KENYA NEWS
25-08-2026 di Freddie del Curatolo
Negli ultimi giorni il tema del possibile ritorno del fenomeno atmosferico prolungato chiamato “affettuosamente” El Niño è tornato a occupare le prime pagine dei media keniani.
Titoli che, ormai assodato che il “bimbo” dal nome sudamericano non è un erede di Maradona, non si accontentano e parlano di "Super El Niño". Tradotto dal sensazionalese: piogge torrenziali e rischio di nuove devastanti alluvioni che dovrebbero riportare alla corta memoria del lettore quanto accaduto tra il 2023 e il 2024 e, ancora prima, nel 1997-98, quando il Kenya fu colpito da precipitazioni eccezionali che provocarono centinaia di vittime e ingenti danni alle infrastrutture.
Ma siamo davvero di fronte a uno scenario già scritto oppure il bombardamento mediatico rischia di trasformarsi in una forma di propaganda climatica? La risposta, come spesso accade, sta nel mezzo.
Le previsioni sono serie, ma non sono una condanna
Gli enti meteorologici internazionali e il Kenya Meteorological Department concordano su un punto: le condizioni nell'Oceano Pacifico stanno evolvendo verso un episodio di El Niño che potrebbe diventare molto intenso tra ottobre e dicembre 2026. Secondo le stime attuali esiste una probabilità superiore all'80% che l'evento sia classificato come "molto forte" e che i suoi effetti possano protrarsi anche nei primi mesi del 2027.
Questo, però, non significa automaticamente che tutto il Kenya finirà sott'acqua.
Gli stessi meteorologi ricordano che la forza di El Niño è soltanto uno dei fattori che determinano l'andamento della stagione delle piogge. Entrano infatti in gioco anche altri elementi climatici, come il cosiddetto Indian Ocean Dipole (IOD), oltre alle caratteristiche locali del territorio e all'evoluzione atmosferica nelle singole settimane.
Il ricordo delle alluvioni alimenta le paure della povera gente
È comprensibile che ogni riferimento a El Niño provochi preoccupazione.
Negli ultimi anni il Kenya ha vissuto stagioni piovose sempre più estreme, culminate nelle alluvioni che hanno colpito vaste aree del Paese, con particolare impatto su Nairobi, la Rift Valley e diverse regioni costiere. Le immagini di strade trasformate in fiumi, ponti crollati e quartieri evacuati sono ancora vive nella memoria collettiva.
Per questo motivo le autorità stanno insistendo sulla necessità di preparare piani di emergenza con largo anticipo, anziché intervenire quando i danni sono già avvenuti.
E la costa e le zone turistiche?
Per chi vive o trascorre lunghi periodi sulla costa, la domanda è inevitabile.
Storicamente gli episodi di El Niño tendono a favorire precipitazioni superiori alla media durante la stagione delle "short rains", tra ottobre e dicembre, anche nelle contee costiere come quella di Kilifi. Tuttavia è ancora impossibile stabilire quanta pioggia cadrà su Watamu e Malindi, in quali settimane e con quale intensità.
Le previsioni stagionali indicano una maggiore probabilità di piogge abbondanti, ma non possono prevedere con precisione gli eventi estremi locali, che saranno monitorati man mano che ci si avvicinerà alla stagione delle piogge.
Informazione o propaganda? È qui che nasce il dibattito.
Da una parte sarebbe irresponsabile ignorare gli avvertimenti della comunità scientifica. Prepararsi significa pulire i canali di scolo, verificare ponti e infrastrutture, pianificare eventuali interventi di protezione civile e informare la popolazione.
Dall'altra, alcuni titoli sensazionalistici sembrano dare per scontato uno scenario catastrofico, quando gli stessi esperti parlano invece di probabilità, non di certezze.
La differenza è tutta lì, nel continente in cui già si sa che non ci sono verità nell’arco della stessa giornata. La meteorologia moderna lavora su modelli previsionali (ovvero algoritmi) che indicano scenari più o meno probabili. Una probabilità elevata richiede preparazione, ma non equivale a una previsione certa di disastro.
La vera sfida per il Paese è la prevenzione
Più che chiedersi se si tratti di propaganda, forse la domanda corretta è un'altra: il Kenya è oggi più preparato rispetto agli anni scorsi?
Se gli avvisi porteranno le amministrazioni locali a ripulire i sistemi di drenaggio, mettere in sicurezza le aree a rischio, monitorare i corsi d'acqua e informare tempestivamente la popolazione, allora anche un allarme che dovesse rivelarsi "esagerato" avrà comunque prodotto un beneficio.
Se invece tutto si limiterà a una sequenza di titoli allarmistici senza interventi concreti, il rischio sarà quello di alimentare la sfiducia dei cittadini verso gli stessi sistemi di allerta.
Per il momento, dunque, la conclusione più equilibrata è questa: la preoccupazione è motivata, perché nasce da dati scientifici e da modelli climatici condivisi a livello internazionale. Ma parlare già oggi di un nuovo disastro inevitabile sarebbe prematuro.
Come sempre accade con il meteo, la prudenza è doverosa. Il catastrofismo, invece, non aiuta nessuno.
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