Editoriali

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Vivere in Kenya secondo me

"si può anche rinunciare alle domande, basta conoscere qualche risposta"

29-04-2010 di Freddie del Curatolo

Vivere in Kenya, per un occidentale, è innanzitutto una scelta.
Significa abbandonare la propria patria, allontanarsi dalle proprie radici, lasciare parenti, amici e abitudini che ci hanno affiancato sin dalla nascita.
Ma vivere in Kenya significa (e deve significare) anche avvicinarsi ad un’altra civiltà, un’altra cultura, un altro modo di vivere.
La storia del Vecchio Continente ci ha insegnato che quando ci troviamo in presenza di popolazioni che riteniamo più “indietro” di noi, magari perché mangiano con le mani o non hanno ancora dimestichezza con le ultime invenzioni della scienza e della tecnica, tendiamo a trasmettere le nostre cognizioni e fantastichiamo che quella sia superiorità. 
Da pochi particolari, poi, iniziamo ad applicare questo metro in tutte le cose della vita, cercando di imporre anche abitudini idiote e disdicevoli.
Chi ha detto che bisogna mangiare con la forchetta? E’ più igienico?
Pensateci bene, non credo. Basta lavarsi le mani prima e dopo.
Difficilmente, quando andiamo in un ristorante europeo, chiediamo al cameriere di lavarci le posate. Le troviamo sul tavolo e per quanto ci riguarda, la donna delle pulizie, in aperto contrasto con la gestione del locale, potrebbe anche essersele strofinate sul pube.
E chi vi dice che la carta igienica sia meglio della foglia di banano, per pulirsi il sedere?
Potremmo andare avanti con mille altri esempi.
Ma torniamo in Africa: vivere in Kenya vuol dire innanzitutto capirne i problemi, quelli ancestrali e quelli legati all’epoca che stiamo vivendo, quelli indotti e quelli che fanno parte dell’ambiente. Il rispetto per le persone è strettamente legato al rispetto per la Natura e, se amiamo questo posto, con il rispetto in noi stessi.
Credo che mia figlia crescerà con l’abitudine di utilizzare l’acqua solo per lo stretto necessario, che inumidirà le mani e poi chiuderà il rubinetto per insaponarle e lo riaprirà per sciacquarle. Così farà con la doccia.
A me capita di farlo anche quando torno in Italia, mi è successo di scoprirmi a compiere quei gesti in un grande albergo. E ne sono felice!
Rispetto è anche abituarsi a non sperperare, perché la miseria di molti dipende non tanto dalla nostra ricchezza, ma dalla nostra noncuranza.
Posso mangiare con le mani, seduto al tavolo con sodali kenioti il cui modo di pensare, di pervenire a un’opinione è lontano anni luce dal mio, salvo incazzarmi come una bestia se sono loro per primi a insozzare il loro territorio o a non rispettare i propri simili.
Ma qui l’Africa c’entra poco, lontani anni luce sì, ma siamo sempre esseri umani. I più stupidi, domestici e pericolosi animali in circolazione.
Vivere in Kenya per me è una scelta di libertà, ma non c’è libertà senza rispetto, senza passione e senza verità.
Rispetto per chi ci ospita e non ha le risorse per mostrarsi generoso o avido come lo siamo noi in Italia alla presenza di uno straniero, passione nel coltivare i perché del nostro insediamento in questo Paese: che sia lavoro e investimento, amore per la natura o per la vita, solidarietà pubblica o privata, egoistico relax.
Cercare di farlo al meglio, consci della fortuna di avere molte meno sovrastrutture e limitazioni di quanto non avvenga oggi nel mondo occidentale.
Vivere in Kenya è forse un ripiego per anime candide o una via di fuga per cuori prosciugati, una fune di speranza per tirare a campare o uno splendido e unico esemplare di mattone levigato su cui costruire la propria nuova vita. 
Vivere in Kenya per molti è semplicemente una maniera per affrontare l’esistenza senza farsi troppe domande.
Può anche andare bene, in quest’epoca di smarrimenti.
L’importante è non farsi trovare impreparati quando l’Africa chiederà qualcosa.
Come dire, si può anche rinunciare alle domande, basta conoscere qualche risposta.

TAGS: Vivere in KenyaKenya libertà

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