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AMBIENTE

Come gli USA cercano di riempire il Kenya di plastica

Pressioni delle lobby petrolifere per frenare la politica ambientalista

03-09-2020 di Freddie del Curatolo

Gli Stati Uniti chiedono al Kenya di essere più “morbido” nella sua lotta per la tutela dell’ambiente tramite l’eliminazione graduale della plastica dal suo territorio.
Com’è noto il Governo Kenyatta subito dopo il suo insediamento fece passare la legge che aboliva l’utilizzo di sacchetti di polietilene.
Ci sono voluti pochi mesi (e parecchie multe, soprattutto alle aziende produttrici ed importatrici di sacchetti di plastica) per rendere il Kenya “plastig bag free”, con una svolta in cui in pochi credevano per un Paese così grande, che non era il Ruanda che per primo aveva dato un segnale all’intero continente.
Dopo questa decisione, Kenyatta aveva annunciato che dallo scorso 5 giugno sarebbe entrato in vigore il divieto di introdurre bottiglie di plastica all’interno dei parchi e delle riserve naturali del Paese, comprese quelle marine. La legge è passata anche se si vedranno i suoi effetti benefici così come la reale applicazione con il ritorno del turismo.
Il Ministero dell’Ambiente aveva anche fatto ventilare che la mossa successiva avrebbe potuto essere l’abolizione delle bottiglie di plastica sull’intero territorio.
A questo punto gli Stati Uniti, che sono il maggior esportatore di materie plastiche in Kenya (con vendite per un totale di  6,21 miliardi di scellini l'anno scorso, come documentato dal Congresso USA dello scorso maggio) e il numero uno in tutta l’Africa, sia per semilavorati che per prodotti finiti, spinti dai loro giganti petroliferi, hanno iniziato a lamentarsi diplomaticamente e a mettere paletti in sede di trattative commerciali.
Recentemente Donald Trump ha incontrato il suo omologo keniano per stipulare una serie di trattati bilaterali, che prevedono tra l’altro numerosi aiuti e sovvenzioni americane in svariati settori.
E’ stata forte la richiesta del Governo Trump di porre un freno alla politica anti-plastica del Paese.
Le stesse aziende petrolifere produttrici di plastica ed esportatori di scarti di greggio da lavorare, hanno chiesto espressamente di non essere messe in difficoltà.
Piuttosto, dicono, sono pronte a collaborare in progetti di riciclo e sovvenzionare l’acquisto di impianti di smaltimento e ad innalzare il Kenya al ruolo di hub per la fornitura dei loro prodotti in tutta l’Africa. Eppure il riciclo intelligente sarebbe proprio quello che permette di non produrre altra plastica.
Intanto anche il gruppo continentale di attivisti ambientali di Greenpeace ha chiesto al Governo keniano di respingere la mossa delle aziende chimiche americane che ha il chiaro intento di espandere l'impronta dell'industria della plastica in Kenya e in tutta l’Africa.
Secondo un’inchiesta di Greenpeace, pubblicata anche dal New York Times, le tre sorelle del petrolio Shell, Exxon e Total avrebbero anche esercitato pressioni contro le modifiche alla Convenzione internazionale di Basilea, che ha posto nuovi limiti ai quantitativi di plastica che entrano nei Paesi a basso e medio reddito.
Il ministro del Commercio e dell'Industria Betty Maina ha dichiarato ai media americani che gli Stati Uniti non hanno ancora presentato una richiesta ufficiale, ma Fredrick Njehu di Greenpeace Africa ha esortato il Kenya a non fare marcia indietro sui progressi compiuti nella sua liberazione dalla plastica, piegandosi alla pressione dei giganti dei combustibili fossili, perché rischia di far deragliare i progressi compiuti in tutto il continente.
"Grazie all’esempio del Kenya e di altre Nazioni, l'Africa è in prima linea nella guerra alla plastica, con 34 paesi su 54 che hanno adottato un regolamento per eliminare gradualmente la plastica monouso".

TAGS: kenya usakenya plasticakenya ambiente

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