo, il terzo in meno di un anno, per vanificare mesi di campagne promozionali. Perché un turista dimentica difficilmente un safari, una spiaggia o un tramonto africano. Ma ancora meno dimentica una notte passata sul pavimento di un aeroporto aspettando un volo che non parte.

Il danno economico, prima o poi, si recupera. Quello d'immagine molto meno. E il Kenya, che del turismo continua a fare uno dei pilastri della propria economia, dovrebbe ormai averlo imparato.

 

TAGS: aeroportiscioperosindacati

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